03 Dicembre 2021
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Enrico De Nicola, un grande avvocato presidente.

11-11-2021 00:53 - Storia
Nascita e Giovinezza

Enrico De Nicola nasce a Napoli il 9 novembre 1877 la madre Concetta Capranica ed il padre Angelo De Nicola, soprannominato affettuosamente dagli amici “Angiulillo”, sono persone dignitose, ma di modesta estrazione sociale. La famiglia è sostenuta economicamente esclusivamente dal lavoro di Angelo che è rappresentante di commercio e che per anni aveva cercato fortuna in Argentina, promuovendo vari prodotti commerciali. Nel 1891 Angelo abbandona definitivamente l’America per ricongiungersi con la famiglia a Napoli dove continuerà ad esercitare il lavoro di rappresentate di commercio. Enrico è il terzo di tre figli. Alla nascita, i genitori, hanno scelto per il neonato il nome di uno zio paterno. I due fratelli più grandi, un maschio ed una femmina, portano il nome del nonno (Giovanni) e di una zia (Anna). Da subito il piccolo Enrico si impegna negli studi ed il padre, anche per premiare i risultati scolastici conseguiti nello studio, decide di portarlo con frequenza al teatro San Carlino dove Vincenzo Scarpetta, figlio del mitico Edoardo, porta in scena le commedie della tradizione di famiglia con il personaggio Felice Sciosciammocca amato più di Pulcinella. Angelo De Nicola è molto amico del titolare della compagnia teatrale di Scarpetta e riesce ad entrare nel teatro senza pagare, utilizzando gli appositi posti situati in fondo alla platea riservati agli spettatori “con la scoppola” ovvero al pubblico invitato, senza pagare, dal titolare della compagnia. Finite brillantemente le scuole medie, anche su consiglio dei docenti, il giovane Enrico si iscrive al Liceo Classico “Antonio Genovesi” uno degli istituti più prestigiosi e severi di Napoli. Tra gli allievi, solo dieci anni prima, vi è stato un certo Benedetto Croce, destinato ad essere uno dei principali filosofi nazionali del secolo XX. I docenti del liceo sono il filologo Nicola Zingarelli, padre del notissimo vocabolario della lingua italiana e Carlo Maria Tallarigo, il sacerdote spretato che aveva seguito Garibaldi fino alla battaglia del Volturno. Nonostante una rimandatura in Italiano e Latino, dovuta più alla rigidità del corpo docente che non alla volontà dello studente, Enrico De Nicola si diploma nel prestigioso istituto napoletano e si iscrive all’Università Federico II facoltà di Giursprudenza di Napoli. Il ragazzo già al liceo aveva mostrato notevoli doti oratorie ed una spiccata passione per il diritto. Durante gli anni di università alterna le lezioni accademiche con la frequenza spontanea nei Tribunali e nella corte d’assise del capoluogo meridionale. In quelle aule esercitano la professione di avvocato alcuni tra i più importanti avvocati di fama nazionale, Enrico Pessina e Nicola Amore sono solo alcuni dei nomi di grido dell’avvocatura napoletana, tra le migliori scuole forensi d’Italia. Lo studente De Nicola, come diversi suoi colleghi, non ama tanto seguire l’accademico professore che assomiglia piuttosto ad un barone che non ad un illuminato docente. Per fare strada nel mondo universitario bisogna servire il professore come un servo e lavorare molti anni sostanzialmente senza retribuzione. Invece i principi del foro sono uomini in carne ed ossa che trattano i giovani collaboratori con affetto, spesso premiando la competenza e le capacità. Il giovane De Nicola resta folgorato dall’aula di Giustizia ed in particolare dalla professione forense. Per meglio seguire i processi più importanti di quegli anni ottiene la corrispondenza per la pagina di cronaca giudiziaria di un quotidiano napoletano, di orientamento crispino e conservatore, il “Don Marzio”. Il nome del quotidiano, che cesserà le pubblicazione nel 1926, è dedicato alla memoria di Don Marzio Carafa duca di Maddaloni, personaggio fondamentale nel settecento culturale napoletano. Il Don Marzio, in quegli anni, è un quotidiano di tutto rispetto che si contende i lettori, in genere la borghesia e l’aristocrazia, essendo ancora notevole l’analfabetismo, insieme al “Roma”, al “Corriere di Napoli” ed al “Il Mattino”. La formazione nel quotidiano Don Marzio è motivo di orgoglio per il giovane De Nicola al punto che fa stampare, sul proprio bigliettino da visita, sotto al nome, l’indicazione “redattore del Don Marzio” ed in effetti si tratta di un quotidiano il cui direttore, Eugenio Sacerdoti, è amico intimo di Carducci ed un altro redattore di quegli anni Peppino Turco raggiungerà la notorietà perché compositore dei versi della nota canzone Funiculì Funiculà musicata da Luigi Denza in occasione dell’inaugurazione della funicolare del Vesuvio. Sono anni di forti problemi. Nel 1883 Napoli è devastata da un violento terremoto, mentre nel 1884 si verifica una forte epidemia di colera. Sindaco della città è però stato eletto Nicola Amore, il brillante avvocato che De Nicola ha conosciuto nelle aule di giustizia, che da primo cittadino riesce a sistemare Napoli in maniera eccellente. Realizza la galleria Umberto I, e procede al cosidetto “risanamento” un’opera di sventramento dei quartieri popolari a ridosso del porto che ha dato alla città l’odierna struttura urbana, grazie a questi interveneti Napoli vive un periodo di splendore e di rinascita anche economica insperato. A 19 anni De Nicola consegue la laurea in giurisprudenza, ma in quello stesso anno perde l’amato padre ed è lo zio Achille ad introdurlo per la pratica forense all’interno del proprio studio. Non è proprio l’avvocato che piace ad Enrico lo zio Achille, si occupa principalmente di affari civili, ma è comunque il luogo giusto dove muovere i primi passi, per giunta restando in famiglia. L’Avv. Achille De Nicola è affermato ed ha ottenuto la libera docenza universitaria. Ben presto Enrico consegue il titolo di avvocato e decide di mettersi in proprio affittando, dalla Società per il Risanamento creata da Nicola Amore, due appartamenti lungo Corso Umberto al numero 35. Corso Umberto che i napoletani chiamano “Rettifilo” è figlio dell’opera di risanamento della città e nasce con l’idea di realizzare una strada, ampia e moderna, per congiungere la stazione ferroviaria con il centro storico, il municipio ed la stazione marittima. Nasce una strada lunga e diritta con palazzoni importanti che saranno il salotto della borghesia napoletana e dei professionisti che si affrettano ad affittare gli appartamenti.

I primi passi nel mondo dell’avvocatura ed i primi successi in politica.

Nei due appartamenti presi in affitto, nel primo vi abita l’avvocato, che occupa per le cose private sostanzialmente una sola stanza mentre le altre sono destinate a studio. In quello contiguo trovano dimora la madre Concetta e la sorella Anna nel frattempo maritatasi Martinelli. Con i nipoti, figli della sorella Anna, Enrico De Nicola, che non si sposerà mai, avrà un rapporto privilegiato e di grande affetto. Gli inizi della professione sono, come succede spesso, costellati da incarichi secondari, difese d’ufficio e tanta difficoltà e per questo De Nicola non abbandona la redazione del “Don Marzio” dove anzi ottiene l’incarico di redattore capo. L’occasione della vita capita nel 1902 quando allo studio di De Nicola bussa Edoardo De Siena che è assessore al comune di Napoli ced è indagato, insieme al sindaco Celestino Summonte ed a tutta la giunta muncipale, per reati di concussione legati all’assegnazione di alcuni appalti ad una società di servizi. Ben presto si apre il processo ed al banco degli imputati tra i quali, oltre ai politici locali, siede anche il deputato Alberto Casale ed i giornalisti/coniugi Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, questi ultimi imputati di reati minori. Gli avvocati impegnati nella difesa sono i principali avvocati napoletani, già affermati, tra tutti Gennaro Marciano, mentre per De Nicola è il primo incarico importante visto che il processo è seguito dall’opinione pubblica e da tutti i giornali. L’esito del processo di primo grado è un trionfo per De Nicola, l’imputato De Siena ottiene la derubricazione dei capi di imputazione riportando condanne lievissime ed alla lettura del dispositivo della sentenza di primo grado De Nicola è innalzato e portato a spalla lungo la strada che da Castel Capuano, sede del Tribunale, porta allo studio in corso Umberto dal suo assistito e dai sostenitori dell’assessore. L’enorme successo ottenuto fa conseguire immediatamente a De Nicola la stima del più grande avvocato napoletano dell’epoca Gennaro Marciano, professore di diritto e procedura penale e sostenitore di una oratoria innovativa rispetto alla tradizione partenopea, meno prolissa e lirica e maggiormente centrata sulle questioni di diritto. Proprio qualche anno dopo il prof. Marciano, diffamato da un articolo di stampa, decide di affidare la proprio difesa proprio ad Enrico De Nicola, nonostante lo studio dell’avvocato Marciano fosse pieno di avvocati validi e preparati. Marciano nel conferire l’incarico difensivo pretende di non conoscere gli atti processuali sino alla sentenza definitiva, lasciando carta bianca al giovane collega. E’ il suggello finale per l’inizio di una brillante carriera forense. Nel 1905, a soli 28 anni, De Nicola si candida al consiglio comunale anche sull’onda emotiva degli scandali che avevano coinvolto la giunta Summonte e quindi anche con il sostegno elettorale della precedente giunta inquisita e che era stata difesa in Tribunale dal giovane avvocato. Viene eletto ottenendo il maggior numero di preferenze tra i candidati. Essendo il consigliere comunale più votato toccherebbe a De Nicola presiedere il consiglio comunale nella seduta di insediamento, ma De Nicola non vuole inimicarsi i vecchi consiglieri comunali ed attirare invidia e per questo escogita uno stratagemma, si finge ammalato per non partecipare alla prima seduta così da cedere il privilegio della presidenza nella seduta inaugurale ad un consigliere di lungo corso. In quegli anni i principali avvocati del foro napoletano, quasi come fosse un naturale prosieguo della professione, decidevano di dedicarsi anche alla politica. Il motivo era legato al fatto che le competenze giuridiche potevano risultare utili per la risoluzioni di problematiche amministrative, mentre l’arte oratoria, allenata dalle sessioni processuali, riusciva utile nelle campagne elettorali alimentate, oltre che dalla stampa, principalmente dai comizi di piazza. Nel 1907 appena trentenne De Nicola accetta di candidarsi alla carica di parlamentare nel collegio elettorale di Afragola dove da diversi anni è eletto un deputato giolittiano, Luigi Simeoni, anch’egli avvocato del foro di Napoli. Simeoni è forte elettoralmente al punto che nelle precedenti elezioni parlamentari ha battuto nientemeno che Francesco Crispi catapultato nel collegio di Afragola ritenuto sicuro per l’ex Presidente del Consiglio. De Nicola è scelto dai maggiorenti del partito della sinistra parlamentare per contrastare Simeoni anche perché proprio qualche tempo prima, in Tribunale, De Nicola aveva vinto un’importante causa che vedeva Simeoni avvocato della controparte. La campagna elettorale è seguita dai principali giornali con “il Mattino” di Scarfoglio schierato per il parlamentare uscente, mentre Matilde Serao, nel frattempo separatasi dal marito, sostiene apertamente De Nicola dalle colonne del “Giorno”, un nuovo giornale fondato dalla donna dopo la separazione dal marito. Alla fine prevale De Nicola.

La carriera parlamentare e l’avvento del fascismo. La seduta del “bivacco” In parlamento De Nicola, eletto nelle fila della sinistra che faceva riferimento a Sidney Sonnino che in Campania aveva come braccio destro il cognato Francesco De Renzis barone di Montanaro (un feudo in Terra di Lavoro) che aveva sposato la sorella di Sonnino, ben presto è conquistato da Giovanni Giolitti che è esperto di meccanismi parlamentari ed è capace nell’accrescere il numero dei proprio sostenitori in parlamento spesso sottraendoli all’avversario. Passato con Giolitti nel 1913 De Nicola entra nel governo presieduto proprio da Giolitti con l’incarico di sottosegretario alle colonie. Dopo poco tempo l’Italia entra in guerra e De Nicola, pur non essendo un fervente interventista, sostiene comunque l’impegno nazionale nel primo conflitto mondiale che allargherà i confini nazionali comprendendo anche Trieste e Trento. Alla fine della guerra De Nicola è nominato Ministro del Tesoro nel 1919 con Vittorio Emanuele Orlando presidente del Consiglio. Inizia un periodo di crisi di sistema per il regno d’Italia. Il vecchio Giolitti non è più in grado di costruire maggioranze parlamentari, il metodo di governo giolittiano del trasformismo, anche a causa del progressivo allargamento degli elettori che ormai negli anni 20 ha ricompreso tutti i cittadini italiani di sesso maschile a prescindere dalle condizioni economiche e la nascita di forze politiche proletarie come i socialisti ed i comunisti, è ormai obsoleto. Il Re è costretto a sciogliere la Camera dei Deputati eletta appena nel 1919 e nel 1921 si torna alle urne. De Nicola è ormai il capolista di una formazione politica che negli anni successivi, quelli della prima repubblica si sarebbe definita laica. La formazione si chiama Partito Democratico Costituzionale ed è nato da poco tempo, nel 1913. Vuole essere erede della tradizione politica della sinistra storica ed unisce in buona sostanza i Ministri dei vari dicasteri guidati da Giolitti che non intendono aderire all’Unione Liberale guidata dal vecchio politico piemontese. Il Partito Democratico Costituzionale nelle elezioni del 1920 consegue il 5,5 per cento dei consensi, uno risultato magro che decreta ben presto la fine dell’operazione politica. Il partito finirà per sciogliersi nell’Unione Liberale. Ottimo come al solito era stato, invece, il risultato elettorale personale di De Nicola capolista a Napoli che risulterà, come sempre, tra i più votati in assoluto. Anche per questo essendo De Nicola uno dei rappresentanti del PDC più importanti, Giolitti, che ormai ha compreso il prossimo assorbimento del partitino, designa Enrico De Nicola come Presidente della Camera dei Deputati già pochi mesi prima delle elezioni del 1921. De Nicola è, infatti, eletto Presidente il 26 giugno del 1920 dopo le dimissioni da quella carica di Vittorio Emanuele Orlando che ormai si trovava a vivere un periodo di grave confusione. Orlando dopo la vittoriosa guerra mondiale era stato inviato alla conferenza di pace di Parigi per trattare i confini territoriali dopo la fine delle ostilità. Insieme ad Orlando, che era presidente del Consiglio, alla conferenza andò anche Sidney Sonnino che era Ministro degli Esteri. Purtroppo tra i due non vi fu unione di intenti e così mentre Sonnino preferiva rivendicare la Dalmazia rinunciando a Fiume, Orlando pensava l’esatto contrario. Così l’Italia arrivò a chiedere entrambe le rivendicazioni territoriali, senza ottenerne alcuna nonostante la vittoria bellica. Proprio in un seduta della conferenza il presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson, di fronte alle assurde, o almeno giudicate tali dagli States, richieste di Orlando arrivò ad umiliare pubblicamente il rappresentante italiano affermando di dubitare che godesse, effettivamente, del consenso degli italiani. La risposta offesa di Orlando fu l’abbandono della conferenza ed il ritorno in Italia dove rassegnò le dimissioni da Presidente del Consiglio. Eletto Presidente della Camera nel 1919 all’indomani delle elezioni, si dimise l’anno successivo facendo posto a De Nicola. La vicenda umana e politica di Orlando colpisce profondamente De Nicola che più di una volta imiterà il politico liberale durante i momenti di difficoltà politica. Dopo il successo elettorale del 1921 De Nicola è eletto nuovamente alla Presidenza della Camera ed è designato da Giolitti in persona come Presidente del Consiglio, ma rinuncia, senza spiegare le autentiche motivazioni. Normalmente in quegli anni la designazione è preceduta dal consenso dell’interessato proprio per evitare che il proponente potesse andare incontro ad una brutta figura in caso di mancata adesione dell’interessato. Gli storici assicurano che anche in questo caso Giolitti aveva ottenuto il consenso di De Nicola, che ottenuta la designazione anche dal Re, inaugura una lunga tradizione per la propria personale carriera politica: la rinuncia, a volte coniugata nella forma delle dimissioni dalla carica. Un istituto quello delle dimissioni e delle rinunce infrequente per la classe politica italiana di tutti i tempi. Il risultato elettorale del 1921 in linea con quello del 1919 aveva sostanzialmente decretato l’ingovernabilità per la complessa frammentazione delle forze politiche elette in parlamento. I popolari di Don Sturzo, da poco approdati in parlamento, ponevano il veto nei confronti di Giolitti sostanzialmente perché giudicato in continuità con la tradizione liberale del risorgimento che aveva creato, senza risolverla sino a quel momento, la questione romana. Le forze socialiste, pure nuove alle istituzioni democratiche, avevano l’esempio rivoluzionario russo ed erano sostanzialmente contro il sistema parlamentare con la conseguenza che una formazione, di scarso peso elettorale e con pochi parlamentari, il partito fascista si impone come soluzione alla confusione politica dichiarando aperta ostilità soprattutto nei confronti delle forze di sinistra sospettate di essere prossime a praticare la rivoluzione bolscevica anche in Italia. Gli scontri tra comunisti e fascisti spesso sono cruenti e generano vittime. Gli scioperi proclamati dalle organizzazioni sindacali contigue ai partiti di sinistra paralizzano la produzione industriale senza alcuna regolamentazione. Quando alla vigilia della marcia su Roma, nel 1922, il breve governo di Ivanoe Bonomi si dimette per eccessiva debolezza parlamentare il re incarica proprio Enrico De Nicola di formare il governo, ma il politico napoletano, in questo caso forse intuisce le criticità del periodo storico ed oppone una nuova rinuncia, rimanendo Presidente della Camera. A quel punto il re incarica Luigi Facta e le cose andranno come tutti sappiamo. Il 31 ottobre del 1922 quando Benito Mussolini, nominato Presidente del Consiglio alla guida di un governo di unità nazionale, pronuncia alla Camera dei Deputati il discorso di insediamento a presiedere il massimo consesso rappresentativo nazionale è proprio Enrico De Nicola. Mussolini pronuncia un famoso e verbalmente violento discorso contro l’istituzione parlamentare il discorso del “potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli; potevo sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. De Nicola assiste silenzioso dallo scranno più alto, senza profferire parola. Anzi, quando un deputato socialista tenta di interrompere Mussolini protestando per la violenza verbale del discorso, il Presidente De Nicola zittisce il parlamentare socialista, Giuseppe Emanuele Modigliani, invitando il capo del governo a proseguire nel discorso. E’ questo forse il momento peggiore della brillante carriera politica di De Nicola. Alle successive elezioni del 1924 De Nicola accetta la candidatura nel listone fascista, ma subito dopo si rifiuta di prestare giuramento di fedeltà al fascismo dopo l’elezione e per questo l’elezione non è convalidata. Il rifiutò per la verità storica non è motivato tanto da un’avversione al fascismo quanto dal fatto che De Nicola, già Presidente della Camera prima dell’avvento del fascismo ritiene, per il prestigio della carica ricoperta, di dover essere esonerato da qualsiasi giuramento ulteriore che non sia di fedeltà al re e sicuramente non di fedeltà a Mussolini, che, secondo il giudizio del politico napoletano, è di rango istituzionale inferiore.

La fine del fascismo e l’elezione alla massima carica. De Nicola torna a Napoli e riprende a fare l’avvocato nonostante nel 1929 il Re lo avesse nominato senatore del Regno, all’epoca il senato era un organismo consultivo di nomina regia. Al senato sostanzialmente De Nicola non mette mai piede tranne per poche sedute dove si discutono rilevanti provvedimenti di natura giuridica. Lo studio legale di De Nicola sostanzialmente monopolizza i processi penali più rilevanti del distretto e tra i giovani avvocati che frequentano lo storico studio di corso Umberto inizia a distinguersi un giovanissimo Giovanni Leone che è mandato a “bottega” dal padre Mauro Leone che pure è un valente avvocato, ma preferisce per la formazione del figlio il migliore avvocato in circolazione. Insieme al giovane Leone un altro giovane avvocato è mandato ad apprendere i ferri del mestiere dal maestro De Nicola. Si tratta di Francesco De Martino che alla fine tralascerà la professione per dedicarsi agli studi scientifici in materia di Storia del Diritto Romano, divenendo uno studioso di fama internazionale oltre che alla politica attiva conseguendo, prima dell’avvento di Bettino Craxi, la leadership del Partito Socialista. Il liberale De Nicola non guarda all’orientamento politico dei propri giovani collaboratori e per questo negli anni 30 nello studio napoletano di De Nicola, che è liberale e conservatore, si trovano un cattolico come Leone, figlio del fondatore del partito popolare napoletano Mauro e Francesco De Martino, all’epoca azionista e poi leader socialista. Due di loro diventeranno Presidente della Repubblica, mentre De Martino sfiorerà varie volte l’elezioni e finirà la propria carriera nominato senatore a vita. Tutti e tre, sotto il tetto dello studio di Corso Umberto, non erano accomunati dalla fede politica, diversa per ciascuno di essi, ma dalla passione per il diritto. Nel 1931, imperante il fascismo, il podestà di Afragola, cittadina dove De Nicola aveva conseguito per la prima volta l’elezione in parlamento, chiede ed ottiene la dispensa per intitolare a De Nicola una strada nonostante l’intestatario fosse ancora in vita. Lo stesso De Nicola presenzia alla cerimonia dove il Comune di Afragola conferisce all’illustre avvocato anche la cittadinanza onorario. Gli anni lontani dal parlamento sono i più proficui per la professione di De Nicola che è nel pieno della maturità professionale oltre che umana. Investe i propri risparmi per acquistare un fondo a Torre del Greco. Il terreno, circondato da frutteti, è proprio sulla cima di un colle e dista qualche centinaio di metri dalla stazione ferroviaria e l’avvocato napoletano vi edifica una elegante e sobria villa che sarà adibita a dimora. Ad occuparsi delle faccende domestiche una domestica tedesca che abiterà in quella casa per svariati decenni. Dalla villa si vede interamente il golfo di Napoli e di fronte l’isola di Capri. Lo studio di Corso Umberto si arricchisce ulteriormente di qualche stanza, ma De Nicola lo occupa sempre in locazione e così sarà per tutta la vita. Il politico napoletano è ormai noto per l’assoluta parsimonia che da chi non conosce il personaggio viene scambiata per avarizia. In realtà De Nicola non accumula ricchezze, semplicemente non spende danari per cose inutili. In questo non è costretto a chiedere esose parcelle ai propri clienti, come fanno gli altri colleghi, che possono ricambiare sostenendolo elettoralmente oppure pagando le spese elettorali che in quegli anni, comunque non hanno il costo di quelle attuali. Durante il primo incarico di governo, nel 1913, al ministero delle Colonie il sottosegretario De Nicola si era fatto notare per una curiosa circolare che ha diffuso al personale diplomatico dislocato tra Africa ed isole del Mediterraneo. Scrive a tutti i dipendenti invitandoli a non spendere fondi pubblici per spese inutili e si offre di pagare direttamente di tasca propria i francobolli usati per la corrispondenza così da spingere i dipendenti a limitare i costi della corrispondenza. Il ministro Pietro Bertolini venuto a sapere della circolare convoca l’autore e gli dice “complimenti, hai avuto una bella trovata. D’ora in poi anche io pagherò i francobolli dei dipendenti del Ministero”. In realtà non è una trovata propagandistica è proprio una precisa idea di De Nicola quella di ottimizzare i costi inutili e lottare contro gli sprechi nel pubblico come nella vita privata. Negli anni 30, in cui è l’avvocato più famoso e richiesto di Napoli con fama di livello nazionale, ricopre, anche se nominalmente, l’incarico di senatore del regno e tuttavia fa la spola tra Torre del Greco e Napoli muovendosi con il treno tutte le mattine. Il treno delle 8 lo vede seduto proprio nella carrozza dietro il macchinista in terza classe, anzi se le ferrovie avessero aggiunto una quarta classe De Nicola, senza esitazioni, avrebbe occupato la carrozza più economica. Alle 8 e 30 è alla stazione di Napoli ed a piedi, con passo veloce e scattante, in pochi minuti raggiunge lo studio di Corso Umberto dove a pochi passi vi è la sede storica del Tribunale di Napoli a Castel Capuano. Non ha una carrozza personale o una delle automobili che in quegli anni iniziano a diffondersi per agevolare i movimenti. I clienti che lo incaricano per processi fuori dal Tribunale di Napoli devono sobbarcarsi l’onere di mandare una carrozza o una vettura a prendere l’avvocato allo studio per poi riaccompagnarlo. D’inverno utilizza lo stesso, sicuramente di ottima qualità, cappotto facendosi rivoltare il colletto da un apprezzato sarto della città. Per non spendere soldi inutilmente, negli anni 30, da fumatore incallito, smette di fumare all’improvviso, secondo molti proprio in occasione di un aumento delle sigarette.

Non è frequentatore della vita mondana ed è attentissimo a tutelare la propria riservata vita privata. Proprio per questo ha scelto di costruirsi una villa fuori Napoli, in una cittadina sufficientemente distante dal turbinio della città, ma non troppo da impedire di fare il pendolare quotidianamente. Pochi sono i soldi che girano anche in favore dei collaboratori dello studio che in cambio ottengono attenzione personale e grandi insegnamenti.

Finito il fascismo De Nicola è consultato dai politici liberali, in particolare da Benedetto Croce e Carlo Sforza, per ideare una soluzione di compromesso in attesa di sciogliere la questione istituzionale ed è proprio De Nicola ad ideare la figura della luogotenenza reale affidata al principe Umberto con annessa legislazione denominata appunto luogotenenziale. E’ lo stesso De Nicola, autore del particolare istituto provvisorio, a parlare con il Re Vittorio Emanule III in un burrascoso colloquio convincendo il Re ad accettare l’imposizione riuscendo il sovrano unicamente ad ottenere l’inizio della luogotenenza con la liberazione di Roma dai tedeschi. De Nicola è nominato alla Consulta nazionale, un organo non elettivo incaricato di risolvere e vigilare i problemi governativi dei governi figli del CLN che guidano il paese anche grazie all’occupazione militare americana post bellica. Nella Consulta De Nicola è eletto Presidente della commissione Giustizia ed è il padre di numerosi decreti luogotenenziali promulgati in quegli anni, alcuni dei quali ancora in vigore oggi. All’indomani dell’insediamento dell’Assemblea costituente dopo la vittoria del Referendum elettorale è necessario eleggere un capo dello stato provvisorio. De Gasperi, illuminato Presidente del Consiglio, comprende che è necessario nominare un uomo del mezzogiorno, proveniente dalle fila dei liberali per non indicare un uomo della fazione opposta quella sociaal/comunista, possibilmente monarchico tale dichiaratori durante le elezioni referendarie, che per altro sono state le prime in Italia a suffraggio universale con il voto anche delle donne. Occorre bilanciare geograficamente la classe dirigente prevalentemente settentrionale figlia della resistenza e dare visibilità ai numerosi elettori che, nonostante il fascismo ed il disastro della guerra, hanno votato per la monarchia. In un primo tempo De Gasperi pensa a Vittorio Emanuele Orlando, non coinvolto con il fascismo, mentre la sinistra social/comunista, pur condividendo l’impostazione di De Gasperi e non accettando un cattolico, fa il nome di Benedetto Croce. E’ un periodo in cui le due principali forze politiche sono accomunate al governo, ma si preparano ad affrontare le elezioni del 1948 che saranno regolatrici della Storia d’Italia e nessuna delle due compagini vuole cedere sulla questione del capo dello Stato provvisorio ipotizzando che la designazione coronata da successo possa poi portare vantaggio alla fazione che ha scelto l’eletto. Per questo sarà lo stesso De Gasperi, dopo aver bruciato varie figure di personaggi non graditi alla sinistra, a ripiegare su De Nicola che, nonostante la macchia del discorso del bivacco, incontra il gradimento della sinistra. Prima dell’elezione De Gasperi vuole sincerarsi che De Nicola, noto nel periodo prefascista come il politico delle rinunce, accetti l’incarico ed effettivamente De Nicola, proprio quando realizza che probabilmente potrebbe essere eletto già al primo scrutinio, ha un ripensamento e si pronuncia in pubblico per la rinuncia. E’ necessario anche un articolo canzonatorio di una noto giornalista dell’epoca, Manlio Lupinacci, sul “Giornale d’Italia”: “Onorevole De Nicola, decida di decidere se accetta di accettare” per conseguire la definitiva accettazione. Si arriva così al momento della votazione il 28 giugno 1946, con 396 voti su 501 votanti e 573 aventi diritto, al primo scrutinio, l’Assemblea Costituente elegge Presidente Enrico De Nicola. Molti spesso affermano, sbagliando, che De Nicola non vada considerato il Primo presidente della Repubblica dovendosi considerare l’avvocato napoletano semplicemente un Presidente provvisorio, mentre il primo Presidente va individuato in Luigi Einaudi. In realtà proprio la costituzione promulgata dallo stesso Enrico De Nicola prevede, nella prima norma transitoria, che al momento dell’entrata in vigore della costituzione italiana il 1 gennaio 1948 il Presidente provvisorio assumesse l’incarico formale e sostanziale di Presidente della Repubblica sino alle elezioni del nuovo presidente fissate nel mese di maggio del 1948. De Nicola quindi è stato Presidente Provvisorio della Repubblica dal 28 giugno 1946 al 1 gennaio 1948 quando ha assunto la carica e le funzioni di Presidente della Repubblica a pieno titolo ed è quindi di primo Presidente della nascente Repubblica Italiana.

La Presidenza della Repubblica e gli impegni successivi

E’ vero che lo stesso De Nicola a chi lo chiamava presidente, tra i politici di quel periodo, si scherniva aggiungendo “provvisorio”, ma in realtà era una forma di modestia tipica del carattere del politico napoletano che pretendeva che gli altri insistessero anche nel chiamarlo primo presidente e per questo spesso attaccava con la pantomima del “provvisorio” dopo il titolo di presidente, seppure era ben consapevole che giuridicamente andava e sarebbe stato considerato anche dai posteri il primo Presidente della Repubblica Italiana. Una forma istituzionale, quella repubblicana, che per evidente paradosso De Nicola non aveva voluto essendosi dichiarato apertamente, come anche il proprio allievo di studio Giovanni Leone pure eletto Presidente della Repubblica, per la monarchia durante la campagna referendaria istituzionale. La prima rilevante questione che De Nicola deve affrontare, ancora Presidente provvisorio dello Stato, è la questione dell’esecuzione della sentenza di condanna a morte comminata a tre imputati che si erano macchiati, secondo la sentenza definitiva, della rapina e dell’uccisione di ben dieci persone in un casale di Villarbasse nelle campagne torinesi. In effetti in un casale di campagna di proprietà di un avvocato torinese quattro soggetti mascherati sequestrarono due nuclei familiari, quello dell’avvocato Massimo Gianolli e quello degli affittuari del casale, per eseguire una rapina sapendo che il legale avesse con se ingenti somme in contanti. Proprio mentre la rapina era in corso ad uno dei banditi cadde dal volto la maschera ed una delle donne ebbe un sussulto riconoscendo nell’uomo uno dei garzoni che aveva lavorato fino a qualche tempo prima nella cascina. Per questo i banditi uccideranno tutti i presenti, tranne i bambini che non avrebbero potuto riferire l’identità dei banditi, con una esecuzione a bastonate e facendo cadere le vittime colpite a mazzate in un pozzo ed ivi abbandonate ancora in vita. Una morte sicuramente terribile che si aggiungeva al fatto che i corpi furono ritrovati solo dopo qualche settimana ed all’iniziò gli inquirenti ipotizzarono un rapimento di massa. Nonostante la piena confessione degli imputati la Corte d’Assise di Torino condannò tutti gli imputati, il 5 luglio 1946 alla pena di morte. La Cassazione, l’appello non era previsto ancora nell’ordinamento giuridico dell’epoca, confermò la condanna il 29 novembre dello stesso anno. Il fatto giuridico rilevate, che non poteva sfuggire all’avvocato De Nicola, era che l’Assemblea costituente aveva già votato per l’eliminazione dall’ordinamento giuridico italiano della pena di morte anche per reati particolarmente efferati e tuttavia la Costituzione non era ancora entrata in vigore per cui la pena di morte doveva considerarsi abrogata formalmente a far data dal 1 gennaio 1948. Si trattava, in termini giuridici, del fenomeno della successione nel tempo di leggi e dell’applicazione del principio del favor rei in caso di approvazione di norme più favorevoli al reo, un corollario del generale principio di legalità. L’ulteriore cavillo era rappresentato dalla circostanza che, seppure l’Assemblea costituente aveva già abrogato definitivamente la pena di morte, il nuovo trattamento sanzionatorio più favorevole non poteva ancora considerarsi legge sino, quantomeno, alla promulgazione della Costituzione. I tre condannati, uno dei quattro rapinatori non era arrivato a processo perché ucciso in un regolamento di conti della criminalità, inoltrarono richiesta di grazia a De Nicola adducendo oltre che suppliche umanitarie, argomentazioni giuridiche relative al fatto che l’Assemblea costituente aveva ormai approvato l’abrogazione della pena di morte e l’entrata in vigore della costituzione il 1 gennaio era solo un formalismo temporale dovendosi ritenere ormai cancellata la pena di morte dalla legislazione italiana. De Nicola anche di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica per la ferocia del delitto commesso, che vedeva tra le vittime un avvocato torinese con l’intera famiglia, e senza valorizzare la condotta processuale degli imputati, piena confessione che oggi avrebbe comportato per gli imputati almeno la concessione delle attenuanti generiche, decide per negare la grazia e per questo la sentenza è eseguita il 4 marzo del 1947 e sarà l’ultima condanna a morte eseguita in Italia. Certo un avvocato del livello di De Nicola poteva anche trovare un accorgimento migliore per salvare i principi sacrosanti della vita umana ed i fini rieducativi della pena enunciati nella costituzione ormai prossima ad entrare in vigore che sono in aperto contrasto con la pena di morte. Qualcuno aveva anche suggerito un non accoglimento della richiesta di grazia, ma un semplice differimento della pena a data successiva al 1 gennaio 1948, anche magari con qualche richiesta di approfondimento, che avrebbe reso impossibile l’esecuzione capitale. De Nicola invece è irremovibile e bisognerà aspettare il 1 gennaio 1948 per bandire definitivamente la pena capitale dal territorio nazionale.

La seconda questione, prettamente politica, fu quella che si determinò all’indomani delle dimissioni di De Gasperi nel maggio del 1947. Di ritorno dal viaggio in America dove aveva ottenuto importanti aiuti economici per la ricostruzione a condizione dell’isolamento politico dei partiti marxisti, De Gasperi decise di espellere dal governo comunisti e socialisti, avendo i numeri parlamentari per proseguire con un governo centrista. De Nicola, che ricorda il prezioso contributo elettorale ricevuto dalle forze di sinistra al momento della elezione a capo dello Stato, a sorpresa, non avalla l’operazione e non conferisce l’incarico a De Gasperi che ha rassegnato le dimissioni sapendo di ricevere un nuovo incarico su designazione delle forze politiche che vantano la maggioranza parlamentare. De Nicola incarica dapprima Orlando e poi Nitti di formare un governo che tenesse insieme i partiti di sinistra, quello cattolico e quelli liberali per mantenere in piedi lo spirito della resistenza. I due notabili liberali non riescono nell’impresa e De Nicola, suo malgrado, deve ridare l’incarico a De Gasperi che vara il suo secondo governo questa volta di ispirazione centrista con la DC alleata del PLI,PRI e PSLI. Indispettito dal mancato successo dell’iniziative proposte e dalla pronta conferma del secondo governo di De Gasperi il 25 giugno 1947 De Nicola rassegna le dimissioni dalla carica. L’Assemblea Costituente secondo la legge istitutiva non può accettare le dimissioni del Presidente provvisorio che per altro deve restare in carica solo sino a maggio dell’anno successivo e già questo basterebbe a tenere attaccato alla sedia De Nicola, ma De Gasperi consapevole del formalismo giuridico dell’avvocato De Nicola, all’indomani delle dimissioni procede ad una nuova rielezione di De Nicola che questa volta consegue nell’Assemblea Costituente 405 voti a favore su 431 votanti, maggiori consensi rispetto alla prima elezione. L’avversione verso De Gasperi, che pure in quegli anni andava affermandosi sempre di più come autentico padre della patria poiché le scelte internazionali iniziavano a dare rapidamente i frutti e le macerie della guerra ormai iniziavano a fare posto ai cantieri della ricostruzione, spinge De Nicola a nuovi attriti. Non è chiaro, neppure i principali storici sono in grado di risolvere la questione, se fosse soltanto una ripicca personale contro De Gasperi oppure una reale presa di posizione politica ed ideologica fatto sta che De Nicola avversa apertamente le scelte di politica internazionale del governo. Così dopo la conferenza di pace per la fine della seconda guerra mondiale dove l’Italia si è presentata come paese sconfitto ed è effettivamente sul banco degli imputati, De Nicola, a sorpresa, rifiuta di firmare il trattato di pace concordato con gli anglo-americani da De Gasperi. Eppure quel trattato era stato frutto di un lavoro non indifferente di De Gasperi che sentiva l’aperta ostilità degli inglesi, che avevano combattuto sul campo contro gli italiani, mentre percepiva un’apertura da parte degli americani, sensibili al fascino culturale e paesaggistico del belpaese oltre che per le pressioni dei numerosi immigrati di origine italiana ormai arrivati a rappresentare una parte importante della classe dirigente degli Stati Uniti. In una platea dove a De Gasperi era stato concesso di parlare per ultimo e dove era stato accolto in maniera ostile il politico di Trento pronuncia un memorabile discorso dove esordisce dicendo “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l'essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.[...] Ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano, ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le sue aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire.”

Il trattato certamente non entusiasmante per l’Italia che cedeva diversi territori di confine, le colonie in Africa e le isole del dodecanneso oltre al pagamento di oltre 100 miliardi di dollari all’URSS contiene la promessa, non scritta, dell’inserimento dell’Italia, a pieno titolo, nel contesto internazionale occidentale e, soprattutto, l’arrivo di sostanziosi aiuti per la ricostruzione. Naturalmente bisogna sottoscrivere ed approvare il trattato di pace e la firma finale spetta al capo dello Stato e gli americani non si accontentano di nulla di meno della firma di De Nicola, ma il Presidente della Repubblica si rifiuta di sottoscrivere il trattato. Ha fatto sapere che le cessioni territoriali sono inaccettabili. Anche le scelte di campo dell’atlantismo e nella Nato non sono condivise. Davanti a De Gasperi ed al ministro degli esteri Carlo Sforza arrivati a Palazzo Giustiani, dove a quell’epoca aveva sede la Presidenza della Repubblica, per sollecitare la firma, Enrico De Nicola ha uno scatto d’ira, non infrequente per il carattere dell’avvocato napoletano, e getta all’aria le carte da firmare in buona sostanza in faccia agli interlocutori che, visto il grande prestigio nazionale ed estero di cui gode De Gasperi, equivale ad una bestemmia per un fervente religioso. Solo un’estrema mediazione e la convinzione che, questa volta sarebbe stato davvero allontanato dalla massima carica senza possibilità di salvezza, spinge De Nicola alla firma con la postilla che non si sarebbe trattato di un avallo del trattato da parte del Presidente della Repubblica, ma di un semplice atto notarile di presa visione e trasmissione degli atti. Dopo le vicissitudini patite il povero De Gasperi comprende che il nuovo capo dello Stato, da eleggere a norma delle norme transitorie della ormai promulgata Costituzione a maggio del 1948, non può più essere Enrico De Nicola e per questo alla prima votazione impone alla Democrazia Cristiana la candidatura di Carlo Sforza che non è un democristiano ed appartiene all’aerea liberale come De Nicola. L’avvocato napoletano, al solito, dichiara pubblicamente di non voler essere rieletto, ma sottobanco aspira alla riconferma. Proprio all’inizio delle votazioni fa trasferire la camera da letto da Palazzo Giustiniani al Palazzo del Quirinale, dove pure non aveva mai voluto mettere piede durante tutta la durata dell’incarico. Un incarico per il quale aveva rifiutato di percepire l’importante indennità di funzione, aveva rifiutato di abitare al Quirinale per stabilirsi nel palazzo del senato dove di sera era capace di cucinarsi due uova al tegamino da solo ed aveva continuato ad indossare, anche da Presidente, il vecchio cappotto indicando il nome del sarto napoletano che provvedeva, alla bisogna, a rivoltare il colletto, regalando un momento di notorietà all’artigiano napoletano. Durante il periodo di presidente usava scrivere con due boccette d’inchiostro, una per firmare gli atti ufficiali, ed un'altra, che acquistava di tasca propria per scrivere la corrispondenza privata. Alla prima votazione, con sorpresa, De Nicola mantiene tutti i voti riportati all’epoca della prima elezione, 396 voti provenienti soprattutto dalle sinistre che non hanno dimenticato il tentativo presidenziale di impedire il disegno degaspariano di estromissione della sinistra dal governo, ma non sono sufficienti a garantire l’elezione del nuovo capo dello Stato che per effetto dell’entrata in vigore della Costituzione vedeva allargata la platea dei grandi elettori ovvero coloro che eleggono il Presidente della Repubblica. Il successo insperato di De Nicola sembra preludere ad una rielezione non appena, dalla quinta votazione, il quorum necessario si sarebbe abbassato alla maggioranza semplice, fanno comprendere a De Gasperi un necessario cambio di strategia per evitare di avere ancora alla carica suprema un fermo avversario. Per questo il leader democristiano abbandona la candidatura di Sforza e ripiega sulla figura di Luigi Einaudi, un professore liberale di prestigio internazionale, che ebbe successo decretando la fine del mandato di Enrico De Nicola. Al momento di lasciare la carica Enrico De Nicola destina allo Stato anche un porta sigarette d’oro regalatogli con dedica affettuosa da Evita Peron, la moglie del Presidente argentino che, forse aveva preso una cotta per il presidente italiano. De Nicola ritiene che il regalo appartenga allo Stato perché ottenuto durante il periodo di carica presidenziale.

Da presidente emerito della Repubblica Enrico De Nicola occupa lo scranno di senatore a vita, spettante di diritto alla cessazione della massima carica dello Stato. Torna a Napoli giusto in tempo per prendere parte alle elezioni per il rinnovo dei rappresentati degli avvocati nel consiglio dell’ordine di Napoli per il biennio 1948-1950. Si tratta di un incarico gratuito che vuole, nelle intenzioni di De Nicola, dare prestigio all’avvocatura napoletana. Vedere tra i consiglieri dell’ordine un presidente, il primo, emerito della Repubblica è un grande servigio per l’avvocatura napoletana. Naturalmente De Nicola cede all’avvocato Giovanni Porzio, che pure era stato diverse volte parlamentare e ministro, anche della Giustizia, oltre che amico personale di De Nicola, la carica di Presidente del consiglio dell’ordine.
Saranno i migliori anni per l’avvocatura partenopea intesa in senso ampio, ovvero non solo quella della città di Napoli, ma dell’intero distretto che, nel 1948, comprende l’intero territorio della Campania, parte della ciociaria ed il Molise. Gli avvocati sono visti con rispetto ed attenzione dal personale amministrativo e soprattutto dai magistrati che in quegli anni non godono di grandi simpatie nell’opinione pubblica e sono casi i rari di giudici che siedono in parlamento. Una dichiarazione di protesta del consiglio dell’ordine degli avvocati di Napoli, presieduto da Porzio e con consigliere De Nicola, è in grado di terrorizzare anche il magistrato più in alto in grado del distretto. Senza tralasciare i tanti, tra magistrati e personale amministrativo, che spesso avanzano legittime richieste, che oggi si chiamerebbero raccomandazioni, ai prestigiosi avvocati che guidano il foro di Napoli. L’avvocatura napoletana assume valore assoluto anche nell’intero territorio nazionale e se i napoletani incontrano scarsa considerazione soprattutto nel territorio settentrionale, al punto che agli emigranti provenienti da Napoli molti non affittano case, quando nei Tribunali del centro e del nord Italia arriva un avvocato napoletano, anche di media caratura, nessuno osa contraddirlo, spesso anche il giudice è incantato nell'ascoltare le argomentazioni. Ancora oggi la tradizione forense napoletana conserva, in tutta Italia, parte di quel prestigio che nasce proprio in quegli anni grazie all’impegno in favore della promozione della professione forense di Enrico De Nicola e di quella scuola di avvocati cresciuta sotto la guida del grande avvocato napoletano. Non è un caso che tra i primi sei presidenti della Repubblica due sono grandi avvocati napoletani, per altro allievo e maestro (De Nicola e Leone). Nonostante ormai De Nicola avesse superato i settant’anni non ha alcuna intenzione di abbandonare la politica ed, infatti, è eletto nel 1951 Presidente del Senato. Caso unico nella storia repubblicana che un ex Presidente della Repubblica successivamente accetti un incarico di rango inferiore seppure di notevole rilievo essendo il Presidente del Senato la seconda carica dello Stato con funzioni vicarie in caso di necessità. Nel 1955 De Nicola ormai abituato alle primogeniture abbandona anche la carica di Presidente del Senato per andare a presiedere la Corte Costituzionale, organo che per la prima volta vede la luce in Italia. Sarà anche il primo Presidente della Corte Costituzionale italiana. Anche in quest’ultimo incarico De Nicola dimostra appieno il carattere fermo e deciso. Infatti nel 1957 la consulta è chiamata a comporre un conflitto di attribuzione in materia di giurisdizione costituzionale con l’Alta Corte di Giustizia della Sicilia, che per via dell’autonomia costituzionale, reclama anche giurisdizione esclusiva su alcune materie. De Nicola si pronuncia per la giurisdizione esclusiva della Corte Costituzionale di cui è Presidente, ma i giudici costituzionali che decidono la controversia la pensano diversamente dando ragione alla Corte siciliana. Per De Nicola è un affronto grave alla sua persona e si dimette. A nulla vale l’invito a ritirare le dimissione proveniente direttamente dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, che nel frattempo è succeduto ad Einaudi. De Nicola risponde al Presidente con una lettera autografa nella quale ripetendo quasi ossessivamente la parola dovere, risponde di averlo compiuto nell’aver accettato la nomina alla Corte, con l’averla organizzata ed avviato il funzionamento durante un intenso anno di lavoro. Ha – del pari – compiuto il suo dovere quando si è convinto che la sua opera è divenuta dannosa per l’Organo costituzionale e poco dignitosa per se stesso, chiudendosi conseguentemente in un dignitoso riserbo e di ciò – conclude – "la mia coscienza è paga, anche se ho dovuto patire inenarrabili amarezze,... ingratitudini.. ". E’ il 3 aprile 1957 e De Nicola si ritira sostanzialmente a vita privata nella propria abitazione di Torre del Greco dove il 1 ottobre 1959 muore. Non ha fatto in tempo a compiere 82 anni. Un attacco ischemico lo ha stroncato in breve tempo.

Alla morte, come era prevedibile, non ha lasciato grosse sostanze ai propri eredi, l’unico bene di valore è rappresentato proprio dalla villa di Torre del Greco che tuttavia deve essere venduta alla Provincia di Napoli affinchè vi realizzi un museo in memoria dell’illustre abitante come da precisa disposizione testamentaria.

L’autore di questo scritto ha avuto la fortuna di frequentare, da giovane avvocato, il Tribunale di Napoli e la Corte di Appello quando ancora avevano sede a Castel Capuano. Oggi il palazzo di Giustizia è stato trasferito al centro direzionale, una struttura futuristica realizzata sulla base di un progetto di un architetto giapponese alla fine del secolo scorso. Tante volte alzando lo sguardo in alto nella sala dei busti a guardare le icone degli avvocati napoletani posizionate lungo tutto il salone quel giovane ha tardato in qualche adempimento ed ha dovuto poi correre per le scale piuttosto che per strada. Il fascino di un Tribunale dove un intero salone, che ospitava gli eventi più importati della giustizia del distretto, era riservato alla memoria degli avvocati più famosi ritratti in un busto di grosse dimensioni aveva un effetto promozionale ed appassionante verso la professione forense difficilmente descrivibile. Il pensiero correva a quei principi del foro immortalati nel gesso o nel marmo che avevano ottenuto l’onore del busto esposto insieme agli altri in quella sala e mentre si iniziava a fantasticare quasi si udivano nelle orecchie le parole, pronunciate con tono forte e preciso, di un’arringa difensiva. Fu proprio in una mattina, verso la fine del secolo scorso, di un autunno ormai inoltrato di un non meglio precisato giorno di fine secolo che un giovane avvocato, oggi ormai cresciuto, autore di questo breve saggio, passando nel salone dei busti per recarsi in un’aula di udienza, fermandosi ancora una volta incantato nel grande salone costellato da decine di busti, vide il volto severo di un uomo con i baffi scolpito nel marmo, sotto la scritta Avv. Enrico De Nicola. Tornato a casa, approfondendo chi fosse stato De Nicola, quel giovane decise che avrebbe dedicato la propria vita professionale all’avvocatura, senza esitazioni. Anche comprendendo che, soprattutto agli inizi, le difficoltà sarebbero state numerose, ma il sogno di poter far parte, anche solo idealmente e per spirito corporativo, di quel salone e di poter guardare a quelle statue come a dei padri dava senza dubbio una motivazione aggiunta. Anche per questo il ricordo di Enrico De Nicola nelle giudizio conclusivo dell’impegno pubblico del primo Presidente della Repubblica italiana non può prescindere dall’impegno che egli profuse per l’avvocatura in generale e per quella napoletana in particolare. Un ruolo che doveva avere il primato nelle aule giudiziarie anche rispetto ai magistrati che, in fondo, avevano semplicemente vinto un concorso e non dovevano confrontarsi con le necessità della società che all’avvocato si mostrava in tutte le sue sfaccettature, il delinquente abituale come il galantuomo, l’innocente come il colpevole, il ricco ed il povero. Tutti con lo stesso diritto ad essere difesi da un avvocato che doveva essere chiamato ed avvisato di eventuali arresti ad ogni ora del giorno e della notte. Un sacerdozio laico come amava ripetere Enrico De Nicola che andava rispettato ed apprezzato non solo dai clienti, ma da tutti gli altri operatori della giustizia. Il livello di prestigio dell’avvocatura italiana e napoletana in particolare raggiunta negli anni in cui calcavano le aule di giustizia l’avvocato De Nicola, i suoi colleghi ed i suoi allievi, non saranno, purtroppo mai più raggiunti dall’avvocatura nazionale e da quella napoletana in particolare.

questo scritto è coperto da diritto di autore. L'autore, Salvatore Piccolo, può autorizzare pubblicazioni parziali o totali.


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