17 Gennaio 2022
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Giovanni Gronchi, un presidente velleitario.

27-11-2021 20:00 - Storia
All’età di 92 anni, il 17 ottobre 1978 muore Giovanni Gronchi, è stato il terzo presidente della Repubblica, il primo tesserato della Democrazia Cristiana. Qualche mese prima, il 9 maggio 1978, è stato ucciso Aldo Moro dalle BR, e stranamente gli assalitori in via Fani si nascondevano dietro le siepi di un bar, il bar Olivetti, che ha a che fare con il Presidente Gronchi. Uno dei componenti del consiglio d’amministrazione della Olivetti s.p.a., la società che gestisce il bar, è Maria Cecilia Gronchi, la figlia del Presidente, ed il marito, separato da anni, Gianni Cigna è il presidente del consiglio di amministrazione. Una singolare e misteriosa circostanza che si verifica proprio alla fine di una lunga vita iniziata a Pontendera, in provincia di Pisa, nel 1887. Proprio qualche anno prima che nascesse Giovanni Gronchi a Pontedera un intraprendente imprenditore, titolare di una segheria, acquista dei terreni e vi stabilisce un deposito di legni. Ben presto il cavaliere Enrico Piaggio chiama a lavorare quei legnami i migliori intarsiatori ed ebanisti. Il figlio Rinaldo inizia a rivestire le imbarcazioni che si costruiscono nella vicina Livorno, dalle barche alle carrozze ferroviarie il passo è breve sino a quando Rinaldo inizia anche rivestire di radica gli interni degli aerei. Dopo poco Rinaldo Piaggio si mette in proprio e non si accontenta più di realizzare solo gli interni in legno degli aerei, ma acquisisce una piccola azienda di produzione meccanica della neonata aviazione. Allo scoppio della prima guerra mondiale l’azienda inizia la produzione bellica. L’azienda allarga la produzione anche agli elettrodomestici e dopo la seconda guerra mondiale inventa l’iconico scooter che segnerà un’epoca ed il successo mondiale della Piaggio, la Vespa.

La giovinezza.

Proprio all’inizio dell’epopea della Piaggio a Pontedera ha successo anche un panificio che ha un contabile che si chiama Sperandio Gronchi. Come dice il nome l’uomo è molto devoto e quando perde la moglie i suoi figli Giovanni ed Emilia, hanno rispettivamente 6 e 4 anni. Sperandio non si perde d’animo e per arrotondare lo stipendio, nel tempo libero, commercia salumi della zona. Avendo perso la moglie giovanissima Sperandio si dedica anima e corpo alla politica, ma in quegli anni la Chiesa cattolica ancora è contro lo stato liberale che ha usurpato i possedimenti del patrimonio di San Pietro mettendo fine al potere temporale dei papi. Per questo i cattolici non possono ancora impegnarsi in politica, vige il non expedit imposto da Leone XIII. Sperandio si avvicina ad un filone della chiesa cattolica che diventerà noto con il nome di modernismo. I modernisti sono una particolare componente del cattolicesimo italiano di inizio 900. Nascono sull’onda delle correnti filosofico/estetiche internazionali che pure esprimeranno a livello internazionale notevoli intellettuali, poeti, artisti ed è il movimento culturale alla base della Pop Art. In Italia il modernismo si inserisce nel filone cattolico di fine 800 in una Chiesa che tarda ad accettare i cambiamenti politici e culturali che hanno visto il papa trasformarsi, suo malgrado, da sovrano a capo religioso con limitatissima autonomia statuale. Il movimento assume ben preso accenti di protesta contro il divieto di impegno dei cattolici italiani in politica formulato dal Papa. Con l’inizio del nuovo secolo i modernisti italiani iniziano a formulare nuove tesi, non solo politiche, ma anche di apertura nei confronti del progresso e della modernità. La coniugazione tra scienza e fede è l’imperativo dei modernisti, come scrive in un mirabile saggio di inizio 900 padre Giovanni Semeria, esponente vicino ai modernisti, che dalla Liguria giungerà a fondare una scuola con annesso orfanotrofio in uno sperduto paesino della Campania (Sparanise). Il figlio di Sperandio, Giovanni, cresciuto nel frattempo nei circoli sociali cattolici frequentati dal padre frequenta il liceo classico di Pisa e dopo il diploma inizia ad avvicinarsi gli ambienti politici del padre. I modernisti di Romolo Murri che nel frattempo ha fondato la Lega Democratica Nazionale ed è stato eletto in parlamento contro il volere del papa che lo scomunica. Il giovane Gronchi tenta la candidatura al consiglio comunale di Pontendera, ma non è eletto, corre l’anno 1910. Anche come effetto della sconfitta elettorale Giovanni Gronchi, nel frattempo laureatosi in lettere alla normale di Pisa ed avviatosi all’insegnamento di filosofia nelle scuole superiori, abbandona i modernisti. Romolo Murri, per Gronchi è ormai andato oltre. Nel frattempo scoppia la prima guerra mondiale e Gronchi partecipa come ufficiale di fanteria alle operazioni militari, ricevendo ben due onorificenze sul campo; una medaglia d’argento ed una di bronzo al valor militare. Anche questo gesto di partecipare alla guerra è un atteggiamento di protesto contro le posizioni ufficiali del nascente Partito Popolare. I cattolici popolari sono, infatti, dichiaratamente non interventisti e i militanti ortodossi cercano di evitare le operazioni militari. Gronchi invece si arruola volontario e va al fronte, seguendo Padre Semeria che è cappellano militare e consigliere spirituale del Comando Supremo Militare italiano al fronte.

Il primo dopoguerra ed il fascismo.

Alla fine della grande guerra la chiesa cattolica, dopo l’esperienza traumatica di Romolo Murri che - scomunicato - abbandonò l’abito talare e si sposò, comprese che non era più possibile impedire l’impegno dei cattolici in politica ed agevola la fondazione del primo partito dei cattolici ad opera di Don Luigi Sturzo, un sacerdote siciliano che fino a quel momento è il sindaco di Caltagirone. L’atto di fondazione è stabilito per il 18 gennaio 1919 all’albergo di Santa Chiara di Roma, alla riunione partecipa anche Giovanni Gronchi al quale Don Sturzo ha perdonato l’intemerata partecipazione al fronte. L’anno successivo Gronchi è eletto deputato e subito dopo è nominato anche segretario nazionale della neonato sindacato cattolico, in quel momento Conferenza Italiana dei lavoratori (CIL) che sarà l’antesignano della CISL. Gronchi resterà in carica alla CIL per due anni sino al 1922. Purtroppo anche per effetto dell’ingresso sulla scena politica del nuovo partito dei cattolici i governi sono instabili e dopo poco tempo sono necessarie nuove elezioni. Gronchi è eletto nuovamente nelle fila del PPI e questa volta dopo la marcia su Roma il governo è affidato a Mussolini che propone, all’inizio, un governo di unità nazionale nel quale entrano anche i popolari di Don Sturzo. Al sottosegretariato all’industria è chiamato proprio Giovanni Gronchi. L’anno successivo il PPI si ritira dal governo ed i deputati popolari sono messi al bando e dichiarati decaduti. Per Don Sturzo nel 1924 si apre la stagione dell’esilio voluto dal regime fascista e Gronchi è chiamato insieme a Spataro e Rodinò a reggere la segretaria nazionale del partito popolare. Per il politico di Pontedera l’avversione al fascismo comporta anche l’impossibilità di riprendere l’insegnamento abbandonato dopo l’elezione in parlamento. Tornano utili i vecchi consigli paterni del buon Sperandio e Giovanni Gronchi, nei lunghi anni del fascismo, sbarca il lunario come rappresentate di commercio. Ancora prima della caduta del duce Alcide De Gasperi convoca una decina di personalità provenienti dal vecchio PPI, dal sindacato cattolico e dall’associazionismo e fonda la Democrazia Cristiana. Gronchi è tra questi e sono anni di clandestinità e di sostegno alla resistenza ed in particolare alle formazioni cattoliche. In questi anni Gronchi conosce un valoroso partigiano che, piano piano, ha scalato le gerarchie militari delle formazioni combattenti bianche sino a divenire il capo: quel combattente si chiama Enrico Mattei. Con la caduta del fascismo e l’occupazione degli alleati nascono i primi governi e Gronchi è nominato Ministro dell’industria dei due governi di Bonomi e poi anche del primo governo di De Gasperi. In quest’ultimo ruolo, poco prima delle elezioni del 1948, Gronchi affida all’amico Mattei l’incarico di liquidare l’Agip, ritenuto un vecchio carrozzone improduttivo e di vendere i progetti e le attrezzature agli americani, che sono interessati all’acquisto anche per eliminare un concorrente. All’atto della nomina di Mattei è presente anche De Gasperi in persona che raccomanda la liquidazione immediata dell’ente di Stato. Enrico Mattei, invece, farà di testa sua.

L’elezione a presidente.

Proprio quando il nuovo partito dei cattolici deve strutturarsi ed affrontare le prime elezioni libere, le prime in assoluto a suffragio universale, del 18 aprile 1948 inizia a manifestarsi una peculiare caratteristica poi allargatasi, come un virus, anche agli altri partiti. La divisione interna e la creazioni di gruppi, strutturati come se fossero piccoli partiti all’interno di uno più grande, genera la prima rilevante corrente della DC che si schiera apertamente contro il gruppo dirigente di De Gasperi. Intorno ad un professore universitario giovane e di grande cultura, Giuseppe Dossetti, si raduna un gruppo dirigente fatto di uomini che hanno in comune la preparazione culturale e, spesso, l’insegnamento universitario, sono definiti dai critici i “professorini”, tra questi Fanfani, La Pira, oltre ad un giovanissimo Aldo Moro che aderisce alla Democrazia Cristiana con una lettera di raccomandazione del vescovo di Bari che lo candida alle elezioni per l’Assemblea Costituente nella quota destinata ai giovani designati dalla curia diocesana. Nel gruppo dei professorini l’unico esperto che aderisce alla corrente di sinistra della DC, unico a non essere un accademico, è proprio Gronchi che assume il ruolo di “grande vecchio” di un gruppo politico per il resto caratterizzato dalla giovane età degli aderenti. Gronchi è eletto all’Assemblea Costituente nel 1946 e poi entra in parlamento nel 1948, arriva in parlamento insieme a Gronchi anche Enrico Mattei, ma il petroliere rimarrà in parlamento solo per una legislatura pur rimanendo fedele sostenitore della DC ed in particolare di Gronchi. La corrente di sinistra capeggiata da Dossetti che prende il nome di critica sociale, ereditando il nome della rivista politica fondata dallo stesso professorino, esprime da subito posizioni di forte contrasto contro la linea ufficiale del partito. De Gasperi è un vero capo, leader indiscusso del partito ed apprezzato sia in Italia che all’estero, e non è semplice contrastarlo. Da autentico statista De Gasperi non utilizza, soprattutto nella guida del partito, metodi spicci o ritorsivi e per questo alla corrente dossettiana sono riservati comunque incarichi di rilievo nel partito e nel governo che dalla fine della guerra in poi vede la DC come partito centrale. Dossetti, all’inizio, è associato alla segreteria del partito con l’incarico di vicesegretario, ma poi deluso anche da alcuni suoi amici di cordata, inizia a manifestare l’insorgere di una crisi mistica che inizialmente lo porta alle dimissioni dal parlamento e successivamente a prendere i voti da sacerdote abbandonando anche l’insegnamento universitario. La leadership della corrente di sinistra, ormai chiamata “Iniziativa Democratica”, è assunta da Fanfani e Gronchi scala ben presto le posizioni pronto a contendere la posizione di guida allo stesso Fanfani. Nel primo congresso della Democrazia Cristiana Gronchi arriva a contestare apertamente De Gasperi, fatto che ai più sembra assomigliare ad un sacrilegio. Non contento della posizione critica assunta contro De Gasperi, Gronchi fonda addirittura un quotidiano di cui diviene direttore, chiamato “Libertà” ( riprendendo la scritta latina, Libertas, presente nello scudocrociato democristiano), che pubblica articoli apertamente ostili alle politiche principali del governo De Gasperi. Il giornale è definito dalla direzione della DC “un quotidiano di opposizione”. Le critiche anche forti di Gronchi arrivano al punto da definire la vittoria del 1948 contro il blocco delle sinistre, storica e larga, come “il più grosso equivoco dei ceti conservatori, industriali e agrari”. Le critiche riguardano anche e sopratutto le alleanze internazionali compreso il patto atlantico e la Nato. Tutta la corrente, di cui Gronchi è sostanzialmente l’ispiratore mentre Fanfani l’organizzatore, propone - già nel 1948 - una politica di alleanza con il partito socialista di Nenni. Siccome, abbiamo detto, De Gasperi è un politico di altissimo valore, Gronchi non viene espulso dal partito, come sarebbe accaduto normalmente, ma è eletto Presidente della prima Camera dei Deputati del parlamento repubblicano. Incarico nel quale sarà riconfermato anche nella seconda legislatura. L’idea di De Gasperi è che, innalzato alla terza carica dello Stato, Gronchi avrebbe rinunciato alla politica attiva e di partito assumendo toni maggiormente conciliativi con lo statista che ormai è diventato autentico padre della patria, in odore di santità già in vita (effettivamente dopo la morte la chiesa ha promosso la causa di beatificazione per De Gasperi). La mossa di De Gasperi sembra aver dato i suoi frutti e durante gli anni in cui Gronchi ricopre l’incarico di Presidente della Camera dei Deputati le uscite politiche, quelle che oggi si chiamano esternazioni, del politico toscano sono rare seppure mai concilianti con le posizioni atlantiste e sempre protese alla ricerca di una politica di alleanza interna con le formazioni di sinistra, almeno con i socialisti. Poco prima del termine del mandato di Einaudi muore De Gasperi e la strada per il colle sembra aprirsi come un’autostrada per Gronchi. In effetti già De Gasperi prima di morire, meno di un anno prima della scadenza del mandato di Einuadi, aveva chiarito come la massima carica dello Stato spettasse ad un democristiano. Il ragionamento di De Gasperi era stato che i primi due presidenti erano stati scelti tra le fila liberali proprio per evitare un accentramento del potere nelle mani democristiane. Tuttavia il partito dei cattolici era largamente il primo partito italiano e doveva rivendicare la presidenza almeno alla terza battuta. In realtà il politico trentino pensava probabilmente a suggerire una candidatura direttamente della propria persona che ormai in quel periodo sembrava aver perso la forza e la brillantezza dei primi anni del dopoguerra ed aveva dovuto cedere l’incarico di Presidente del Consiglio ricoperto dal 1946 sino al 1953. La prematura scomparsa di De Gasperi spiana a Giovanni Gronchi la candidatura per il Quirinale. Alla vigilia delle elezioni per la massima magistratura il politico di Pontedera parte dalla carica istituzionale di Presidente della Camera, incarico ricoperto sin dal 1948. Gronchi non immagina che proprio alla vigilia delle elezioni, Amintore Fanfani, che nel frattempo, anche approfittando del ruolo istituzionale di Gronchi, ha assunto la leadership della corrente di sinistra, la pensi diversamente. Fanfani in effetti ha portato la corrente di sinistra, ormai denominata Iniziativa Democratica, a raggiungere la maggioranza all’interno del partito, sconfiggendo il gruppo di politici che intendevano proseguire l’esperienza degasperiana, nel senso del rigoroso atlantismo e dell’europeismo, capeggiati da Mario Scelba e dove ha iniziato a militare anche Andreotti, allievo e delfino di De Gasperi. Fanfani pensa che Gronchi, esponente di punta della corrente di sinistra, una volta eletto possa comportare come effetto collaterale, non voluto, l’impossibilità di assumere la carica di presidente del consiglio raggiunta seppure per poco tempo, dopo un lungo inseguimento, dal politico aretino. Propone quindi come candidato della DC invece di Gronchi, Cesare Merzagora. E’ una candidatura insidiosa perché Merzagora è il Presidente del Senato e quindi superiore, nella gerarchia istituzionale, a Gronchi, ma non è propriamente democristiano. E’ infatti eletto nelle liste democristiane, ma come indipendente e non milita in alcuna corrente. Proprio la corrente di Fanfani, quella di sinistra, non digerisce la scelta del segretario della DC e capocorrente, e da subito alle votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica i democristiani di sinistra iniziano a votare per Gronchi che ben presto attira sulla sua persona anche i voti della sinistra vera e propria a cominciare dai socialisti, questi ultimi aderiscono all’iniziativa con lo scopo di piantare una grana in casa DC. Fanfani tenta di convincere Gronchi a ritirare la propria candidatura, ma Gronchi non si lascia convincere anche perché l’argomento principale era proprio la carriera politica di Fanfani e così Il 29 aprile 1955, al quarto scrutinio, Gronchi è eletto Presidente della repubblica con 658 voti su 883.

Il settennato al Quirinale.


Alla candidatura alla Presidenza ha contribuito con l’influenza necessaria Enrico Mattei, che è tra i più attivi finanziatori della corrente di sinistra della DC. Mattei, che ha rifiutato di liquidare l’Agip ed ha fondato l’ENI, comprende che gli americani, pur validi alleati militari, sotto il profilo degli accordi economici perseguono principalmente i propri obbiettivi che spesso possono configgere con quelli nazionali. In particolare gli States osteggiano l’intraprendenza del petroliere di Stato italiano che ha stravolto il mercato internazionale con una semplice mossa. Ha proposto ai paesi arabi provvigioni pari al 75 per cento in luogo del 50 offerto dalle aziende americane e britanniche che hanno il monopolio. Le aziende anglofone che lo stesso Mattei battezza “le sette sorelle” sono naturalmente sostenute nella loro azione dal governo statunitense e Mattei comprende che per andare avanti deve ottenere sostegno aperto alle proprie operazioni commerciali dai politici italiani. Il grande genio di Mattei consentirà alle aziende italiane di accedere all’energia necessaria per il boom economico. Il partigiano democristiano punta molto su Gronchi che già nel 1948 ha apertamente osteggiato gli accordi atlantici voluti da De Gasperi sull’esempio del capo corrente Dossetti che, da vicesegretario, è l’unico che vota contro il patto atlantico nella Direzione Nazionale della DC. L’ottima riuscita dell’operazione politica che porta Gronchi al Quirinale vede esultare apertamente Mattei che prefigura un cambio di rotta anche della politica estera italiana. Gronchi si insedia al Quirinale all’età di 68 anni e porta con se la seconda moglie, sposata dopo aver perso molto presto la prima, Carla Bassentini che è di 25 anni più giovane del marito. La coppia ha avuto due figli, la già citata Maria Cecilia e Mario. Proprio all’indomani dell’insediamento il capo del governo Mario Scelba, che è stato incaricato dal precedente Presidente Einaudi, rassegna per garbo istituzionale, in pratica per mera formalità, le dimissioni e con sorpresa di tutti Gronchi le accetta. In mente ha l’idea di nominare un uomo della sinistra DC. Naturalmente di fronte all’indisponibilità di tutti i consultati ad accettare un nuovo incarico, Gronchi è costretto a fare marcia indietro riaffidando l’incarico a Scelba. Il settennato è caratterizzato da una politica estera del Presidente autonoma e spesso in contrasto con quella ufficiale del governo. Invano Gronchi tenta di aprire a sinistra prima del tempo. Ad un certo punto organizza per suo conto, senza tenere in considerazione gli orientamenti del governo, un viaggio a Mosca. Gronchi si era, in precedenza, ufficialmente dichiarato per l’unificazione della Germania e per la fine della guerra fredda con una giusta mediazione tra le istanze dei due blocchi contrapposti. Queste idee, pensa Gronchi, possono fare breccia a Mosca, ma l’URSS non è la DC. Se i democristiani consideravano di sinistra unificare la Germania e decretare la fine della guerra fredda, a Mosca ridono apertamente di queste proposte. Gronchi se ne accorge nel febbraio del 1960 quando, accolto a Mosca da Nikita Kruschiov, è apertamente deriso dal leader sovietico che si dice d’accordo all’unificazione della Germania, ma a condizione che quella occidentale rinunzi alle istituzioni democratiche, mentre per la guerra fredda Krusciov propone un finale diverso come evento terminale: la vittoria del blocco comunista. Tornato in Italia il Presidente tenta la mossa interna ovvero una immediata svolta a sinistra del governo avendo costato che a livello internazionale le prospettive sono molto complicate e per questo, in aperto contrasto con il partito della Democrazia Cristiana, alla prima crisi di governo incarica un fedele deputato della corrente di sinistra : Ferdinando Tambroni. Tambroni è un oscuro deputato militante nelle fila della sinistra DC riceve da Gronchi precise istruzioni di formare un governo di sinistra che è subito battezzato, dalla stampa, come “governo del Presidente”. E’ il primo caso nella storia repubblicana che un Presidente della Repubblica nomini un capo del governo scegliendolo direttamente tra personalità di suo gradimento e non seguendo le indicazioni dei partiti affidando all’interessato un preciso incarico politico. Il paradosso dell’operazione è che Tambroni, incaricato da Gronchi di formare un governo di sinistra, non riesce a coinvolgere nel governo le forze di sinistra e, per guadagnare tempo, deve formare un monocolore democristiano dove la sinistra è rappresentata, soltanto, da tre ministri provenienti dall’area della corrente della sinistra interna al partito. I tre Giorgio Bo, Fiorentino Sullo e Giulio Pastore, che proveniva dal sindacato cattolico CISL, dopo poco si dimettono. E’, infatti, accaduto che Tambroni, probabilmente consigliato dai maggiorenti democristiani, non ha negato il consenso per la celebrazione di un congresso del MSI nella città di Genova. Il MSI è considerato una formazione ancora legata all’esperienza del ventennio, mentre Genova è una città che vanta un forte contributo alla resistenza. Inevitabili sono gli scontri di piazza che contano anche dei morti. Tempo dopo si saprà che Tambroni, inviso al correntone doroteo, aveva chiesto consiglio al segretario della DC su come comportarsi in ordine alla richiesta del MSI di tenere il congresso a Genova. Alla segreteria della DC si è da poco insediato Aldo Moro che è stato eletto come diretta conseguenza degli accordi del convento di Santa Dorotea. Un convento nel quale si sono dati appuntamento tutti i principali esponenti della DC che nutrono ostilità verso Fanfani, reo di aver accentrato in se stesso la carica di segretario del partito e di Presidente del Consiglio. Al convegno accorrono gli stessi amici di corrente di Fanfani, tra questi Moro, Rumor, Segni, nasce una nuova corrente subito chiamata dorotea in onore della santa patrona del convento e Moro assume la carica di segretario del partito. Il neo segretario fa capire all’inesperto Tambroni, che pure sulla carta doveva essere maggiormente di sinistra rispetto a Moro ed ai dorotei, che bisogna dare un segno di disponibilità alla destra viste le intenzioni di procedere ad una apertura governativa a sinistra. D’altra parte se il progetto Tambroni avesse avuto successo e i socialisti si fossero, andando avanti nell’esperienza di Tambroni, associati al governo l’apertura a sinistra della DC si sarebbe realizzata senza il consenso della pancia doreta del partito e questo avrebbe potuto anche comportare l’estinzione anticipata del correntone che invece è nato con grosse ambizioni solo nel 1958. Inutile dire che tanto Tambroni che Gronchi non godono dell’appoggio internazionale degli Stati Uniti che si sono tranquillizzati solo dopo l’esito esilarante del viaggio a Mosca di Gronchi che quindi giudicano inoffensivo perché sostanzialmente velleitario. I fatti di Genova con le conseguenti dimissioni dei ministri della sinistra interna decretano la fine del governo Tambroni e delle velleità di Gronchi di procedere con iniziative “presidenziali”. Successivamente, avvicinandosi la scadenza del settennato, il Presidente inizia una strategia del silenzio nel tentativo di guadagnare una rielezione. I nemici di Gronchi affermeranno che Enrico Mattei avesse stanziato circa un miliardo di lire per corrompere i grandi elettori in favore di Gronchi, ma dopo le iniziali schermaglie dove pure il presidente uscente riesce a guadagnare decine di consensi, la ricandidatura del presidente uscente fallisce. Al momento decisivo dell’abbassamento del quorum, Aldo Moro ,segretario della DC, lancia la candidatura vincente. In realtà già all’atto costitutivo della corrente dorotea i patti di potere tra i partecipanti alla scissione dal gruppo fanfaniano hanno ben definito le posizioni di comando disponibili. Alla segreteria va Moro con il mandato di eseguire le decisioni prese al convento di Santa Dorotea: alla Presidenza del Consiglio deve andare Mariano Rumor, sostituendo Fanfani, mentre al Quirinale deve andare Antonio Segni. Così alla nona votazione, il 6 maggio 1962, il politico sardo con 443 voti su 842 votanti è eletto Presidente e Gronchi si accomoderà tra i banchi del senato con incarico a vita, come previsto dalla Costituzione.

Giudizio storico e racconti inediti.

Indro Montanelli, impareggiabile cronista di quegli anni, chiamerà l’Italia che vede Gronchi al Quirinale come “L’Italia dei due Giovanni” sottolineando come l’affetto popolare era tutto diretto a Papa Giovanni XXIII che era stato eletto proprio durante il settennato di Giovanni Gronchi, mentre il Presidente della Repubblica appariva una carica ancora ingessata tra i formalismi di una giovane Repubblica che non aveva dimenticato l’esperienza del sovrano regnante. Gronchi aveva tentato di rompere i formalismi protocollari soprattutto per tentare di proseguire una visione politica che lo vedeva un democristiano, per certi versi, anomalo, mentre era rimasto fedele alla rigidità della carica. Contestatore dell’egemonia di De Gasperi e propugnatore di un’alleanza tra sinistra social-comunista ed i cattolici quando arrivò alla massima carica tentò di realizzare le proprie idee. Dimenticando che la massima carica istituzionale era stata prevista come una sorta di notariato della Repubblica, Gronchi si rese ben presto protagonista di intemerate uscite politiche che piuttosto che andare nella direzione voluta sortirono effetti esattamente opposti e per questo è ricordato come un Presidente velleitario sotto il profilo dell’azione politica. La stessa avversione nutrita nei confronti di De Gasperi appariva ai contemporanei ed ancora di più ai posteri come una illogica linea politica effettivamente velleitaria anche in considerazione dello spessore dell’avversario. Attaccava De Gasperi, ma odiava essere preso in giro. Quando nel giugno del 1959 arrivò in Italia in visita ufficiale il Presidente francese Charles de Gaulle, Gronchi ospitò l’omologo transalpino con la moglie al Teatro dell’Opera di Roma. Proprio mentre il Presidente italiano si stava per sedere dopo che l’orchestra aveva intonato l’inno nazionale purtroppo non trova la sedia dietro di se, per un errore del cerimoniale, e Gronchi cade a terra tra l’ilarità dei presenti compreso de Gaulle. Nonostante la scena fosse stata vista da tutti i presenti e avesse provocato una fragorosa risata, non tanto di scherno quanto per la naturale ilarità che provocano scene simili, Gronchi chiama il ministro degli interni e fa imporre la censura di Stato sulla vicenda. I giornali pertanto non danno la notizia dello “scivolone” presidenziale. Accade invece che due comici che intrattengono i telespettatori della televisione di Stato, appena nata, decidono di riproporre la vicenda con un esilarante sketch. I due comici, Raimondo Vianello ed Ugo Tognazzi, saranno epurati dalla Rai per diverso tempo e dovranno faticare non poco per farvi ritorno. La particolarità del personaggio Gronchi ha anche alimentato sospetti che dietro il più grande errore della filatelia mondiale vi fosse stato direttamente lo zampino del Presidente. Era accaduto che durante un viaggio in Perù del Presidente Gronchi ormai avviato alla conclusione dell’incarico presidenziale le poste avessero predisposto un francobollo, rosa di colore di fondo, per celebrare il viaggio che sarebbe stato l’ultimo del settennato oltre i confini nazionali. Con enorme sorpresa i confini del Perù, evidenziato nella mappa riportata sul francobollo, erano errati, dopo un giorno di vendita il francobollo fu ritirato non senza proteste ufficiali dello Stato sudamericano. L’errore ha fatto lievitare il valore del francobollo, che ha preso il nome di “Gronchi rosa”, ed i circa 70.000 pezzi venduti nell’unico giorno prima del ritiro possono arrivare a costare oltre 30.000 euro l’uno. Non esistono evidenze che effettivamente l’errore fosse stato suggerito dal Presidente per fini speculativi, ma il fatto stesso che furono messe in giro voci simili rendono la cifra di un personaggio senza dubbio sui generis. Nel 2007 il regista Mario Monicelli al Festival del Cinema di Venezia ripropose nuovamente la vicenda del “Gronchi Rosa” attribuendo l’errore ad una furbata del Presidente e questa volta la figlia Maria Cecilia si è affidata alla carta bollata per tutelare la memoria del padre. Il Tribunale, dopo due anni, ha dovuto dichiarare il non luogo a procedere per intervenuta remissione di querela. La figlia di Gronchi ha infatti, nel 2009, rimesso la querela presentata contro l’anziano regista che nel 2009 aveva ormai 94 anni. Sarebbe stata l’occasione per comprendere, dopo 40 anni e più, la fondatezza dei sospetti sul “Gronchi Rosa”. Come abbiamo accennato all’inizio, dopo la morte di Aldo Moro si scoprì che il bar dove si nascondevano i brigatisti in attesa del convoglio in via Fani, il bar Olivetti, vedesse la figlia del Presidente Gronchi e l’ex marito come soci. In effetti è singolare che per gestire un bar si scelga la forma della società di capitali ed ancora di più che per amministrare la società si nomini un consiglio di amministrazione. In quel consiglio di amministrazione oltre al vecchio proprietario del bar, Tullio Olivetti, sedevano Maria Cecilia Gronchi e l’ex marito Gianni Cigna. La società Olivetti s.p.a. qualche anno prima dell’eccidio di Moro è addirittura fallita nonostante che il Presidente del c.d.a. Gianni Cigna avesse già dimostrato grandi competenze finanziarie fondando con Laura Biagiotti, già compagna ufficiale da tempo, un impero commerciale nel settore della moda. Anche nella nomina dell’unico senatore a vita Giovanni Gronchi ha voluto lasciare il segno. Nel 1957, infatti, il Presidente della Repubblica nomina senatore a vita Giuseppe Paratore, un politico liberale siciliano che eletto Presidente del Senato nel 1952 durante le proteste parlamentari contro la legge truffa, la nuova legge elettorale voluta da De Gasperi per dare un premio di maggioranza alla coalizione che avesse riportato il 50 per cento dei voti, decide di compiere il forte gesto di dimettersi dalla carica di presidente e dal senato dopo solo un anno di presidenza. Paratore dopo le dimissioni del 1953 non era stato più eletto, mentre De Gasperi era ormai morto nel 1954. Ai molti la nomina a senatore a vita di Paratore che aveva l’unico merito storico di essersi dimesso per protesta durante le fasi di approvazione della legge voluta da De Gasperi apparve come un ulteriore schiaffo a De Gasperi, colpo assestato quando ormai il politico trentino era già defunto.

Ancora poco chiara è la vicenda dello scandalo del SIFAR di De Lorenzo. Il generale a capo del servizio segreto a partire dal 1955 iniziò un’imponente opera di schedatura di tutti i politici, i rappresentati sindacali e gli alti prelati. Ben 157.000 persone furono schedate dal servizio segreto italiano con analisi dettagliate di tutti gli aspetti della vita dell’interessato. Per fare un esempio di Saragat la scheda annotava la marca e la quantità di alcolici consumati dal politico quotidianamente. La vicenda esplose nel 1967 e fu istituita una commissione d’inchiesta che appurò un diretto coinvolgimento di Gronchi nella vicenda. Secondo autorevoli studiosi il generale De Lorenzo aveva fatto credere al Presidente che esistesse un piano elaborato dalla Francia, attraverso dei gruppi paramilitari, di rapire la massima carica dello Stato e segregarla in Corsica. Lo stesso episodio della caduta a teatro non era casuale, ma era stato lo stesso de Gaulle a togliere la sedia per screditare il Presidente Gronchi. Le iniziative politiche nazionali ed internazionali del politico di Pontedera si erano risolte negativamente come abbiamo visto e Gronchi effettivamente dette credito a De Lorenzo avallando e tutelando il generale nell’enorme opera di schedatura di tutta la classe dirigente italiana, di prima, seconda e terza fascia. Le uscite internazionali di Gronchi contrarie agli orientamenti atlantici lasciano supporre che il Presidente, in piena guerra fredda, era sicuramente in contatto oltre che con De Lorenzo al vertice dei servizi segreti nazionali anche con i servizi di sicurezza stranieri e probabilmente anche con quelli sovietici, essendo impensabile l’organizzazione di un viaggio a Mosca senza contatti simili.

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