26 Settembre 2020
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Vent´anni fa la strage di via D´Amelio.
Dopo vent´anni ancora non è chiaro chi ha comandato le stragi, la trattativa e quello che accadde in quegli anni.

18-07-2012 09:01 - Diritto
Sono passati esattamente vent´anni dalla strage di via D´Amelio. Una Fiat 126 imbottita di esplosivo faceva saltare in aria il procuratore aggiunto della Repubblica Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L´attentato avvenne precisamente due mesi dopo la strage di Capaci in cui erano stati barbaramente uccisi il Giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scortaVito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Fu una strage annunciata. Nella ricorrenza del ventennale probabilmente capiterà di leggere con dovizia di particolari la cronaca di quel caldo pomeriggio di luglio del 1992. Da nessuna parte invece è possibile leggere i nomi dei colpevoli di quel terribile attentato. Dopo qualche anno dalla strage, infatti, grazie alla solerzia di un questore e prefetto parlemitano Augusto La Barbera ed al contributo di un pentito, Vincenzo Scarantino, vennero condannati all´ergastolo diversi capimafia. La Barbera, oggi deceduto, venne messo a capo della squadra creata, ad hoc, per trovare i colpevoli della strage mediante decreto diretto del Presidente del Consiglio, all´epoca Giuliano Amato.

Qualche anno fa, la stessa magistratura di Caltanissetta guidata dal procuratore capo Sergio Lari ha invece accertato che il pentito Scarantino è stato un falso. Un depistaggio. Il processo è infatti avviato per la revisione e quegli ergastoli inflitti oggi sono stati sospesi in attesa della conclusione dell´inchiesta.

Le indagini hanno anche accertato che vertici rilevanti dello Stato, sicuramente ufficiali dei Carabinieri (ROS) , hanno svolto una trattativa con la mafia. Trattativa che è correlata alle stragi di mafia di quel 1992. Nell´ipotesi migliore hanno "trattato" con la mafia per indebolirla, favorendo una fazione piuttosto che un´altra. In questo caso la cattura del capo dei capi Totò Riina non sarebbe frutto di alcuna operazione investigativa. Semplicemente Bernardo Provenzano si mise d´accordo con i carabinieri per farlo arrestare, ottenendo in cambio un salvacondotto per se stesso durato decenni. Non un normale salvacondotto, ma di poter essere il capomafia unico senza la preoccupazione di essere arrestato. In cambio la mafia si ecclissava. Smetteva di sparare, mettere bombe. Eppure sulla vicenda era fiorita tutta una letteratura con corredo di cinematografia specifica sul capitano Ultimo che aveva ammanettato Zii Totò. L´ipotesi peggiore, quella di un vero e proprio accordo con la mafia apre scenari molto complessi, ma che le nuove indagini contano di scoprire.

All´epoca, la strage di Via D´Amelio davvero sembrò un evento evitabile. Soprattutto perché solo due mesi prima un´altra e spettacolare strage aveva fatto saltare in aria l´amico e valoroso magistrato Giovanni Falcone
. Apparve inspiegabile che in quel clima di sfida aperta allo Stato ed ai suoi simboli da parte della mafia si consentisse un attentato con autobomba proprio sotto casa della madre dell´altro simbolo della lotta alla mafia, Paolo Borsellino
Lo Stato è tale perché oltre alle forze di polizia ha servizi di intelligence che devono prevenire un simile e spettacolare attentato.

Oggi, purtroppo, quelle che sembravano strane coincidenze stanno prendendo forma in precise ricostruzioni che mettono seriamente in discussione la condotta di quelle istituzioni che dovevano combattere la mafia ed invece "trattarono".

Lo Stato arrivò al punto di revocare il regime del 41 bis, il carcere duro, non solo per i mafiosi siciliani, ma anche per quelli del continente. Tra i beneficiari di quella revoca anche i boss casalesi e campani. Il 91 enne Ministro della Giustizia dell´epoca, uno dei migliori giuristi della tradizione italiana, Giovanni Conso in un primo tempo aveva fatto delle dichiarazioni, poi ha affermato "di aver agito da solo".

Certamente furono anni di torbide manovre. La classe politica dirigente che pure poteva vantare diversi meriti, riassumibili in quello di aver fatto dell´Italia, paese senza materie prime, la quinta potenza industriale, venne spazzata via.

Dopo vent´anni rivedendo quella storia non può sfuggire che Giovanni Falcone, quando venne ammazzato, era direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia del governo Andreotti. Il settimo dello statista romano e l´ultimo governo guidato da un autentico democristiano. Andreotti venne poi eliminato dalla scena politica, non dal voto perché ad ogni elezione le preferenze (all´epoca esistevano quelle come criterio di scelta) superavano le centinaia di migliaia, ma dalle accuse di alcuni pentiti di mafia raccolte dalla procura siciliana, venendo tuttavia assolto nei successivi processi.

Prima ancora dei processi Andreotti venne eliminato proprio dalla strage di Capaci. In quei giorni il parlamento era riunito per eleggere il Presidente della Repubblica. La candidatura del "divo" Giulio stava ormai prendendo piede, quando l´attentato impose una rapida elezione e la scelta, frettolosa e poco di ripiego, cadde sul Oscar Luigi Scalfaro, che era Presidente della Camera dei Deputati e che prima della strage aveva tra i suoi grandi elettori unicamente i radicali di Marco Pannella.

Dopo vent´anni il sacrificio di Paolo Borsellino, che a differenza di Giovanni Falcone, comprese perfettamente che sarebbe stato ammazzato a breve, non è risultato inutile.

I responsabili veri, i mandanti, ancora non sono stati individuati e puniti dalla Giustizia, ma le idee di giustizia e di libertà di Borsellino hanno proseguito nel loro cammino, arrivando a diventare patrimonio comune dell´Italia e del mezzogiorno in particolare.

Se oggi esiste una cultura di legalità contro le mafie si deve a quel sacrificio.

Certamente le mafie oggi sono anche più forti di allora, perché hanno cambiato volto. Sono penetrate nell´economia e si servono di insospettabili colletti bianchi.

Forse nella realtà siciliana il fenomeno è meno evidente rispetto a vent´anni fa, ma forte e difficile da eliminare.

Nella Campania, invece, oggi più che mai la presenza criminale risulta essere all´apice con il controllo totale del territorio ed il condizionamento della politica.

Lo Stato tuttavia reagisce e certamente, presto o tardi, arriverà anche a colpire coloro che oggi credono di poter godere dell´impunità.

Basta leggere le cronache e verificare i quotidiani arresti, i sequestri e le confische che colpiscono camorristi e fiancheggiatori.

Proprio la forza dello Stato è forse il modo migliore di ricordare, dopo vent´anni la morte di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta.
Con singolare coincidenza proprio negli ultimi tempi una ulteriore rivincita di Falcone e Borsellino si sta consumando direttamente sul campo del diritto.

Falcone nel periodo in cui fu a Roma consulente di primo piano dell´ultimo governo diccì partorì diverse riforme che ancora oggi sono dei capisaldi nella lotta alla mafia.

Dalla Direzione Distrettuale Antimafia alla DIA, dalle confische dei patrimoni dei mafiosi all´aggravante dell´art.7. . Vale a dire l´art. 7 della legge 152 del 13/05/1991 che prevede un´aggravante ad effetto speciale per chi, nel compiere un qualsiasi reato, favorisce consapevolmente un´organizzazione mafiosa. Falcone che venne nominato direttore degli affari penali nel marzo del 1991 e tutta quella legislazione era stata concepita e vergata dalla penna del magistrato siciliano. Anche dopo la tragica morte, la giurisprudenza italiana in tema di mafia, preferì abbandonare la linea di Falcone (d´altra parte anche in vita Falcone non riscosse mai consenso unanime tra le toghe) e si affidò per punire proprio i cd. colletti bianchi ad un ibrido giuridico. Il concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato che non esiste nel codice penale e nelle legge speciali ed è figlio di una lettura complicata e particolare dell´istituto del concorso nel reato che non avrebbe mai dovuto essere collegato ad un reato associativo. Infatti per il reato di associazione per delinquere ordinaria ovvero non di stampo mafioso (415) l´ipotesi del concorso nel reato non è stata mai configurata. In parole semplici duo o più persone o concorrono nel reato ed allora rispondono di quel reato a titolo di concorso che può essere materiale o anche morale oppure si sono associate per la finalità di compiere un determinato reato ed allora rispondono di associazione per delinquere. Per anni invece la giurisprudenza è andata avanti in questa direzione ottenendo, anche per la contorta qualificazione del titolo di reato, quasi sempre degli insuccessi in tema di lotta alla mafia. Dopo vent´anni si assiste oggi ad una inversione di tendenza. Sempre di più ormai si sta abbandonando la strada del concorso esterno nel reato associativo di stampo mafioso, per una via più semplice quella di contestare il singolo reato aggravato dall´art.7. Un articolo che ormai non necessita più dell´indicazione della legge di riferimento. Sotto il profilo sanzionatorio l´aggravante in questione comunque comporta l´applicazione di pene pesanti con l´allungamento dei tempi di prescrizione, ma consente di verificare la condotta dell´indagato in reati istantanei piuttosto che nel tortuoso concorso esterno che prefigurava una condotta abituale e quindi plurima e continua nel tempo. Insomma dopo vent´anni anche in diritto Falcone e Borsellino stanno ottenendo la rivincita.


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