17 Gennaio 2022
[]
articoli
percorso: Home > articoli > Storia

Antonio Segni, il latifondista che realizzò la riforma agraria.

05-12-2021 21:23 - Storia
Sassari, la città dei Presidenti.

Fondata nel Medioevo, quando la popolazione dell’antica Turris Libisonis si rifugiò gradualmente nell’entroterra, Sassari sorge, nel nord della Sardegna, su un tavolato calcareo segnato da valli e gole e contornato da colline coltivate. Oliveti e boschi completano la cornice del quinto territorio per estensione in Italia. È la seconda città sarda per popolazione (128 mila abitanti), cuore di un’area che ne accoglie il doppio. Divenne Comune nel 1294 con la promulgazione degli Statuti sassaresi, che rappresentano un corpus di leggi fondamentale della storia isolana. Nel XIX secolo si espanse oltre le mura trecentesche, che la cingevano collegate da 36 torri. Oggi ne restano sei. Al posto del castello sorse la caserma La Marmora, ora museo della Brigata Sassari, protagonista di vicende militari del XX secolo. Il centro è composto da edifici signorili, luoghi d’arte e cultura. Tanti i musei, tra cui il Mus’A, il Biasi, il padiglione Tavolara e, soprattutto, il museo nazionale Sanna, un concentrato di archeologia. Tra gli edifici di culto il più antico è la chiesa di sant’Apollinare. Mentre spicca la cattedrale di san Nicola di Bari, armoniosa sovrapposizione di stili architettonici (volte gotiche, facciata barocca, decori classici) costruita a partire dal XIII secolo. Sembra la descrizione di una normale cittadina della provincia italiana con la variante isolana, invece la cittadina ha un primato, non indifferente. Ha dato i natali a ben due Presidenti della Repubblica, Antonio Segni e Francesco Cossiga, ed è la città della famiglia Berlinguer ed in particolare di Enrico che è stato il leader del PCI italiano, il più amato ed il più autorevole dopo la scomparsa di Togliatti. Prima della Repubblica, Sassari e la Sardegna erano dominate dalle famiglie latifondiste che possedevano buona parte delle terre sfruttabili per l’agricoltura e la pastorizia. Una di queste famiglie, proveniente dall’antica nobiltà genovese, è proprio la famiglia Segni.

La famiglia Segni

Il legame tra Genova e la Sardegna è antico e durante il regno sabaudo ha avuto momenti di particolare forza, in fondo, il primo titolo reale acquisito dal casato dei Savoia è proprio quello di re di Sardegna in seguito al trattato di Utrecht del 1713. I Segni appartengono all’antico patriziato genovese e sono proprietari di vasti fondi agricoli secondo lo schema tipico del latifondo in essere in tutto il territorio italiano dal XVIII secolo in poi. La famiglia Segni arriva in Sardegna con il capostipite Giobatta Segni che, poco tempo dopo la fondazione della colonia di San Pietro, era stato invitato dallo stesso capo-colonia Agostino Tagliafico a far fruttare nell’isola l’esperienza che aveva maturato come amministratore di Ventimiglia. L’isola di San Pietro è situata nel sud della Sardegna, poco distante dalla costa, ed era disabitata, o quasi, sino al 1732 quando un gruppo di sudditi sabaudi di lingua genovese chiedono al Re, Carlo Emanuele III, di potersi stabilire nell’isola e di abbandonare la colonia di Tabarka in Tunisia. Si trattava di un vecchio insediamento coloniale derivante dalle gesta di Andrea Doria che nel XVI secolo aveva rapito un corsaro turco ottenendo per la liberazione il possedimento in terra nordafricana. Nei primi decenni del 1700 i coloni genovesi erano ormai in grave difficoltà accerchiati dalle popolazioni arabe e per questo abbandonano la vecchia colonia e si stabiliscono, con il permesso del re, nell’isola di San Pietro. Il re crea uno specifico feudo, secondo l’ordinamento feudale all’epoca vigente, in capo ad Agostino Tagliafico che fonda un paese facendolo progettare ex novo da un architetto piemontese, Augusto de la Vallea, la cittadina è chiamata Carloforte in onore del re Carlo Emanule di Savoia che ha infeudato l’isola disabitata. Giobatta Segni nel 1733 abbandona Ventimiglia e si trasferisce nella nuova colonia «portando con sé – dice una cronaca di Carloforte – diciotto nerboruti ponsavaschi», provetti agricoltori che gli avevano fatto anche da supporto nei delicati incarichi di comandante del porto e subdelegato patrimoniale. Dei Segni di Carloforte il più popolare e il più amato sarebbe stato il sacerdote Nicolò, che seguì i suoi compaesani nel doloroso esilio di Tunisi, alleviando con la sua parola e la sua presenza i dolori di centinaia di Carolini (come si chiamano gli abitanti di Carloforte), più di ottocento, nei cinque anni di schiavitù seguiti alla terribile incursione di pirati barbareschi nel settembre del 1798 che depredarono l’isola di San Pietro deportando numerosi abitanti in Tunisia. Celestino Segni, e siamo verso la fine del XIX secolo, è un buon avvocato, cattolico e moderato, ed è riuscito a conseguire la libera docenza in Economia Politica presso la facoltà di Giurisprudenza di Sassari. Vive agiatamente grazie alle proprietà di famiglie consolidate da un buon matrimonio, con Annetta Campus. La prescelta da Celestino appartiene ad una famiglia altrettanto possidente originaria di un piccolo paesino del sassarese, Pattada, che vanta numerose figure di artisti ed anche un vescovo, Mons. Filippo Campus Chessa, eletto alla cattedra della diocesi di Ampurias e Tempio nel 1871. L’unione tra Celestino e Annetta Campus è allietata dalla nascita di due figli, Antonio il primogenito (1891) e Maria Grazia Benedetta (1892). Celestino è impegnato anche in politica ed è consigliere comunale di Sassari, quasi sempre all’opposizione, nelle fila delle formazioni politiche favorevoli al leader dell’epoca Giovanni Giolitti.

Formazione giovanile e primi incarichi politici ed accademici

Il giovane Antonio riceve una forte e duratura educazione cattolica; già ragazzo è fra i frequentatori più assidui del circolo “Silvio Pellico”, fondato dall’arcivescovo Emilio Parodi, autentica palestra di formazione morale e in parte anche politica di molti giovani borghesi. Studi in giurisprudenza a Sassari, laurea a 22 anni nel 1913: seguono una breve esperienza in uno studio legale, la partecipazione alla Prima guerra mondiale come tenente d’artiglieria, il matrimonio con donna Laura Carta Caprino (di una facoltosa famiglia di proprietari terrieri, ne nasceranno tra il 1926 e il 1939 i loro quattro figli, Celestino, Giuseppe, Paolo e Mariotto – “noto Mario”, diranno le liste elettorali). Subito dopo la guerra Antonio Segni inizia, praticamente quasi nello stesso momento, le sue due “carriere”: dal 1919 si iscrive al Partito popolare italiano appena fondato da don Sturzo, nel 1920 il primo insegnamento del Diritto processuale civile. Il diritto processuale civile sino a quel momento non è considerata una disciplina scientificamente valida, anzi è vista come il luogo principale del formalismo, degli arzigogoli legali di manzoniana memoria. Giuseppe Chiovenda invece inventa la disciplina improntata al principio di oralità ed elabora il principio della soccombenza : colui che promuove o resiste in una causa civile infondata dovrà pagare le spese sostenute dall’avversario. Segni incontra il maestro Chiovenda all’Università di Roma e subito diventa uno dei principali allievi. Nel 1940 la scuola giuridica di Chiovenda sarà chiamata a scrivere, per la prima volta, il codice di procedura civile, tutt’ora in vigore nonostante aggiustamenti e lievi riforme. Ben presto Antonio Segni sarà ordinario di procedura civile e ordinamento giudiziario nella libera Università di Perugia (dal settembre del 1924 al febbraio del 1925). Sono i mesi immediatamente successivi al delitto Matteotti. Segni, che già nel 1920 è delegato al congresso di Napoli del Ppi e nel 1923 al congresso di Torino (dove il partito rompe l’alleanza di governo con Mussolini), nelle elezioni del 1924 è uno dei candidati di prestigio della lista popolare in Sardegna. Nella iniqua distribuzione dei seggi dettata dalla legge Acerbo, il Ppi avrà un solo eletto, l’avvocato Palmerio Delitala di Bosa. Segni, con 1.622 preferenze (di cui 238 a Sassari, dove stravince la lista dell’Opposizione costituzionale, che porta alla Camera Mario Berlinguer, il padre di Enrico) è il secondo dei non eletti. Dopo il delitto Matteotti entra a far parte del Comitato sassarese delle opposizioni proposto proprio da Mario Berlinguer. Le leggi eccezionali chiudono questo periodo della vita italiana (e anche quella di Segni militante politico). Riprende gli studi e l’insegnamento: dal febbraio 1925 all’ottobre 1929 è professore di Procedura civile nell’Università di Cagliari. A questo punto ha già scritto alcuni dei suoi lavori più importanti, tutti centrati sul tema dell’intervento (l’atto – spiegano i manuali – con cui un soggetto interviene in un processo pendente fra altri). Annullato, per l’opposizione delle autorità fasciste, il suo trasferimento alla cattedra di Diritto processuale civile a Napoli, facoltà considerata tra le migliori d’Italia, il 1° novembre 1930 è trasferito a Sassari, dove terrà la cattedra per vent’anni, sino al1953. Sono anni dedicati allo studio, ma attenti anche all’evoluzione della situazione politica italiana. All’approssimarsi della fine del fascismo, già nel 1941-42, entra in contatto con i gruppi dei cattolici milanesi che stanno dando vita alla Democrazia Cristiana. L’8 settembre gli porta nuove responsabilità: viene chiamato dai vescovi sardi a partecipare alla creazione della Dc in Sardegna (sarà il referente del comitato di undici membri – uno per diocesi – incaricati di dar vita al partito nell’isola) e il comando militare della Sardegna lo nomina nello stesso ottobre successivo Commissario straordinario per il governo amministrativo dell’Università di Sassari. L’anno dopo è eletto rettore e quindi confermato sino al 1951. Dal 1° febbraio 1954 viene chiamato alla cattedra di Diritto processuale civile dell’Università di Roma, che lascerà soltanto quando andrà in pensione, nel 1961 alla vigilia dell’elezione alla massima carica dello Stato.

Gli anni della ricostruzione e la scelta atlantica.

Proprio il divieto opposto dal regime fascista di ricoprire l’incarico di professore a Napoli è, probabilmente, alla base delle fortune politiche di Antonio Segni che è costretto a restare a Sassari. Nella cittadina sarda è attivo un altro politico che è di gran lunga prevalente : Mario Berlinguer. Segni lo conosce bene perché Mario Berlinguer si è laureato in giurisprudenza nella stessa sessione di esami, con la differenza che il rivale ha iniziato subito una brillante carriera forense, mentre Segni ha optato per l’insegnamento universitario. Inoltre all’indomani delle elezioni del 1924 Berlinguer ha aperto l’iniziativa politica a tutte le forze antifasciste creando una sorta di federazione dei politici contrari al regime. Alla caduta del fascismo l’opinione pubblica sassarese, nel frattempo divenuta largamente antifascista, è divisa in due tronconi quello cattolico e quello socialista. Il filone cattolico vede Antonio Segni come protagonista dell’organizzazione del nuovo partito dei cattolici, la Democrazia Cristiana, mentre quello socialista inizia a puntare su Mario Berlinguer che nel frattempo ha avuto una evoluzione delle proprie posizioni politiche passando dall’azionismo al socialismo quando il partito d’azione si scioglie. Il CLN ben presto punta su Segni che è nominato commissario straordinario dell’Università di Sassari. Già nei primi governi nazionali nati durante l’occupazione militare alleata Segni entra nel governo, dapprima come sottosegretario all’Agricoltura (1944) e poi come ministro dell’Agricoltura del governo De Gasperi. Nel 1946 Antonio Segni è ormai il leader dei cattolici sardi ed è candidato ed eletto all’Assemblea Costituente. Il blocco antifascista, dopo la breve parentesi dei comitati di liberazione, si divide per le fondamentali elezioni del 1948. In Sardegna l’elezioni sono vissute con particolare tensione. Si fronteggiano i cattolici guidati da Antonio Segni ed il fronte popolare che ha come capitano Mario Berlinguer. L’avversario di Segni milita nello schieramento contrapposto che si batte per i diritti del proletariato, ma Berlinguer non è propriamente un uomo del popolo. Proviene, anzi, dallo stesso patriziato sassarese che ha il monopolio delle terre, quelle stesse terre che in Sicilia i braccianti iniziano ad occupare sotto l’insegna della bandiera rossa. Già nel 1924 l’avvocato Berlinguer ha aderito alla massoneria, quella ufficiale del Grand’Oriente d’Italia. Nelle elezioni del 1948 i carabinieri, come ha raccontato Francesco Cossiga, distribuiscono armi ai giovani militanti democristiani che passano l’intera giornata, dopo la chiusura delle urne, all’interno della sede provinciale della DC di Sassari. Armati ed asserragliati pronti ad occupare, armi in pugno, i punti nevralgici della cittadina nell’ipotesi di vittoria del fronte social-comunista. Le cose vanno diversamente e la DC vince le elezioni. Antonio Segni si stabilisce a Roma dove ormai è di casa al ministero dell’Agricoltura, nella terra natia affida il partito ad un suo cugino Antonio Campus, seppure Segni tenta in tutti i modi di imporre una linea unitaria del partito sardo che vede una forte presenza di giovani, preparati ed innovatori. De Gasperi già all’indomani della vittoria del 1948 affida al Ministro dell’Agricoltura, che è anche un valente giurista, l’incarico di redigere un riforma agraria che, finanziata dal piano Marshall, ponga fine al latifondo interrompendo le proteste dei contadini spesso fomentate dai partiti di sinistra. La riforma è attuata tra il 1948 ed il 1950 ed interessa in particolare la Sardegna, l’Abruzzo e la Basilicata, mentre la Sicilia, che gode dello statuto speciale adotta una legislazione similare a quella nazionale. Le prime leggi non comprendono la Puglia ed il Salento e solo dopo proteste contadine sono emanati emendamenti che allargano la riforma anche al tacco dello stivale. In Sardegna e nel sassarese sono colpite dagli espropri le stesse proprietà terriere del Ministro Segni che la riforma l’ha concepita. Il risultato è positivo. La riforma agraria ha dato regole chiare e certezze nel possesso della terra e nei rapporti sociali. Ha trasferito a oltre un milione di contadini, mezzadri, braccianti e affittuari, qualcosa come 3,6 milioni di ettari incolti o mal coltivati e ha messo la pietra tombale sul latifondo che non è più esistito dopo la riforma. Si è trattato di una sorta di completamento storico della fine del medioevo. Quando, infatti, con la legislazione napoleonica, nel 1807, è imposta per legge l’eversione dal feudalesimo con l’abolizione dei privilegi in favore dei baroni, le terre restano ai nobili e bisognerà aspettare il 1950 per l’esproprio. Segni ha compiuto un atto coraggioso, è uno dei pochi ministri ad essere l’erede di una famiglia di latifondisti, consegue la gratitudine di De Gasperi che lo promuove al ministero della Pubblica Istruzione, dicastero mantenuto sino alla morte dello statista trentino. Nelle prime divisioni correntizie della Democrazia Cristiana tra la sinistra capeggiata da Dossetti, Gronchi e Fanfani ed il gruppo fedele a De Gasperi e, dopo la sua morte, con a capo Mario Scelba e Giulio Andreotti per Antonio Segni è naturale militare con i degasperiani. Tuttavia nelle gerarchie dei delfini di De Gasperi al primo posto viene Mario Scelba che, infatti, è presidente del Consiglio all’indomani della fine dell’esperienza del governo Pella, il primo governo senza De Gasperi premier, voluto dal Presidente della Repubblica Einaudi per approvare la legge di bilancio. Occorre ricordare che all’indomani della fine della seconda guerra mondiale l’Italia, già assegnata nei patti di Yalta all’occidente, sceglie, con De Gasperi, di aderire con convinzione alla Nato. La scelta è benedetta dall’alleato americano che, nonostante le diffidenze britanniche, punta tutte le proprie risorse sulla Democrazia Cristiana. Per questo quando inizia la guerra fredda gli americani ottengono facilmente di poter stabilire nel territorio italiano basi militari non solo della Nato, ma circa una decina solo sotto il diretto controllo statunitense. La Sardegna, ben presto, diventa strategica per la posizione centrale nel mediterraneo occidentale ed inoltre diventa territorio elettivo, da parte dei servizi occidentali e di quelli italiani, per operazioni di formazione di militari, agenti dei servizi ed anche di una struttura della Nato, presente in tutti i paesi alleati. Si tratta di una organizzazione segreta che, sotto il controllo Nato, deve servire a garantire azioni di guerriglia in caso di occupazione militare del blocco comunista. La struttura denominata Stay Behind (rimanere comunque) sarà poi nota, quando l’esistenza verrà rivelata, con il nome di Gladio. Il quartier generale, come la principale base di addestramento del personale e degli agenti clandestini, si trova in Sardegna, a capo Marrangiu, sulla costa nord occidentale. Per allestire la base in gran segreto la CIA ha fatto acquistare i terreni dagli ufficiali dei servizi segreti italiani e dai loro congiunti. Per la buona riuscita dell’operazione gli americani pensano di informare dell’iniziativa il principale leader del partito di governo dell’Isola. Antonio Segni viene subito a conoscenza delle iniziative militari segrete che si sviluppano sul territorio isolano nell’ambito dell’alleanza atlantica, comprende che la scelta occidentale ed il patto americano è ormai irreversibile ed è , come lo è De Gasperi e lo saranno tutti gli eredi politici dello statista trentino, apertamente filo americano e filo occidentale.

I dorotei e l’elezione alla Presidenza.

Nel governo Scelba, Antonio Segni non trova posto nonostante che all’ordine del giorno vi siano ancora gli effetti della riforma agraria che molti latifondisti chiedono di abolire attraverso il PLI. L’anno successivo, il 6 luglio del 1955, proprio Segni è chiamato a sostituire Scelba alla guida del governo. Il leader sardo nel frattempo si è avvicinato alle posizioni di Fanfani, ormai leader indiscusso della corrente di sinistra del partito, iniziativa democratica, che nel frattempo è divenuta maggioritaria ed esprime il segretario proprio con il politico aretino. Il governo di Antonio Segni ha vita breve, non ha il coraggio di aprire a sinistra come vorrebbe il Presidente della Repubblica Gronchi, nel frattempo succeduto ad Einaudi, ed è debole sulle difficoltà insorte per l’applicazione della legge agraria. Gronchi ha imposto a Segni un uomo di sua fiducia al ministero degli interni, Ferdinando Tambroni. Nel frattempo il partito della DC è ormai governato abbastanza rigidamente, o almeno così crede Segni, da Fanfani che ha doti di grande organizzatore. Il mezzo toscano, come è chiamato dispregiativamente il segretario della DC per via della statura, inizia a pensare di avere il dominio pieno del partito e punta a diventare Presidente del Consiglio. Quando cade il secondo governo guidato da Antonio Segni è proprio Fanfani a succedergli. Il politico di Arezzo tenta di arginare le giuste ambizioni di Segni indicandolo come Vicepresidente del consiglio unico, Segni accetta, ma non è contento. Dopo qualche tempo proprio Antonio Segni è tra i principali protagonisti di una riunione convocata in un convento romano, intitolato a Santa Dorotea, insieme a Paolo Emilio Taviani, Mariano Rumor, Emilio Colombo ed Aldo Moro tutti esponenti della corrente capeggiata da Fanfani e che non vedono positivamente l’accentramento nelle mani di una sola persona della carica di segretario del partito e di capo del governo, alla riunione ed alle successive determinazioni partecipa anche Giulio Andreotti che pure essendo il numero due della corrente capeggiata da Scelba ed ispirata all’opera politica di De Gasperi, aderisce all’operazione politica che spodesta Fanfani, in un colpo solo, dalla carica di Presidente del Consiglio e di segretario della DC. I principali partecipi della “congiura” stringono un patto che prevede una distribuzione di incarichi di prestigio tra i promotori della nuova corrente. Aldo Moro è subito indicato segretario del partito con il compito di realizzare il patto di potere. Una clausola dell’accordo doroteo prevede che alle successive elezioni per la carica di Presidente della Repubblica sarà eletto Antonio Segni, che in effetti, tra i promotori dei dorotei è il personaggio con maggiore autorevolezza : accademico di rango elevato e già due volte Presidente del Consiglio. Al nono scrutinio con 443 voti su 842, comprensivi dei consensi del MSI e dei monarchici, che avevano cominciato a votarlo sin dal terzo scrutinio, Antonio Segni è eletto presidente della Repubblica. Non hanno esito le manovre di Enrico Mattei tese a conseguire la riconferma di Gronchi.

Una breve presidenza ed il piano Solo

Al momento della elezione il 6 maggio 1962 il professore di Sassari ha 71 anni, appare in buona forma. D’altra parte è sempre stato di corporatura minuta e non molto alto di statura, il volto allungato ed appuntito effettivamente ricorda quello di un sacerdote di provincia. L’elezione di Segni alla Presidenza della Repubblica avviene proprio qualche tempo dopo che Fanfani, succeduto a Tambroni, ha avviato l’apertura del governo al PSI che dapprima non vota contro la fiducia e successivamente entra nel governo. A livello internazionale l’occidente è attratto dal nuovo presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, a soli 45 anni ha raggiunto la massima carica ed è il primo cattolico a ricoprire il vertice delle istituzioni a stelle e strisce. Poco tempo dopo il giovane presidente americano deve affrontare una crisi internazionale per l’installazione di missili nucleari a Cuba da parte dell’URSS, il mondo sembra sprofondare sull’orlo di una guerra nucleare. Solo dopo febbrili trattative il peggio è evitato. L’anno successivo, nel luglio del 1963, Kennedy arriva in Italia per una visita istituzionale che serve a rafforzare i rapporti tra i due paesi. Antonio Segni, che si è sempre dichiarato convinto atlantista e sostenitore della Nato, accoglie il presidente americano che è accompagnato dalla bella consorte Jacquieline. Kennedy sbarca in Italia come tappa finale di un tour europeo che è stato un vero trionfo per il giovane presidente americano. Un successo politico con punte epiche come lo storico discorso di Berlino “Ich bin ein Berliner” (pronunciato in tedesco, io sono un berlinese) ed una affermazione di stile ed eleganza che sia il Presidente che la first Lady dimostrano di possedere incantando la vecchia Europa. In Italia Roma e poi dopo Napoli accolgono con grande entusiasmo il Presidente americano. In particolare durante la visita a Napoli dove Kennedy e Segni sfilano con una Aurelia decapottabile le manifestazioni di entusiasmo sono esagerate, come solo i napoletani sanno fare prevedendo anticipatamente la grandezza di un uomo pubblico. Più volte la macchina è costretta a fermarsi perché la folla è incontenibile. Segni arriva a commuoversi vedendo il grande affetto che il popolo napoletano tributa al giovane Kennedy. Lo stesso Presidente italiano resta particolarmente colpito dal carisma e dalla personalità dello statunitense che è, per giunta, il primo cattolico a divenire Presidente americano. Il primo a dichiararsi ufficialmente non massone. Dopo pochi mesi dalla trionfale visita in Italia di Kennedy, il 22 novembre 1963, il Presidente americano è assassinato a Dallas. Un’esecuzione ancora oggi avvolta nel mistero. Un video amatoriale riprende la scena dalla quale si vede che uno o più cecchini colpiscono, con la precisione di un militare super addestrato, Kennedy. Un colpo centra la testa e si distingue il cervello volare fuori dalla testa del Presidente. All’inizio è accusato un uomo, Lee Harvey Oswald, in passato militare nel corpo dei marines e forse un agente dei servizi segreti probabilmente doppiogiochista, ma due giorni dopo il presunto assassino è a sua volta ucciso, in diretta TV, mentre è trasferito da un carcere ad un altro. Ad assassinarlo un criminale comune, Jack Ruby, che dice di aver agito d’istinto, trovandosi per caso presente mentre avveniva il trasferimento del detenuto, per vendicare la morte del Presidente. Il processo, svolto rapidamente, invece è condotto malissimo dall’avvocato di Ruby e l’iniziale accusa di omicidio preterintenzionale si trasforma in omicidio volontario che comporta la condanna a morte, poi commutata in ergastolo, ma neppure la massima pena sarà scontata perché il criminale morirà di embolia polmonare, secondo almeno i rapporti ufficiali, dopo solo tre anni, nel 1967, dall’arresto. Curiosamente Ruby spirerà nello stesso ospedale di Dallas, dove è stato dichiarato morto Oswald che pure risulterà attinto da un solo colpo di pistola all’addome, e dove è morto pure il Presidente Kennedy trasportato dopo i colpi del cecchino. Antonio Segni poco dopo la morte di Kennedy si reca in visita di Stato negli USA deciso, oltre che a rinsaldare il legame occidentale tra i due paese, anche a capire qualcosa di più dell’anomala uccisione del Presidente americano. Si comprende che le responsabilità non erano attribuibili ai nemici sovietici, ma tutto era oscuro. Segni cerca di comprendere tutti i dettagli della vicenda e tutti i suoi collaboratori sono concordi nell’affermare che il Presidente italiano rimane fortemente scosso dall’accaduto, ripeterà, ossessivamente, che neppure il Presidente degli Stati Uniti è protetto adeguatamente. All’inizio dell’anno 1963 la Banca d’Italia emana un report fortemente allarmistico nel quale si rappresenta l’avvento di una forte crisi economica che comporterà recessione, disoccupazione ed inflazione con forti tensioni sociali. Lo studio economico fornito direttamente al Presidente della Repubblica rende necessario un diretto intervento di Segni all’attenzione dei conti pubblici ed una contrarietà all’attuazione del programma progressista del primo governo di centro sinistra guidato da Fanfani che si è insediato già sotto la presidenza di Gronchi. Fanfani proprio nel giugno del 1963 è costretto alle dimissioni anche per effetto di un logoramento interno alla DC. La successione non è semplice e deve passare attraverso diversi infruttuosi incarichi e governi di transizione, mentre nessun partito accetta di sostenere come premier l’indicazione di Segni di affidare il governo a Cesare Merzagora, Presidente del Senato e liberale e di orientamento contrario alle riforme di sinistra. E’ in questo momento che Segni, sotto pressione per tutti gli accadimenti ora descritti, convoca al Quirinale il generale Giovanni De Lorenzo che, da poco, è stato nominato comandante generale dell’arma dei Carabinieri. Insieme a De Lorenzo il Presidente della Repubblica convoca anche il Capo di Stato maggiore dell’Esercito Aldo Rossi. De Lorenzo era stato partigiano, poi capo del servizio segreto militare e nel 1962 nominato Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri con il consenso di tutte le forze politiche, compreso il PCI. Segni sa bene che già sotto la Presidenza di Gronchi il generale aveva collaborato direttamente con la Presidenza della Repubblica nell’opera di schedatura di tutto il corpo politico, sindacale ed ecclesiastico italiano ed in quel frangente dopo aver esposto la complessa vicenda italiana, per altro aggravata dal contesto internazionale dominato dall’omicidio del Presidente Kennedy, chiede al Comandante Generale dei Carabinieri di preparare un piano d’emergenza nell’ipotesi di necessità per l’eventualità di forzature di sinistra. Il generale effettivamente incarica alcuni alti ufficiali, comandanti di brigata, di studiare un meccanismo di sicurezza per le istituzioni repubblicane da affidare esclusivamente (“solo”) all’arma dei Carabinieri. Il piano, poi noto con il nome di “Solo”, prevede l’occupazione della sede della TV di Stato, delle principali strutture di comunicazioni e delle centrali elettriche, secondo alcuni anche la deportazione dei politici di sinistra in Sardegna, a Capo Marrangiu. La situazione politica tuttavia trova un accomodamento. Risolta l’ultima crisi con il nuovo Governo Moro, il 7 agosto 1964 sono convocati al colle al cospetto del Presidente, Antonio Segni, il Presidente del Consiglio, Aldo Moro, e il Ministro degli Affari esteri, Giuseppe Saragat. I due leader di maggioranza approfittano di questo colloquio (tenutosi per discutere di questioni attinenti alle relazioni internazionali, vista la presenza di Saragat) per chiedere chiarimenti sulla consultazione di De Lorenzo avvenuta qualche mese prima. La presenza al Quirinale dei generali, De Lorenzo e Rossi, era stata notata da uno dei collaboratori di Saragat ed era divenuta nota ai politici di governo. Il colloquio a tre avviene a porte chiuse nella “sala cinese” del Quirinale; molti commentatori e testimonianze riferiscono di toni estremamente accesi con l’accusa di Saragat a Segni di portare il Presidente in messa in stato d’accusa per i suoi colloqui con De Lorenzo. Cronache riferiranno di aver sentito Saragat urlare: “So tutto di quel colloquio con De Lorenzo. Potrei mandarti davanti l’Alta Corte!”. Fatto sta che proprio per quel litigio la situazione degenera in quanto durante l’alterco (Segni era noto per i suoi scatti d’ira) il Presidente è colpito da trombosi cerebrale, senza mai più riprendersi. La supplenza del Presidente del Senato Cesare Merzagora non è, però, bastevole nel rasserenare gli animi nei mesi successivi, permanendo invece un certo immobilismo della maggioranza nella gestione della transizione. Infatti, il Presidente Segni rassegna le sue dimissioni, accertato l’impedimento permanente, solo il 6 dicembre 1964 e dopo un lungo iter di consulti medici, che però è gestito, più che dalla supplenza di Merzagora, dal Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Paolo Strano, creando malumori nelle Camere, poi raccolti in molte interpellanze parlamentari rivolte al Governo Moro. Dopo le dimissioni volontarie che comportano la decadenza dalla carica, Antonio Segni, come Presidente della Repubblica emerito, assume l’incarico di senatore a vita, seppure non si è mai ripreso definitivamente dal malessere che lo ha colpito nello studio del Quirinale e morirà il primo dicembre 1971. Le vicende del piano “Solo” alimenteranno una campagna mediatica nel 1967 ad opera del settimanale L’Espresso di Eugenio Scalfari con una serie di articoli scritti dal giornalista Lino Jannuzzi (pseudonimo di Raffaele Iannuzzi) dove si parlerà apertamente di tentativi golpisti di De Lorenzo e Segni. La vicenda finirà per travolgere Giovanni De Lorenzo che, come affermerà egli stesso, temendo di finire agli arresti come era già accaduto ad un precedente capo dei servizi segreti (Vito Miceli nel 1974) si candiderà nelle fila del MSI al parlamento, riuscendo eletto. Gli articoli di Jannuzzi saranno oggetto di querela e probabilmente proprio gli esiti giudiziari della querela possono valere, meglio di qualsiasi ulteriore giudizio, come chiosa finale circa il presunto tentativo di colpo di stato. Jannuzzi e Scalfari saranno condannati rispettivamente ad un anno e quattro mesi ed un anno e cinque mesi dal Tribunale di Roma. Si legge nella sentenza n.1406/67 “tutte le tesi formulate da Iannuzzi e Scalfari si sono rivelate irrimediabilmente false” compresa naturalmente l’ipotesi di un colpo di Stato ordito con la regia del Presidente della Repubblica Segni.

La breve stagione politica del figlio Mario Segni.

Dei quattro figli di Segni, Celestino, il primogenito, che aveva iniziato a fare politica come amico personale e di destini politici di Francesco Cossiga è stato di fatto costretto ad abbandonare ogni velleità politica per volere diretto del padre. Era, infatti, accaduto nel 1956, proprio quando Antonio Segni era presidente del Consiglio, che in Sardegna venisse celebrato un congresso regionale della DC che con sorpresa sfiduciò il segretario regionale Antonio Campus, che era cugino di Antonio Segni. L’operazione politica condotta da un giovanissimo Francesco Cossiga vedeva proprio Celestino, il figlio di Antonio, tra i principali seguaci di Cossiga. Al padre, Presidente del Consiglio in carica, accorso al congresso sardo con l’idea di ottenere una grossa consacrazione personale per un partito regionale compatto e forte non parve vero dover assistere alla sconfitta del fedele cugino per mano di un gruppo di giovani sassaresi che si facevano chiamare “giovani turchi” tra i quali spiccava il figlio primogenito Celestino. Il risultato fu che dopo le dichiarazioni pubbliche di unità e di non belligeranza, tra le due fazioni, il leader dei giovani turchi Francesco Cossiga fu ben presto reclutato da Antonio Segni come allievo e portato a Roma, mentre al figlio Celestino fu vietata l’attività politica. Dopo il congresso tra padre e figlio vi fu un unico colloquio nel quale Il padre disse al figlio “Qui comandiamo uno per volta, fino a quando sono in vita comando io”. Dopo la morte di Antonio Segni invece Aldo Moro scrisse un lettera in occasione delle elezioni politiche del 1976 a Francesco Cossiga. Il messaggio chiedeva all’amico Cossiga due cortesie. La prima riguardava la candidatura dell’ultimogenito del compianto Antonio Segni e la seconda era rappresentata dall’esigenza che il giovane fosse eletto con i voti, sardi, di Cossiga. “Si deve alla memoria del padre”, aggiunse Moro. Cossiga ovviamente provvide ad esaudire entrambe le richieste di Moro e Mariotto Segni, detto Mario, fu eletto al parlamento nazionale nel 1976 grazie all’impegno di Cossiga. All’epoca si votava con la preferenza multipla e per questo i grandi leader dei partiti erano in grado di eleggere oltre a se stessi anche almeno un fedelissimo grazie al sistema dei pacchetti di preferenze bloccati imposti agli elettori fidati. Ironia della sorte Mario Segni, che era entrato in parlamento, per la prima volta, nel 1976, con questa modalità divenne l’autore di una proposta di referendum per abolire le preferenze multiple alle elezioni per il parlamento. Il referendum, nel 1991, ebbe successo sull’onda di un mutato clima politico di ostilità verso la classe politica dell’epoca che si preparava ad affrontare problemi rilevanti, come l’entrata dell’Italia nella moneta unica, con un deficit economico grave e pensava di superare gli ostacoli imponendo nuove e draconiane tasse. In quegli nacque la tassa sugli immobili di proprietà nota come ICI, oggi IMU. Ci sono voluti circa vent’anni per farla accettare al contribuente italiano e ancora oggi è risulta una delle tasse più odiose soprattutto per i piccoli proprietari di immobili magari provenienti da successioni ereditarie. Successivamente un nuovo referendum, che vedeva sempre Mario Segni tra i protagonisti, portò addirittura alla necessità di abolire il sistema elettorale proporzionale dando inizio ad un periodo di forte instabilità politica che coincise con incredibili emergenze nazionali. La prima riguardava un forte attacco stragista da parte della mafia siciliana e la seconda un’ondata giustizialista alimentata da una pressione mediatica non indifferente che elogiava l’iniziativa giudiziaria di un gruppo di magistrati milanesi, riuniti in pool, che, forse con precise soffiate di servizi di intelligence e sicuramente grazie all’abuso della carcerazione preventiva aveva messo sotto indagine l’intera classe politica di governo. Dopo questa breve stagione Mario Segni gradualmente sparì dalla scena politica ed in molti parlarono del figlio del Presidente Antonio Segni come di colui che aveva vinto la lotteria, ma aveva smarrito il biglietto.

Realizzazione siti web www.sitoper.it
invia ad un amico
icona per chiudere
Attenzione!
Non puoi effettuare più di 10 invii al giorno.
Informativa privacy
Testo dell'informativa da compilare...
torna indietro leggi Informativa privacy  obbligatorio

cookie