26 Ottobre 2020
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L’Abate Roffredo da San Vincenzo al Volturno, e le vicende dell’agro caleno all’epoca della edificazione della chiesetta di San Vitaliano in “villas” in Calvo.

22-12-2019 17:29 - Storia locale
Dedichiamo il primo articolo di questa sezione all’Abate Roffredo da San Vincenzo al Volturno. L’occasione è data dal fatto che a breve il nome del chierico medievale verrà usato in una manifestazione comunale voluta dall’amministrazione in carica. La manifestazione si intitola proprio premio “Roffredo d’Argento”. Dove il semplice nome Roffredo unito all’effigie usata dagli organizzatori lascia presumere che si citi l’Abate Roffredo da San Vincenzo al Volturno.

Figura 1- l'icona del premio
Iniziamo subito con il chiarire che Sparanise deve molto nella individuazione di un “fondatore” all’importante lavoro storico compiuto dal grande maestro di storia locale Peppino Carcaiso.


Il dr. Giuseppe Carcaiso negli 80 e 90 del secolo scorso nello scrivere un mirabile saggio sullo stato dell’agro caleno e dell’alta Campania nell’alto medioevo approfondisce, partendo da alcune nozioni già divulgate dal canonico De Felice alla fine dell’800, lo studio del Chronicon Volturensis , uno scritto antichissimo, che narra le opere ed i fatti ed elenca i documenti giuridici (soprattutto passaggi di proprietà) dei vari abati succedutisi alla guida dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno, dalla fondazione al periodo del 1050 circa . Il manoscritto in miniato beneventano è tuttora conservato presso la Biblioteca Vaticana.


Come vedremo, ad un certo punto nella prosa scritta in latino medievale alcune righe documentano la fondazione di una chiesa nel territorio di Calvi che l’abate Roffredo , abate dal 984 al 998, costruì nell’anno 988 secondo la datazione dell’autore del Choronicon. L’intuizione di Carcaiso, poi accettata da tutti, fu che proprio intorno alla fondazione della chiesa intitolata a San Vitaliano ed alle disposizioni dell’Abate Roffredo di popolare le ville di Calvi presenti nella zona di edificazione della chiesa che dovevano ascriversi i natali di Sparanise e che l’abate dovesse essere quindi considerato il fondatore. Peppino Carcaiso che è anche un apprezzato pittore e disegnò egli stesso la figura dell’Abate immaginandolo di struttura fisica teutonica , ipotizzando verosimilmente che fosse un longobardo, con folta capigliatura e barba lunga.
Giova ricordare infatti che i Longobardi, popolazione di origine germanica stanziatisi in Italia dalla metà del VI secolo (568 invasione guidata da Alboino), hanno proprio nel nome la barba lunga. Langbärte in antico germanico, latinizzato in Langobardi, secondo lo storico longobardo Paolo Diacono il nome derivava proprio da lunga barba. “Ab intactae ferro barbae longitudine [...] ita postmodum appellatos. Nam iuxta illorum linguam "lang" longam, "bart" barbam significat.” (Furono chiamati così [...] in un secondo tempo per la lunghezza della barba mai toccata dal rasoio. Infatti nella loro lingua lang significa lunga e bart barba).

La spiegazione è ancora oggi accettata dagli storici proprio perché la costumanza dei nobili longobardi era di non radersi e questo rappresentava un tratto distintivo rispetto alle popolazioni rivali ed anche maggiormente attrezzate sotto il profilo economico e militare principalmente i franchi (che invece si radevano quotidianamente e l’allungamento della barba indicava età avanzata di chi la portava) ed i bizantini.

Nel 1988 in occasione del millenario dalla ricorrenza dell’edificazione della chiesa di San Vitaliano , celebrato con una serie di eventi a Sparanise, venne anche relizzata l’attuale statua marmorea (dalla locale ditta Arena) dell’Abate Roffredo prendendo a modello proprio i disegni di Carcaiso. Disegni utilizzati anche dall’amministrazione comunale di Sparanise per l’icona della manifestazione in scena (sarà svolta sul palcoscenico del teatrino dell’istituto Padre Semeria) tra qualche giorno. Peppino Carcaiso , mancino egli stesso, non senza una nota autobiografica, una sorta di firma, aveva immaginato il monaco benedettino barbuto secondo la moda longobarda e che impugnasse la spada con la mano sinistra e questa particolarità rende facilmente individuabile l’autore del disegno.
L’attuale via , già viale ferrovia, venne poi dedicata all’Abate Roffredo ( al civico 32 vi è lo studio legale di chi scrive) nel successivo riassetto della toponomastica avvenuto nel 2000 proprio perché conduce alla chiesetta di San Vitaliano, purtroppo non quella originale chè fu distrutta dagli anglo-americani nel settembre del 1943 in un bombardamento mirato e tutt’ora inspiegabile, ma di questo scriveremo nelle prossime occasioni.

Torniamo all’Abate Roffredo da San Vincenzo al Volturno. Per prima cosa dobbiamo dire che pochissime sono le notizie disponibili, oltre al già citato Chronicon, alcune altre fonti soprattutto di natura giuridica (testi e documenti di compravendita e “diplomi”), confermano l’esistenza dell’Abate e la sua primazia sul monastero alle sorgenti del Volturno. Sappiamo da queste fonti storiche, ad esempio, che il monaco venne esautorato dall’incarico di Abate di San Vincenzo al Volturno nel 998 dall’imperatore Ottone III, subito dopo l’incoronazione imperiale, per essere sostituito da Giovanni (quarto Abate di San Vincenzo con tale nome). Anche l’autore del Chronicon Volturnensis si è firmato con il nome di Giovanni e per la precisione come monaco Giovanni. Gli studiosi moderni concordano che il monaco Giovanni autore dell’importante testo doveva essere egli stesso un Abate di San Vincenzo e precisamente il quinto Abate di nome Giovanni, quindi non il successore di Roffredo, circostanza rilevante perché rende neutri gli scritti del monaco Giovanni rispetto al “nostro” Roffredo.
L’imperatore Ottone III di Sassonia , erede delle casate Sassoni e poi re Franco (l’iconografia tradizionale lo rappresenta rigorosamente senza barba), era nato nel 980 ed aveva solo quindici anni quando venne incoronato imperatore.


E’ probabile che nell’avvicendamento dell’abate Roffredo con il successore Giovanni vi fossero state influenze legate alle lotte in atto a Roma tre le fazioni che si andavano creando con l’elezione di papa ed antipapa connesse agli scontri per il dominio sull’Italia meridionale presidiata dai Longobardi, come stato cuscinetto , ma in realtà oggetto di mire sia da parte dei bizantini che dell’impero d’occidente. Prima dell’incoronazione di Ottone III sappiamo che la madre, Theophane, di natali , cultura e tradizione bizantina, con un decreto del 990 aveva attribuito il possedimento ,in favore dell’abazia di San Vincenzo e con specifico riferimento all’abate Roffredo, della chiesa di Santa Maria di Arpinico nel marsicano a testimonianza quindi di una forte ascendente dell’Abate Roffredo presso la madre di Ottone III, reggente l’impero durante la minore età dell’erede, appartenente alla nobiltà bizantina ( cfr. Francesco Panarelli -Il Segno Gabrielli Editori -DEA Store-Hoepli.it pag. 152). Il Chronicon invece indica come periodo di durata nell’incarico di Abate di San Vincenzo per Roffredo gli anni dal 984 al 998, fine dell’incarico come abbiamo visto non per morte , ma per esautorazione imperiale.
A questo dobbiamo aggiungere la specifica situazione politica, nel IX secolo del territorio compreso tra l’attuale Campania, il basso Lazio ed il Molise, all’epoca zona completamente omogenea dominate dai Longobardi con forti pretese di conquista tanto dell’imperatore d’occidente che dell’imperatore bizantino d’oriente. Bisanzio a quell’epoca possedeva buona parte della Puglia e la Calabria. Anzi tutti gli studiosi moderni attribuiscono proprio ai Longobardi il merito di aver conservato il territorio appena indicato nella sfera d’influenza dell’impero d’occidente.
I principali centri di potere longobardi nel meridione erano il principato di Capua e Benevento , dominato dalla stessa dinastia longobarda con similari condizioni in termini di importanza e di primazia. Proprio l’attuale città di Capua divenne, sin dal momento della fondazione longobarda (856) in seguito alla distruzione per mano di mercenari saraceni di Capua Antica, un roccaforte con castelli e fortificazione intorno al Volturno (la città medievale venne costruita sul sito del porto romano sul Volturno noto con il nome di Casilinum) e da quel momento ogni guerra (compresa la recente seconda guerra mondiale) svoltasi nell’Italia Meridionale ha sempre dovuto fare i conti con la roccaforte di Capua espugnata poche volte proprio perché costruita, ab origine, con struttura e funzione di fortezza.

I Longobardi Capuani, schiacciati tra l’impero d’occidente e quello d’oriente e quindi sempre impegnati a barcamenarsi tra l’una e l’altra delle posizioni, avevano poi sul proprio territorio due importanti monasteri entrambi osservanti la regola di San Benedetto (ora et labora, prega e lavora). Oltre a San Vincenzo anche quello di Montecassino. Si trattava di vere proprie enclave dotate di possedimenti immobiliari , di autonomia impositiva sia sotto il profilo delle tasse che delle imposizioni tipiche del diritto longobardo , alcune ancora in essere per esempio nella nostra Sparanise ed in tutta la Terra di Lavoro, quali il livello ed altri istituti giuridici medievali che consentivano ai monasteri di ricavare reddito dai possedimenti fondiari concessi per lo sfruttamento a terzi (comunità, o singoli signori). In più, entrambi i monasteri, secondo la tradizione medievale erano i massimi centri culturali dell’epoca. Ognuno aveva all’interno lo scriptorium con un rettore, che era una vera e propria autorità culturale e rappresentava la seconda carica dell’abazia dopo, appunto l’abate. L’abate era nominato dall’imperatore d’occidente (San Vicenzo al Volturno storicamente venne fondata proprio grazie alle donazioni dirette dell’imperatore Carlo Magno) verosimilmente con il gradimento, nel periodo della dominazione longobarda , dei signori di Capua.
Nell’anno 968 Pandolfo, signore di Capua (soprannominato Capodiferro), in maniera improvvisa decise di allearsi con l’imperatore Ottone I che aveva invaso la Puglia ed attaccato frontalmente l’impero bizantino. In questa guerra lo stesso Pandolfo Capodiferro rimasto alla guida dell’esercito imperiale a causa della fuga di Ottone venne sconfitto e fatto prigioniero. Venne condotto in stato di prigionia a Bisanzio e vi rimase per diversi mesi, senza essere giustiziato dai bizantini proprio perché in futuro poteva venire utile per eventuali negoziati con l’imperatore d’occidente ( non è un caso che oggi definiamo bizantinismi alcune singolari trattative dei politicanti di mestiere). Accadde tuttavia che l’anno successivo a Bisanzio vi fu una sorta di colpo di stato con la morte del “Basileus” ucciso per una congiura e l’ascesa al trono d’oriente di un nuovo imperatore. Il nuovo assetto di potere di Bisanzio comportò una politica nuova con l’impero d’occidente ed infatti una delle nipoti del “Basileus” appena eletto Giovanni Zimisce , Theophane venne data in sposa ad Ottone II (poi scomparso prematuramente) e divenne reggente dell’impero d’occidente, dalla morte del consorte e sino all’incoronazione del figlio Ottone III nel 996. Figlio che era stato rapito in tenera età da uno zio che intendeva evidentemente esercitare la reggenza sul presupposto di avere il bambino-imperatore con se.
Pandolfo Capodiferro venne a questo punto volontariamente liberato dai bizantini e tornò in Capua dove verosimilmente, almeno sotto il profilo psicologico, rimase in rapporto di soggezione con i bizantini che potendo giustiziarlo lo tennero in vita seppure in cattività. In questi anni (984) che vanno dall’inizio della reggenza di Theophane e la liberazione di Pandolfo avvenne la nomina , imperiale, ad Abate del “nostro” Roffredo che , supponiamo , doveva essere sicuramente vicino alle posizioni bizantine e chissà che non lo fosse anche di stirpe? Successivamente al nostro Abate il nome Roffredo è stato portato da importanti personaggi quali Roffredo Beneventano (principe e studioso dei Longobardi di Benevento 1173-1243), e l’Abate di Montecassino Roffredo dell’Isola (Abate dal 1188 al 1210) proveniente da una famiglia originaria di Isola Liri (di qui il nome dell’Isola) spesso confuso con il “nostro “ per via del comune incarico di Abate di un monastero benedettino.
La fondazione del monastero di San Vincenzo risalirebbe, secondo il Chronicon, all’inizio dell’VIII secolo e sarebbe dovuta a tre nobili beneventani longobardi, Paldo, Taso e Tato, e alla loro ricerca di un luogo in cui dedicarsi alla vita ascetica. I tre nobili furono i primi tre abati del monastero. Tuttavia i tre nobili beneventani, non hanno lasciato traccia e tutto lascia presagire che si tratti di un artifizio del monaco Giovanni per evitare che la fondazione dell’abazia fosse ascritta, come effettivamente dovette accadere, direttamente all’opera dell’imperatore Carlo Magno. Tra i primi abati della cronologia del Chronicon, infatti, spicca il nome di Ambrogio Autperto, abate di San Vincenzo dal 777 al 781. Franco di origine, essendo nato in Provenza, fece da precettore dell’imperatore Carlo Magno di cui in seguito fu cancelliere. Carlo Magno volendo ringraziarlo per i suoi uffici lo nominò Abate di San Vincenzo dotando il monastero di importati privilegi feudali e di grandi dotazioni patrimoniali. Autperto durante la permanenza alle sorgenti del Volturno dette prova di essere un grandissimo teologo pubblicando un commento all’apocalisse di San Giovanni ancora attuale oltre ad importanti studi sul marianesimo. A dimostrazione dell’attualità del pensiero di Ambrogio Auperto raccontiamo della lectio che. con sorpresa di tutti, in una udienza generale in Vaticano nel 2009 Papa Ratzinger volle dedicare al monaco di San Vicenzo. Nella pubblica udienza Papa Benedetto XVI esordì affermando “Oggi vorrei parlare di Ambrogio Autperto, un autore piuttosto sconosciuto: le sue opere infatti erano state attribuite in gran parte ad altri personaggi più noti, da sant’Ambrogio di Milano a sant’Ildefonso, senza parlare di quelle che i monaci di Montecassino hanno ritenuto di dover rivendicare alla penna di un loro abate omonimo, vissuto quasi un secolo più tardi…”. L’abbazia di San Vincenzo oltre ad essere un importante centro di potere temporale, dunque, era anche un importante punto culturale del medioevo. Dopo Autperto venne nominato Abate di San Vincenzo nel 792 Giosuè , che era fratello della moglie (Ermengarda) di Ludovico I detto il “pio”, quarto figlio legittimo di Carlo Magno, a dimostrazione di uno stretto legame con l’imperatore Carlo Magno.

Non siamo stati in grado di documentare la nascita e neppure la morte dell’abate Roffredo , possiamo affermare che sicuramente è esistito un monaco , nominato abate della badia di San Vincenzo durante il periodo di reggenza della madre (Theophane Sklerina Byzantium) di Ottone III che era di stirpe bizantina e quindi verosimilmente vicino alle famiglie bizantine, diversamente non si spiega la nomina ad Abate nel periodo di reggenza della regina bizantina del Sacro Romano Impero e l’estromissione dalla carica di Abate appena Ottone III venne incoronato imperatore ed i rapporti con Bisanzio tornarono tesi. Non un Longobardo puro e sicuramente non un Franco, come Autperto, ma certamente un colto monaco vicino alle famiglie bizantine doveva essere il nostro Roffredo.
Nel periodo di nomina ad Abate il monastero di San Vincenzo al Volturno si trovava in ricostruzione dopo la distruzione operata da mercenari saraceni ( al soldo del signore longobardo di Napoli), con l’eccidio di 500 monaci (secondo alcune fonti 900). I monaci, scampati al massacro, si rifugiarono nella longobarda e da poco edificata città di Capua e ricostituirono il monastero all’interno delle mura fortificate della cittadina “in esilio” in attesa di tempi migliori. Il lavori di ricostruzione del monastero alle sorgenti del Volturno iniziarono nel 915 ed è certo che l’abate Roffredo guidasse i lavori di ricostruzione, dalla residenza in Capua così come avevano fatto gli abati precedessori. I lavori di ricostruzione erano finanziati direttamente dagli imperatori Ottone II, dalla moglie reggente Theophane di Bisanzio alla morte del marito ed infine dallo stesso Ottone III che come primo atto sostituì il nostro Roffredo con Giovanni IV alla carica di Abate. L’abbazia infatti venne riedificata completamente all’inizio del nuovo millenio. Prima della ricostruzione . come abbiamo detto . era accaduto che nell’anno 881 i saraceni al soldo del duca longobardo di Napoli (Atanasio II) depredarono e distrussero la cittadella monastica. Le difese della complesso monastico, tra i più grandi d’Europa, non esistevano ed i monaci non avevano alcuna valenza militare, certamente non sapevano usare la spada. Si trattava, infatti, di un monastero di rito benedettino secondo la regola “ora et labora” (prega e lavora) promossa dal monaco di Norcia fondatore in prima persona del vicino monastero di Montecassino. Dunque i due vicini monasteri differivano in buona sostanza nella fondazione, più antica e direttamente per opera di un monaco poi dichiarato santo quella di Montecassino, fondata più tardi e direttamente per volere dell’imperatore quella di San Vincenzo. La diversa fondazione (che il monaco Giovanni tenta di nascondere nel Chronicon) porterà poi alla scomparsa di San Vincenzo che successivamente venne poi definitivamente accorpata a Montecassino e di fatto abbandonata ( una casuale scoperta archeologica nel secolo scorso fece luce piena sulla storia del monastero alle sorgenti del Volturno).
I monaci superstiti alla strage si rifugiarono a Capua dove pure edificarono una chiesa dedicata a San Vincenzo e dove risiedettero per decine di anni, sino alla ricostruzione dell’abbazia sulle sorgenti del Volturno dove ritornarono agli inizio
dell’anno 1000. Recenti scavi archeologici attestano la fondazione di una prima nuova chiesa nel sito di San Vincenzo in Molise nel 1051.

Dopo l’esautorazione dell’abate Roffredo nel 998, agli albori dell’anno 1000 non abbiamo più notizie del nostro Abate Roffredo. Non sappiamo dove e quando poi sia morto.
Quello che leggiamo nel Chronicon è a pag.301 del volume II
ROFFRIDUS abbas Sancti Vincencii, sedit e
annis .XIIII. iste conduxit homines, et
habitare fecit in colli Sancti Angeli, et in
Baccaricias, et in locum ubi dicebatur ad Ficum
et in Cerrum, villas quoque in Calvo,
ubi ecclesiam edificavit vocabulo Sancti Vitaliani,
ubi plures recollegit hereditates per has
scripciones.



E poi a pag. 93 del volume Volume III
Sancti Vincencii in Neapolim; cellam Sancti Sossii in Liburia,
in loco qui dicitur Pantano, cum ipso gualdo integro, sicut suis
antiquis terminibus clauditur; cellam Sancti Vincencii de Cume;
cellam Sancti Vincencii de Capua, cum omnibus suis pertinenciis;
et Sanctum Petrum in Oliveto; cellam Omnium Sanctorum; in
Calvo ecclesiam Sancte Iulianes, et Sancti Vitaliani; in Calinole
ecclesiam Sancte Marie; et Sanctorum Cosme et Damiani; cellam
Sancti Ylarii; cellam Sancte Crucis; cellam Sancti Martini in
monte Marsico; ecclesiam Sancte Marie in Fauciano; in Suessa
cellam Sancti Vincencii; in Tiano cellam Sancte Marie in Foro,

Da queste citazioni apprendiamo che nel 988 (la data è apposta in calce alla scritta di pag. 301 del Chronicon) Roffredo, abate di San Vincenzo aveva condotto uomini ad abitare sui colli di Sant’Angelo….e nelle “villas” in Calvi , dove aveva edificato un chiesa chiamata (vocabulo piuttosto che dicatum .. dedicata a ) di San Vitaliano dove (in Calvi) aveva ereditato molti beni secondo alcune scritture. Alla lettura di questo testo, la considerazione è stata semplice . L’unica chiesa nell’agro caleno chiamata di (o dedicata a) San Vitaliano è quella sulla stazione di Sparanise, per questo lo spingere uomini ad abitare anche nelle “villas” di Calvi” intorno alla chiesa di San Vitaliano è giustamente stata interpretata, da chi ci ha preceduto, come l’atto fondativo di Sparanise. Per altro da quelle parti sono effettivamente presenti resti di “villas” romane . Una in località breccelle a Sparanise ( scoperta ulteriormente acclarata durante i lavori TAV negli anni 90) e l’altra nel comune di Francolise denominata in età moderna villa di San Rocco. I resti della villa di San Rocco in Francolise rendono bene l’idea di cosa fosse una “villa” romana. Una vera e propria fattoria autosufficiente che produceva per la vendita prodotti agricoli ed artigianali. L’archeologa Aylwin Cotton, in una campagna di scavi archeologica negli anni sessanta , nel raggio di circa un Km , localizzò nel nostro territorio circa cinque complessi simili. E’ probabile che su queste vestigia, non più abitate, l’Abate Roffredo avesse avuto intenzione di ripopolare la pianura calena. Era infatti accaduto che con la decadenza dell’antica Cales le popolazioni di queste zone, con l’intento di difendersi e proteggersi dalle incursioni saracene, si erano abbarbicati sulle vicine alture dei monti Trebulani dando origine all’attuale Rocchetta e Croce. Proprio intorno all’anno 1000 le popolazioni inziarono effettivamente nuovamente a scendere in pianura diradandosi i pericoli di saccheggi con la stabilizzazione del territorio in seguito al processo di feudalizzazione del territorio originato dal Sacro Romano Impero da Carlo Magno in poi. Fenomeno che come abbiamo visto toccò direttamente l’abbazia di San Vincenzo per altro visitata da Carlo Magno proprio durante il viaggio in Italia per l’incoronazione solenne durante il Natale dell’800.

In conclusione quindi possiamo dire che l’Abbate Roffredo fu un monaco benedettino attivo nel monastero di San Vincenzo al Volturno all’epoca in ristrutturazione dopo la distruzione dell’881 e quindi nella sede “d’esilio” di Capua, verosimilmente vicino alle posizioni bizantine, se non addirittura imparentato a quella stirpe perché venne nominato Abate nel periodo di reggenza dell’imperatrice Theofane di Bisanzio ed immediatamente esautorato da Ottone III all’indomani della nomina ad imperatore in sostituzione della reggente madre. Come monaco della regola di San Benedetto non sapeva padroneggiare le armi , ma era sicuramente fine letterato e custode , anche se in esilio, di mirabili testi filosofici come gli scritti di Ambrogio Autperto che lo aveva preceduto nella carica di Abate. Autperto commentatore dell’Apocalisse di San Giovanni e primo "Mariologo" scrisse " esiste nell’Apocalisse un ruolo decisivo della Vergine Maria nell'opera della Redenzione e di Salvezza”. Nessuna spada per l’Abate Roffredo, ma libri e probabilmente saggezza nell’individuare i territori da ripopolare dopo l’arretramento in montagna delle popolazioni.
Ancora oggi la statua dell’Abate Roffredo realizzata nel 1988 con la spada sguainata nella mano sinistra è priva della spada che venne “amputata” da ignoti dopo pochi mesi, forse in segno (ovviamente da condannare) di protesta. Nel 2010 l’amministrazione comunale che appose nei pressi della statua del monaco benedettino un’altra lapide (dedicata a Garibaldi) analizzò la questione sotto il profilo storico e decise di lasciare le cose così come sono, nonostante che la spada “amputata” sia ancora conservata dall’autore materiale della statua (la famiglia Arena) sul presupposto che il monaco benedettino non maneggiasse le armi.
Segnaliamo una semplice bibliografia per chi volesse approfondire
-il primo libro è il “Chronicon Volturnensis del monaco Giovanni” recentemente pubblicato anche con traduzione da Volturnia Edizioni nell’anno 2011 facilmente reperibile anche su noti siti di commercio online
-Successivamente da consultare l’imponente saggio di Giuseppe CarcaisoCalvi e l’Altra Campania nel tardo impero e medio evo
-Apparato Cronologico Agli Annali del Regno di Napoli della Mezzana Eta' di Alessandro Di Meo, pure facilmente reperibile sempre con le modalità di cui sopra.
-Storia dei longobardi. Testo latino a fronte di Paolo Diacono traduzione di A. Zanella recentemente pubblicato da BUR (Biblioteca Universale Rizzoli)
-Italia longobarda. Il regno, i Franchi, il papato di Stefano Gasparri edizioni Laterza

Nota scritta da Salvatore Piccolo, avvocato e culture di storia locale in Sparanise. www.avvocatosalvatorepiccolo.it
- riproduzione riservata.

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