GIOVANNONI È SU PIAZZA. Il secondo atto di Salvatore Piccolo sul caso Moro
12-10-2026 21:00 -
Dopo "Il caso Moro, il dovere di raccontare", l'avvocato-scrittore torna con un'inchiesta sulle trattative segrete degli ultimi 55 giorni.
C'è una frase che chi studia il caso Moro conosce bene, ma che non è mai entrata davvero nel racconto pubblico. Una frase breve, inserita nelle lettere inviatte dal prigioniero nei giorni più bui della Repubblica: "Vorrei che comunque Giovannoni fosse su piazza".
Su questa frase Salvatore Piccolo costruisce il suo secondo libro, "Giovannoni è su piazza - I segreti degli ultimi 55 giorni di Aldo Moro".
Se il primo volume, Il caso Moro, il dovere di raccontare (2022, con ultimo aggiornamento del 2026), era un atto civile, e un dovere morale di non archiviare, questo secondo è una inchiesta precisa, documentata e dettagliata.
Piccolo, penalista di professione, non fa il complottista. Fa l'avvocato. E si vede. Non inventa, smonta. Non aggiunge, spiega e rende chiari i messaggi criptici.
Chi era Giovannoni? Giovannoni è Stefano Giovannone, colonnello del SID poi SISMI, dal 1972 al 1981 capo-centro a Beirut, responsabile per l'intera area mediorientale e per i rapporti con l'OLP.
L'uomo del Lodo Moro quel patto che dal 1973 garantiva transito di armi e persone con una specifico salvaconditto ai palestinesi in cambio della garanzia che non ci fossero attentati sul suolo italiano.
Giovannone non era un nome qualsiasi. Era un uomo di Moro. Tant'è che il politico decmocristiano, dalle prigioni delle BR, lo indica nelle sue lettere come capo di una operazione complessa.
Non una volta, ma due volte in lettere incrociate per avere certezza che arrivino a destinazione. Le BR lasciano scrivere: sono partecipi dell'operazione?
E qui arriva la cosa più rilevante che il libro mette in fila, con documenti desecretati, telegrammi cifrati e la testimonianza mai smentita di Ilich Ramírez Sánchez detto Carlos all'ANSA nel 2008:
Negli ultimi giorni del sequestro, tra l'8 e il 9 maggio 1978, all'aeroporto di Beirut, un gruppo del SISMI guidata proprio da Giovannone, con la mediazione dell'FPLP palestinese, stava tentando una trattativa estrema per liberare Moro. In cambio, la liberazione di alcuni terroristi stranieri prigionieri in Jugoslavia.
Una trattativa che non doveva esistere, perché la linea ufficiale era la fermezza. Una trattativa che salta poche ore prima del ritrovamento del corpo in via Caetani.
Perché in via Caetani tante cose non tornano.
La logistica del sequestro era organizzata dalla colonna romana. Chi erano? Da dove venivano? Quali legami con la Roma dei palazzi del potere e con il Vaticano?
La simbologia. Il timbro TOP SECRET, la scritta BRIGATE ROSSE sulla copertina non sono folklore. La narrazione delle BR è stata sempre usata come schermo perfetto per coprire tutto quello che è accaduto nei 55 giorni. Si è trattato per dei salvacondotti di brigatisti?
La verità non è negli archivi. È in ciò che ne è stato sottratto.
La forza di questo secondo volume è che non aggiunge un altro complotto alla già infinita bibliografia sul punto. Fa l'opposto.
È un libro scomodo perché pone una domanda che la storiografia ufficiale ha sempre evitato.
Perché non tutti hanno pagato allo stesso modo?
Perché l'uomo della colonna romana, colui che sapeva, che era su piazza, non ha mai dovuto rendere conto di quelle 55 giornate, non ha mai scontato un giorno di carcere?
"Giovannoni è su piazza" non è un sequel. È il completamento di un dovere di raccontare iniziato nel 2022. Se il primo libro ci diceva cosa è successo, questo ci dice cosa è stato fatto e perché non ha avuto successo.
Lettura obbligata per chi crede che il caso Moro non sia storia, ma cronaca ancora aperta.
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