17 Gennaio 2022
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Giuseppe Saragat, il primo socialista al Quirinale.

11-12-2021 02:17 - Storia


Pochi minuti dopo l’elezione a Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat andò a portare un mazzo di fiori sulla tomba della moglie, Giuseppina Bollani, seppellita al cimitero del Verano a Roma. I due si erano conosciuti quando lei aveva 26 anni e lui 27. Una vita, sino a quel momento, vissuta insieme. Molti dolori e poche gioie soprattutto nei primi decenni. L’esilio e la lotta antifascista come cemento di una devozione che Giuseppina nutriva per il coniuge. In esilio la donna quando incontrava un italiano per prima cosa domandava :”Sei a favore o contro Saragat?”. Nonostante il forte legame con il marito una sola cosa aveva preteso la donna: di conservare la fede religiosa. Saragat era ateo. Spesso Giuseppina ripeteva al marito che doveva ripensare a questa cosa e continuava a praticare la messa tutte le domeniche. Quando a soli 62 anni Giuseppina morì, dopo un malessere non meglio individuato, in poco tempo e nonostante il ricovero al Gemelli probabilmente per via di una crisi cardiocircolatoria, Saragat, che aveva già conseguito incarichi di rilievo, ma non ancora la suprema magistratura, rimase colpito pesantemente dalla perdita subita. Non aprì bocca per diversi mesi, neppure alle riunioni di partito. Fu a questo punto che iniziò un lungo colloquio con padre Virginio Rotondi. Un sacerdote che si occupava di politica senza disdegnare comizi di piazza in favore della Democrazia Cristiana. Si sceglieva, soprattutto nella cruciale campagna elettorale del 1948, le piazze rosse per eccellenza e li andava ad arringare la folla, all’inizio apertamente contraria, per “convertirla” alle ragioni del cattolicesimo che in politica, soprattutto in quegli anni, significava votare DC. Rotondi aveva poi assunto sempre più ruoli di rilievo come assistente spirituale di Gronchi, di associazioni sindacali ed una intensa produzione saggistica spesso affidata a quotidiani e settimanali. Fece scalpore nel 1957 la conversione di Curzio Malaparte, un comunista duro e puro, che sul letto di morte si convertì al cattolicesimo e ricevette i sacramenti proprio per mano di padre Virginio Rognoni. I colloqui tra Saragat e padre Rotondi si intensificano ed effettivamente il politico piemontese si converte, inizia ad andare a messa. Siamo alla vigilia delle elezioni per la Presidenza della Repubblica del 1962, dopo la presidenza democristiana di Gronchi in molti credono che possa salire al Quirinale un uomo di sinistra, che possa conseguire i voti dell’intero schieramento social-comunista e magari qualche voto democristiano in libera uscita. La notizia della conversione di Saragat che era stato dichiaratamente ateo sino a quel momento si diffonde e Saragat teme che si tratti di una manovra politica per fargli perdere i voti dei comunisti. E’ costretto ad una conferenza stampa nella quale nega la conversione. Non servirà a vincere le elezioni del 1962 e neppure sappiamo se fosse stata decisiva per le elezioni del 1964, invece vinte. Successivamente si saprà che la conversione era reale ed effettiva, ma Saragat dispose che fosse resa pubblica solo al momento della morte, per rispetto ai tanti militanti d’area socialista che lo avevano sempre sostenuto. Questa almeno la spiegazione ufficiale. Affiderà per questo proprio a padre Rotondi l’incarico di differire la pubblicità della conversione «Quando verrà la mia ora, dò a lei l’incarico di pensare a tutto ciò che riguarda tutti, della mia fede cristiana, cattolica». Un desiderio che verrà totalmente esaudito nel giugno del 1988, con la morte del politico socialdemocratico.

Nascita e giovinezza.

Saragat era nato era nato a Torino il 19 settembre 1898. All’anagrafe i genitori avevano imposti i nomi di Giuseppe, Efisio e Giovanni. Giovanni era anche il nome del padre di Saragat che era di professione avvocato. Un avvocato di discreto livello, che dalla Gallura in Sardegna, precisamente da Sanluri aveva deciso di provare a conquistare il foro di Torino ritenuto migliore anche per prospettive di crescita professionale. L’avvocato Giovanni Saragat abbandona la Sardegna e si trasferisce a Torino nel 1882. La decisione è coraggiosa perché nell’originario centro gallurese di Sanluri il padre di Giovanni Saragat, il nonno del futuro Presidente, è invece un avvocato con uno studio ben radicato, ha svolto anche le funzioni di consigliere comunale. Ancora oggi al cimitero di Sanluri sul sepolcro dell’avvocato Pietro Saragat è possibile leggere l’epigrafe commemorativa: "Rammenti questo marmo alla memoria vostra il cavaliere avvocato Pietro Saragat che, con ferrea volontà, coltura, agiatezza, onorifiche cariche conquistò cattivandosi con spassionato altruismo stima, rispetto, gratitudine”. Proprio Pietro Saragat aveva scelto di cambiare il nome che all’origine era Saragattu, un nome che esprimeva chiaramente origini galluresi, dapprima in Saragato e poi in Saragat. Il foro di Torino, come prevedeva l’avvocato Pietro, non era proprio semplice da conquistare, ma la testardaggine di Giovanni fa in modo che oltre ai procedimenti penali, il padre del Presidente della Repubblica inizi a praticare anche il mondo del giornalismo, per le cronache giudiziarie dell’epoca e, alla bisogna, occupandosi anche di impaginare graficamente i giornali, poligrafico a sostegno delle tipografie.

A Torino Giovanni Saragat sposa Ernestina Stratta che è la figlia di un rinomato ed affermato pasticciere titolare di un negozio, tuttora esistente, sotto i portici di piazza San Carlo. Gli artigiani, all’origine solo confettieri, erano stati i fornitori ufficiali della casa reale e di Camillo Benso conte di Cavour. L’avvocato Saragat inizia a scrivere anche libri ispirati alle cronache giudiziarie seguite per la Gazzetta Piemontese e poi si diverte come umorista, pubblica spesso articoli ironici utilizzando lo pseudonimo di Toga – Rasa, un nome che bene sottolinea le aspettative di Giovanni Saragat per il futuro della professione.

Forse anche per questo che al figlio Giuseppe viene sconsigliata la carriera forense. Dopo le scuole medie il giovane Giuseppe è avviato agli studi di ragioneria. Proprio in questo periodo in un incidente di montagna, che molto piaceva al padre, perde la vita il fratello primogenito. Ultimati gli studi di ragioneria nel 1916, a soli diciott’anni, Giuseppe Saragat parte volontario per la prima guerra mondiale ed è avviato al fronte dapprima come soldato semplice per poi accedere al corso per ufficiali conseguendo il grado di tenente di artiglieria. Il fronte dove combatte è quello del Carso ed il giovane Saragat si distingue per coraggio al punto da ottenere la croce di guerra al valor militare. In quel periodo le posizioni delle forze politiche sono molto variegate. I socialisti sono contro la guerra, mentre, ovviamente, la sostengono le forze di governo. Alla vigilia dell’entrata dell’Italia nel conflitto mondiale, che si poneva l’obbiettivo di recuperare i territori irredenti quasi come un prosieguo delle guerre d’indipendenza, il quotidiano del partito socialista è diretto da un certo Benito Mussolini che per primo pronuncia l’affermazione di “neutralità assoluta”. Invece al conflitto parteciperanno direttamente lo stesso Mussolini, che per questo verrà espulso dal partito socialista, Pietro Nenni all’epoca ancora esponente del partito repubblicano, Sandro Pertini e lo stesso Saragat che invece era giovanissimo probabilmente ancora senza una precisa formazione politica. Congedato dal fronte, dopo aver conseguito l’onorificenza al valore, anche per essere stato ferito (lievemente) in battaglia Saragat riprende gli studi e si iscrive alla facoltà di Economia dell’ateneo torinese. Il 17 luglio del 1920, a 22 anni, consegue la laurea in scienze economiche e commerciali e dopo pochi giorni ottiene un impiego presso la Banca Commerciale Italiana. L’esperienza del fronte lo ha molto avvicinato alle posizioni socialiste e nel 1922 aderisce al partito socialista nella versione turatiana. In effetti il movimento operaista italiano si è sempre caratterizzato da una forte discussione interna che spesso assume toni accesi. All’indomani della fine del conflitto mondiale i socialisti italiani erano attraversati da diverse tensioni interne spesso alimentate da lievi differenze circa la difesa delle classi operaie. Il partito madre fondato da Filippo Turati che aveva tratto linfa ideologica dalla compagna di militanza e sentimentale Anna Kuliscioff introduceva in Italia il marxismo ovvero l’elaborazione delle teorie economiche, di scuola liberale, secondo le critiche specifiche dettate per evitare lo sfruttamento del proletariato. Il partito socialista, fondato da Turati nel 1895, quando ancora la lotta politica era sostanzialmente riservata ai possidenti essendo necessario il requisito del censo per poter votare, era di fatto l’unico partito interclassista esistente. In pratica chi non apparteneva ad un ricca famiglia non aveva altra alternativa, per iniziare a fare politica, che militare nel partito socialista che ben presto si caratterizzerà, sulla base dell’ideologia marxista, anche con connotati di forte anticlericalismo e netta opposizione alla religione in generale ed a quella cattolica in particolare. Il partito dei cattolici sorge solo ai principi degli anni 20 del 900 proprio quando la Chiesa si rende conto di essere assediata, sul fronte politico, oltre che dai liberali di governo che erano eredi di coloro che avevano tolto la corona dalla testa del papa anche dai socialisti che avevano sostituito i vangeli e la bibbia con le letture, teoriche ed astratte, della “Critica del Capitale” di Marx ed Engels. Il partito socialista è quindi affollato di giovani, provenienti da famiglie inpossidenti, che puntano alla politica. Mussolini scala ben presto le gerarchie del partito grazie ad un arresto, con condanna e breve carcerazione, per adunanza sediziosa per via di uno sciopero organizzato insieme con il coetaneo Pietro Nenni, che in quel periodo era ancora militante del PRI. I due scontano un breve periodo di detenzione nello stesso penitenziario di Forlì, ma quando tornano libero sono subito acclamati dai rispettivi partiti come eroi e vittime dello stato borghese. A complicare ulteriormente il quadro del socialismo italiano intervengono anche le posizioni di alcuni giovani, preparati ed acculturati, che ritengono il partito socialista un contenitore ormai vecchio e privo di innovazione rivoluzionaria. In effetti proprio negli ultimi anni di guerra è successo che sotto l’egida della bandiera rossa, nella Russia conservatrice degli zar, ha trionfato la rivoluzione del proletariato. Un accadimento che cambia le regole della lotta politica perché dimostra che, anche con la violenza, è possibile portare al potere il proletariato contro le forze borghesi e conservatrici. In Italia questi giovani sono capeggiati da Antonio Gramsci un filosofo e letterato moderno che sostiene la via rivoluzionaria anche in Italia. Per questo nel 1921 a Livorno avviene una prima, rilevante, scissione. Dal partito socialista si stacca una nuova formazione politica che assume il nome di Partito Comunista Italiano. In quegli anni l’Italia è attraversata da ondate di scioperi che paralizzano l’economia e creano problemi per l’ordine pubblico. I governi sono deboli e, nel quadriennio 1919-1923, a causa dell’eccessiva frammentazione il parlamento è sciolto anticipatamente con elezioni che si svolgono a breve distanza, nel 1919, nel 1921 e nel 1924. Nelle elezioni del 1919 il partito socialista risulta essere il primo partito del parlamento con 156 deputati, mentre nel 1921 con la scissione comunista, pur mantenendo il primato, i seggi passano a 123 (15 ai comunisti). In questo clima di effervescenza e di tensione i socialisti subiscono una nuova scissione, questa volta, causata da vicende meramente interne. Pochi giorni prima della marcia su Roma di Mussolini, nel frattempo divenuto fascista anche come conseguenza di una espulsione dal partito deliberata per la partecipazione del direttore dell’Avanti al conflitto mondiale, Filippo Turati è stato invitato ed ha partecipato alle consultazioni per la formazione del governo volute dal re e questo fatto è ritenuto dalla maggioranza, o almeno cosi appare, dei socialisti motivo di esclusione rispetto ad una linea radicale e di prossimità alle idee di rivoluzione che si diffondono per mezzo dei comunisti di Gramsci. Il congresso che decreta l’espulsione di Turati è animato e contestato e si tiene a Roma nell’ottobre del 1922, circa un anno dopo la scissione comunista. Molti storici concordano nel ritenere che vi fosse stato un mercimonio di tessere e voti tra i delegati a determinare le sorti del congresso, fatto sta che Turati è espulso dal partito che aveva fondato. Proprio perché Filippo Turati aveva le stimmate dello statista non protesta eccessivamente preferendo dare vita ad un nuovo partito che si denomina Unitario. Nasce il PSU, partito socialista unitario, che riesce a portare in dote i due terzi dell’organigramma politico del PSI. Insieme a Turati vanno via Treves e Giacomo Matteotti che diviene segretario del PSU. Proprio al partito socialista unitario guidato da Turati che aderisce Saragat nel 1922.

Il fascismo e gli anni dell’esilio.

Le vicende politiche italiane prendono la via autoritaria del fascismo e l’ultimo tentativo di interrompere l’instaurazione di una dittatura è quello dell’assassinio del Duce. Recenti studi hanno evidenziato come l’idea di uccidere Mussolini all’indomani del discorso del “bivacco” e dell’uccisione di Giacomo Matteotti che del PSU era il segretario era stata teorizzata e ritenuta necessaria proprio nell’area politica del partito di Turati. Il vecchio leader socialista aveva notizie di prima mano circa le reali intenzioni del Duce, per altro neppure nascoste dal diretto interessato, anche attraverso la rete internazionale dei partiti socialisti che vedevano tra le protagoniste Angelica Balabanoff che all’epoca della direzione dell’Avanti di Mussolini aveva affiancato il direttore con l’incarico della codirezione e ben presto era finito nel letto del futuro Duce come amante. Non sorprese quindi che ad attentare alla vita del Duce è un militante del partito socialista unitario, Tito Zaniboni. Con l’arresto di Zaniboni, il Duce, pochi giorni dopo, dispone lo scioglimento del PSU che è il primo partito a subire lo scioglimento seguito poi da tutti gli altri. Saragat comprende subito che non tira aria buona in patria ed espatria in Austria via Svizzera. Dopo qualche tempo anche l’anziano Filippo Turati prende la via dell’esilio con una rocambolesca fuga, già aveva subito il ritiro del passaporto, in motoscafo da Savona alla Corsica, ad accompagnarlo un giovane Sandro Pertini. Poco dopo Saragat raggiunge gli altri socialisti a Parigi e con Turati, Pertini, Treves ed i fratelli Rosselli da vita al partito socialista clandestino di cui diventa il reggente nel periodo dell’esilio. In questi anni Saragat si guadagna da vivere facendo il rappresentate di vini italiani e forse anche per questo che successivamente Indro Montanelli gli affibbierà il nomignolo di Barbera. Seppure Saragat, che effettivamente era un intenditore di vino, preferiva il Barbaresco come lui stesso dichiarerà in risposta all’appellativo di Montanelli. All’estero la vita è particolarmente rigida con scarse possibilità economiche e con la moglie Giuseppina impegnata ad aiutare la famiglia con lavori di sarta che in pratica la impegnano tutta la giornata. La donna non lamenterà mai la fatica ed anzi supporterà il marito in ogni momento. A Parigi, Saragat, conosce, quasi vivendolo in prima persona, dell’assassinio dei fratelli Rosselli che erano particolarmente attivi nell’organizzazione del partito socialista clandestino e comprese ancora di più l’urgenza di impegnarsi contro il fascismo. Proprio a Parigi, in quegli anni, il partito socialista ritrova unità e celebra il XXI congresso che segna anche un ritrovata unità d’intenti almeno nella lotta antifascista. Nacque in questo periodo la solida amicizia con Pietro Nenni che nei momenti successivi di tensioni si trasformerà nel “caro nemico”. Tra i socialisti esuli Saragat è, insieme a Nenni, tra i più giovani, ma sono ormai da tutti considerati leader a tutti gli effetti e per questo ben presto con l’avanzare delle truppe alleate in Italia tutti e due prendono la via del rientro in patria per unirsi alla lotta partigiana. Almeno queste sono le intenzioni. All’indomani del 25 luglio, proprio qualche giorno dopo il rientro in patria, Saragat è arrestato perché ancora considerato sovversivo, ma beneficia dell’ordine di liberazione diramato da Badoglio nei confronti dei prigionieri politici e per questo riesce a partecipare alle riunioni successive del partito che lo nominano direttore dell’Avanti. Spostatosi a Roma insieme a Pertini sono entrambi arrestati nella capitale dai tedeschi che hanno occupato la città santa all’indomani dell’ignobile fuga del re dopo l’8 settembre. Prima rinchiusi negli uffici di via Tasso dove opera la polizia fascista che ha l’abitudine di torturare i prigionieri politici sono poi trasferiti nel carcere di Regina Coeli e rinchiusi nel braccio dei condannati a morte. Le SS li detengono in attesa di fucilarli con altri cinque detenuti a disposizione della giustizia italiana. Tra questi detenuti anche un certo Giuseppe Garibaldi che è il nipote dell’eroe dei due mondi, figlio di Ricciotti. In clandestinità, temendo che i due socialisti possano essere fucilati o deportati in Germania da un momento all’altro, si muovono per organizzare il piano di evasione diverse personalità del mondo antifascista destinate a diventare, anch’esse, cardini della futura Repubblica: Giuliano Vassalli, che diverrà nel 1999 Presidente della Corte Costituzionale e Massimo Severo Giannini, ministro della Repubblica nel 1979, insieme con Giuseppe Gracceva, Filippo Lupis, Vito Maiorca orchestrano la fuga con la complicità di Alfredo Monaco, medico del carcere, sua moglie Marcella Ficca e l’agente di custodia Ugo Gala, addetto all’ufficio matricola di Regina Coeli.

Vassalli, che di lì a qualche mese sarà catturato dai nazisti e rinchiuso a via Tasso, e Giannini dispongono della carta intestata e di timbri sottratti al tribunale militare di Roma dove, prima di darsi alla macchia, prestavano servizio. Falsamente sono redatti sette ordini di scarcerazione intestati a Alessandro Pertini, Giuseppe Saragat, Luigi Andreoni, Torquato Lunedei, Ulisse Ducci, Luigi Allori e Carlo Bracco. Il povero Giuseppe Garibaldi jr., invece resta in carcere e si salverà solo perché gli alleati arrivano a Roma con qualche giorno di anticipo rispetto al previsto.

I documenti falsi, ma perfetti nella forma, confezionati per favorire la fuga riportano la data 24 gennaio. Come motivo della scarcerazione riportato sul modulo - lo studiatissimo modello 28 - è stato scelto, in quanto aveva alta probabilità di risultare convincente, il seguente: “perché concessa la libertà provvisoria”.

Sul registro carcerario conservato presso l’Archivio di Stato di Roma, infatti, si legge, «il tribunale militare di Roma concede la libertà provvisoria». Alle 18.30 di quel giorno pur mancando pochi minuti al coprifuoco, i tedeschi sono pronti a scarcerare i detenuti, ma il direttore del carcere oppone resistenza proprio per l’imminente coprifuoco.

L’avvocato Lupis, insieme con Marcella Monaco e Peppino Sapiengo, per sbloccare rapidamente la situazione e non mettere a repentaglio l’esito dell’operazione, corrono in una vicina caserma di polizia, a Trastevere, per stabilire un filo diretto con Regina Coeli. Lupis telefona all’ufficio matricola del carcere e fingendosi funzionario della questura sollecita l’immediato rilascio dei prigionieri. Tutti i detenuti indicati nel falso ordine di rilascio sono liberi.

L’ultima beffa al regime si consuma in serata. Per la cena Saragat e Pertini incredibilmente si trattengono a casa del dottor Monaco e di sua moglie che è ubicata in via della Lungara, ossia dentro Regina Coeli. Là trascorrono la prima notte dopo la liberazione. Gli altri prigionieri liberati, invece, prudentemente si danno subito alla macchia.

A trentaquattro anni di distanza Saragat e Pertini, accompagnati dal giornalista Gianni Bisiach, torneranno a Regina Coeli, per ricordare i giorni drammatici dell’arresto e della permanenza in cella e raccontare in prima persona le dinamiche della fuga. Bisiach dedicherà un documentario a quell’evento che sarà girato nel carcere di Regina Coeli intervistando i testimoni diretti. Altri protagonisti della vicenda ricorderanno in diverse interviste questo episodio.

Il dopoguerra e l’elezione al Quirinale.

Alla fine della guerra Saragat è inviato, come ambasciatore, a Parigi con lo specifico compito di preparare il terreno per la prossima conferenza di pace che si sarebbe tenuta proprio a Parigi e dove l’Italia sarebbe stata trattata da nemico sconfitto. E’ scelto perché era stato in esilio a Parigi per anni e conosce la lingua e perché è considerato un abile mediatore. L’incaricò dura solo un anno dal 1945 al 1946, ma servirà a procurargli l’amicizia e la stima di De Gaulle che nel frattempo ha assunto il controllo della Francia liberata. Terminato l’incarico diplomatico Saragat rimpatria in tempo per preparare le elezioni del 1948. Già ai contemporanei le elezioni appaiono come un importante spartiacque per la neonata repubblica. Saragat, soprattutto nell’anno vissuto da ambasciatore a Parigi, ha compreso che ormai il mondo è stato diviso in due a Yalta e che l’Italia rientra nella zona d’influenza degli alleati angloamericani. Allo stesso tempo, proprio per la lunga militanza socialista, comprende che il partito comunista di Togliatti ed anche i socialisti ormai egemonizzati da Nenni si sono legati al blocco sovietico ed in particolare dipendevano, anche per via di importanti finanziamenti, da Mosca. Togliatti, d’altra parte ,era rimasto in esilio, durante il fascismo, a Mosca. Nasce nella mente del politico piemontese l’idea di dare vita ad un partito socialista che facesse una scelta diversa, sotto il profilo delle alleanze, rispetto al blocco social-comunista. Sotto il profilo ideologico la questione può essere prospettata senza rinnegare, per il momento, il marxismo. Saragat si vanta di conoscere tutte le opere scritte da Marx. La soluzione, secondo Saragat, consiste nel cercare una via democratica alle idea socialiste, con l’espressa rinuncia della rivoluzione. Sotto il profilo pratico è necessario costruire un nuovo partito ed allearsi con la Democrazia Cristiana. Prende vita il partito socialista dei lavoratori, una scissione consumata in uno storico palazzo di Roma, oggi pinacoteca, palazzo Barberini ed è proprio denominata “scissione di palazzo Barberini”. Tempo dopo si saprà che per organizzare il nuovo partito Saragat ha ricevuto importanti finanziamenti dagli Stati Uniti e proprio all’indomani della nascita del PSLI, De Gasperi caccia dal governo Nenni e Togliatti e Saragat riceve l’incarico di vicepresidente del consiglio. In questi anni si rafforza l’amicizia tra Saragat e De Gasperi e tempo dopo lo stesso Saragat affermerà che proprio il leader trentino è il politico che più aveva ammirato nel corso della sua esistenza. Agli occhi di Saragat la scissione di “palazzo Barberini” non aveva dato il risultato sperato nel senso che il PSLI raccoglie poco più del 7 per cento. Un risultato giudicato negativo da Saragat, in realtà con il senno di poi si può affermare che di trattò di un risultato di tutto rispetto, strappato da una posizione difficile : quella di una scelta di campo che la storia giudicherà vincente, ma che all’elettore socialista del 1948 dovette apparire difficile in considerazione che la DC rappresentava un partito interclassista con un forte connotazione dottrinaria diametralmente opposta : da una parte la dottrina sociale della Chiesa dall’altra parte l’estremo laicismo di una ideologia fondata sulle esigenze sociali dell’individuo. Il contributo di Saragat alle elezioni del 1948 non è numericamente determinante perché la DC conquista, da sola, la maggioranza dei parlamentari, ma concede a De Gasperi la possibilità di associare al governo una forza laica e socialista con la possibilità di avere a disposizione una base parlamentare ampia. L’alleanza con De Gasperi non è indolore per Saragat che deve subire, dopo aver incassato l’adesione di Giuseppe Romita che è l’occasione per il cambio del nome in partito social democratico italiano (PSDI), la scissione di Pietro Calamandrei, insigne giurista e grande avvocato, uno di quelli che aveva contribuito a scrivere la costituzione. Nel 1952 in occasione della legge elettorale voluta da De Gasperi che prevede un premio di maggioranza alla coalizione che avesse raggiunto il 50 per cento dei voti, Calamandrei si schiera contro la legge, poi denominata truffa, ed abbandona Saragat ed il PSDI. E’ forse la perdita più dolorosa per Saragat per lo spessore di Calamandrei, uno dei migliori giuristi d’Italia riconosciuto tale anche all’estero. Successivamente, in tempi recenti, sono state approvate legge elettorali con premi di maggioranza attribuiti anche al singolo partito che ha conseguito un solo voto in più degli avversari senza che questo comportasse malumori particolari. Siamo così arrivati all’inizio degli anni 60 del 900. Saragat è stato per quasi 6 anni vicepresidente del Consiglio dei Ministri e quasi sempre segretario nazionale del PSDI, il partito che ha fondato. Quando non è segretario è perché lui stesso designa un sostituto, il partito non ha le dimensioni per sopportare una opposizione interna. Nel 1962 alle elezioni presidenziali Saragat sfiora l’elezione. Presentato come candidato di bandiera del PSDI è riuscito a far confluire sulla sua persona i voti di socialisti e comunisti, ma Segni riesce a spuntarla grazie alla sapiente regia di Moro che fa arrivare alla candidatura democristiana il sostegno determinante di monarchici e missini. Moro tuttavia, che stima Saragat, lo vuole al ministero degli Esteri durante i governi di centro sinistra del 1963 e poi del 1964 presieduti dal politico pugliese. Proprio durante la crisi del primo governo Moro, Giuseppe Saragat è al cospetto del Presidente della Repubblica insieme a Moro che ha ottenuto il reincarico nella sala “cinese” del Quirinale. Durante il colloquio il presidente Segni ha un malore e si accascia a terra. Colpito da una emorragia cerebrale Antonio Segni non si riprenderà mai più, si dimetterà dalla carica di Presidente per le precarie condizioni di salute. Nessuno dei due partecipanti al colloquio dove il Presidente Segni accusa il malore ha mai voluto raccontare la propria versione dei fatti. In molti hanno ritenuto che fosse in corso un alterco provocato proprio da Saragat che aveva rimproverato a Segni la convocazione dei generali De Lorenzo e Rossi durante la crisi di governo. Altri invece sosterrano che in realtà la discussione fosse pacata e riguardasse alcuni avvicendamenti del personale diplomatico e questo giustificava la presenza del Ministro degli Esteri. Dopo solo due anni si tengono nuovamente le elezioni per la Presidenza della Repubblica, ma nel 1963 il parlamento è stato rinnovato per cui i grandi elettori non sono più gli stessi. Proprio nel 1963 il PSDI ottiene uno dei migliori risultati di sempre aumentando di 11 unità il numero dei parlamentari e di 9 unità quello dei deputati con un 6,10 per cento dei voti. Appare chiaro a Saragat che occorre ripresentare la candidatura che aveva ottenuto già il consenso di tutte le forze di sinistra nel 1962. Le elezioni per il quinto Presidente della Repubblica saranno ricordate per quelle più complesse fino a quell’epoca. Ai nastri di partenza Saragat ripresenta la propria candidatura che è sostenuta anche dai socialisti di Nenni. La DC ed il PCI presentano dei candidati di bandiera, Giovanni Leone ed Umberto Terracini. Ben presto il candidato effettivo DC si palese ed è Amintore Fanfani, il cavallo di razza della DC. In realtà in casa democristiana i cavalli di razza sono due, secondo le definizioni giornalistiche, e l’altro è Aldo Moro, in quel momento segretario della DC che non è favorevole alla candidatura dell’avversario democristiano. Non è un’avversione momentanea, Moro è stato sostanzialmente sempre avversario del politico di Arezzo da quando aveva abbandonato la sinistra dc e si era schierato con i dorotei. Naturalmente nel partito dei cattolici le avversioni personali sono manifestate in maniera particolare. Nessuno può fare la faccia feroce all’avversario, sarebbe poco opportuno oltre che fuori dall’educazione politica impartita dagli uffici di scuola politica di Piazza del Gesù, la famosa sezione SPES (Sezione propaganda e scuola politica). Fanfani avverte la difficoltà e via via che le votazioni aumentano è costantemente impallinato dai franchi tiratori, quegli elettori che tradiscono segretamente l’indicazione del partito di riferimento per propri tornaconti. Sul fronte della sinistra invece prende piede una candidatura diversa rispetto a quella di Saragat. Vista l’indisponibilità dei comunisti di votare per Saragat è Nenni che ottiene i consensi di tutte le forze di sinistra e si presenta come candidato di PSI, PSDI e PCI. Nel frattempo Fanfani, sdegnato dal mancato conseguimento di tutti i voti sulla carta disponibili per i democristiani, ritira la propria candidatura e la DC sigla un accordo per l’elezione di Saragat. Ancora oggi non è proprio chiaro in che modo si arrivi a riproporre l’iniziale candidatura di Saragat. Se per effetto di manovre americane per impedire a Nenni, visto ancora come troppo legato ai comunisti, l’elezione, oppure per la regia dello stesso Moro, presidente del Consiglio, di favorire l’accordo per il proprio ministro degli Esteri. Magiari si coglie nel segno nel ritenere che entrambe le opzioni confluissero nell’unico risultato. Tra le operazioni e le manovre, nel frattempo, si è arrivati al diciottesimo scrutinino, ma l’accordo del PSDI senza il consenso degli altri due partiti di sinistra scatena la reazione di Nenni che continua ad essere il candidato del PSI e del PCI, le votazioni vedono pertanto la sfida fratricida tra i due amici-nemici Nenni e Saragat ed il braccio di ferro ha fine solo quando Nenni stesso, temendo il ritorno di Fanfani candidato, invita i socialisti ed i comunisti, che lo avevano sino a quel momento sostenuto, a votare per Saragat. Le votazioni non sono sospese neppure nei giorni di Natale e Santo Stefano e si arriva così al 28 dicembre 1964, al 21 scrutinio, quando con con 646 voti su 963, finalmente, Giuseppe Saragat è eletto Presidente della Repubblica, ha 66 anni.

Gli anni della presidenza.

Il primo problema che si pone al nuovo Presidente della Repubblica è quello di essere rimasto vedovo e questo crea problemi al cerimoniale che ormai con l’avvento della televisione è diventato sempre più sensibile alle immagini ed alla comunicazione visiva. E’ vero che, prima di Saragat, già De Nicola era solo perché celibe, ma erano altri tempi e le occasioni pubbliche erano ridotte. Qualcuno suggerisce di far accompagnare Saragat, nelle occasioni ufficiali, dalla moglie del Presidente del Senato, Cesare Merzagora. La soluzione la trova lo stesso Saragat che si farà accompagnare dalla figlia Ernestina che è di buona presenza fisica e con le necessarie competenze anche culturali per assolvere all’incarico. Quando è eletto Presidente della Repubblica il premier è Aldo Moro che prontamente provvede a rassegnare le dimissioni per motivi di cortesia istituzionale. Il leader democristiano sarà reincaricato e resterà in carica per i successivi 4 anni, per poi passare la mano a Mariano Rumor, con l’intermezzo del governo balneare di Giovanni Leone, nel 1968, e per concludere il settennato Saragat darà incarico ad Emilio Colombo. A differenza dei predecessori Saragat conferisce tutti incarichi a premier democristiani, rigorosamente indicati dallo stesso partito cattolico. Saragat è lontanissimo dal concepire l’idea di un governo del presidente. Gli anni del settennato di Saragat sono particolarmente difficili, basta citare l’anno 1968, da tutti indicato come l’anno della contestazione giovanile globale. Sono anche anni di particolari tensioni politiche sia a livello internazionale che nazionale. In Grecia, patria della democrazia, li dove proprio è stato coniato il termine, nel 1967 si verifica un colpo di Stato. Una giunta militare prende il potere instaurando di fatto un governo autoritario, al limite della dittatura, con lo scopo dichiarato di sbarrare la strada ai comunisti ed alla sinistra che pure erano riusciti a conseguire la maggioranza del consenso elettorale. La Grecia è sotto il controllo degli americani, in base agli accordi di Yalta, e la Russia si rifiuta di aiutare i comunisti greci. Non esiterà a schierare i carri armati a Praga nel 1968 come aveva già fatto in Ungheria. Seguono sette anni di governo autoritario, seppure non completamente brutale, che soffoca anche con forzate e numerose espulsioni dal suolo nazionale il dissenso. Lo spettro di una svolta autoritaria è ormai a due passi dall’Italia. Già nella penisola iberica i governi fascisti di Franco e Salazar avevano resistito alla guerra mondiale ed erano rimasti saldamente in carica anche nella guerra fredda. Certamente godevano, se non dell’appoggio diretto, quantomeno del consenso angloamericano. Saragat è pienamente consapevole dei rischi che corre la democrazia italiana che tra i paesi europei è l’unica, in quegli anni, ad avere caratteristiche piene nel senso che le elezioni sono libere e tutte le forze politiche, anche quelle social comuniste hanno libero accesso alla stampa, ai mezzi di propaganda. La Democrazia Cristiana governa, è bene sottolinearlo, con il consenso popolare, ancora nel 1963 ha ottenuto il 38 per cento dei consensi, mentre nel 1968 sfiora il 40 per cento. Anche la Francia, patria della rivoluzione francese, vive un momento particolare. Charles De Gaulle nel 1958 rilancia la propria azione politica attraverso una nuova costituzione. Non è una carta figlia della resistenza antifascista, ma è improntata al presidenzialismo con accentramento dei poteri nella figura del capo dello Stato. Il generale, eroe della resistenza, subisce anche una attentato alla propria persona nel 1962 e la svolta presidenziale, pur non essendo una operazione politica autoritaria, si caratterizza con una forte impronta anticomunista. Aldo Moro, nel primo governo sotto la Presidenza di Saragat, assume ad interim il ministero degli esteri, ma nel 1965 nomina Fanfani alla Farnesina anche per rafforzare il politico aretino che nel frattempo è stato nominato Presidente dell’Assemblea Generale dell’ONU. Fanfani già da tempo persegue una politica filoaraba, ritiene che se non supportati adeguatamente i paesi arabi ed in particolare i popoli del nord Africa, impegnati nelle lotte di indipendenza dalla Francia, possano richiedere l’aiuto di Mosca e divenire un problema per la stabilità del mediterraneo. La linea politica è sostenuta, almeno sino al 1962 anno della misteriosa morte, da Enrico Mattei e dai fondi, compresi quelli neri, dell’Eni ed in qualche modo è rappresentata all’alleato americano come unica soluzione possibile anche in considerazione che proprio la Francia di De Gaulle ha espresso atteggiamenti contrari agli Stati Uniti, arrivando ad armarsi con testate nucleari sperimentate negli incontaminati atolli polinesiani. La sottrazione delle colonie alla Francia è vista dagli americani come una privazione necessaria anche per ridimensionare la grandeur francese. Della politica filoaraba è convinto non solo Fanfani, ma tutta la Democrazia Cristiana e lo sono anche i socialisti italiani che accettano la scelta di politica estera nei governi di centrosinistra inaugurati a far data dalla fine del governo Tambroni nel 1960. Non è un caso che Craxi negli anni 90 troverà asilo politico proprio in Tunisia. Ben presto la trama filoaraba inizia ad essere intessuta anche da Aldo Moro che naturalmente utilizzerà metodi peculiari e tipici del politico pugliese. Poco clamore e molta trattativa fino ad arrivare nel 1974, all’indomani dell’esplosione del terrorismo palestinese, ad un accordo scritto con i terroristi. Libera circolazione sul territorio italiano, anche con armi da guerra (missili compresi), in cambio dell’assicurazione che gli attentati contro gli interessi israeliani ed americani non fossero eseguiti sul suolo patrio. L’accordo sarà definito da Francesco Cossiga come “lodo Moro”. Negli anni 60 invece Moro si accontenta di lasciare campo aperto a Fanfani, senza contrastarlo e neppure sostenerlo apertamente. Qualche studioso malevole ha anche ritenuto che probabilmente Moro ritenesse che prima o poi il dinamico politico di Arezzo sul fronte filoarabo ci avrebbe lasciato le penne quantomeno sotto il profilo politico conseguendo l’avversione americana. In effetti la situazione precipita con l’acuirsi delle tensioni tra arabi ed israeliani. Nel 1967 l’esercito di Tel Aviv, in sei giorni, invade la penisola del Sinai, conquista la Cisgiordania e le alture del Golan, è la guerra dei sei giorni. Gli americani si schierano apertamente in favore dell’alleato israeliano. L’Italia è spiazzata. La politica estera di Fanfani è seriamente compromessa ed il leader democristiano tenta di intervenire per stigmatizzare l’intervento americano. Non ottiene l’appoggio della sinistra italiana, ma peggio ancora riceve una dura presa di posizione del Presidente della Repubblica Saragat che critica le scelte e, soprattutto, le uscite pubbliche di Fanfani. Saragat ribadisce la fedeltà al patto atlantico come prioritaria scelta di politica estera italiana. Sarà necessario organizzare un viaggio negli USA con Fanfani che segue Saragat come uno scolaro che segue il maestro, taciturno e silenzioso. Da quel momento Fanfani perderà l’appoggio americano e non è un caso che non riuscirà ad essere eletto Presidente della Repubblica neppure nel 1971, quando pure era il candidato unico della DC. Nel discorso di insediamento davanti al parlamento riunito Giuseppe Saragat promette che non sarà un uomo di partito, nonostante il PSDI lo avesse fondato e guidato ininterrottamente. Non sarà propriamente così. Nel 1966 è Saragat, ormai Presidente della Repubblica, a volere, pilotare ed ottenere l’unificazione dei due partiti socialisti. La fusione con il partito di Nenni durerà solo tre anni, gli elettori bocceranno la riunificazione socialista sonoramente. Alle elezioni del 1968 i due partiti insieme prenderanno, grosso modo, gli stessi voti che prendeva da solo il PSI, con conseguente drastica riduzione della rappresentanza parlamentare. E’ la fine dell’unificazione socialista e probabilmente l’unica seria sconfitta politica per Saragat. Una seconda sconfitta probabilmente è da rintracciarsi nell’epilogo dello scandalo Lockheed. Una vicenda originata da alcune rivelazioni provenienti da ambienti dell’intelligence degli Stati Uniti in base alle quali la compagnia americana Lockheed, controllata dai servizi di sicurezza a stelle e strisce, per vendere alcuni aerei ed elicotteri militari, per altro scadenti, aveva corrotto alcuni politici italiani. Sul banco degli accusati finiscono due ministri : Luigi Gui e Mario Tanassi. Gui è democristiano di stretta osservanza morotea e Tanassi è un delfino di Saragat ed è stato anche segretario nazionale del PSDI durante la Presidenza della Repubblica di Saragat e segretario nazionale del partito socialista unificato. La legislazione del 1977 prevede che a giudicare i ministri per reati commessi durante il periodo di svolgimento del mandato fosse il parlamento come giudice istruttore e la Corte Costituzionale come giudice unico. In parlamento a difendere Luigi Gui è direttamente Aldo Moro, che di Gui è il capocorrente, mentre Saragat, ormai senatore a vita in quanto ex Presidente della Repubblica, assume la difesa di Mario Tanassi in parlamento. La vicenda approda in parlamento nel 1977, Moro pronuncia uno dei migliori discorsi di tutta la propria carriera politica. Un discorso politico che allo stesso tempo è anche un’arringa difensiva precisa e puntuale in favore dell’amico accusato di tangenti, il punto apicale è raggiunto quando Moro invoca la legittimazione popolare scandendo: “Non ci lasceremo processare nelle piazze!”. All’improvviso il periodare di Moro diventa comprensibile a tutti, poche subordinate, e concetti lineari e chiari senza rinunciare al gergo giuridico. Un discorso insomma che lascia di stucco tutti. Un giovane parlamentare democristiano racconterà che tutto il gruppo democristiano al momento del discorso di Moro si era preparato ad una lunga permanenza in aula, in molti avevano chiesto a Flaminio Piccoli, capogruppo DC alla camera ,che dopo le prime ore bisognava chiedere al Presidente dell’assemblea una pausa. Tutti ricordavano il soporifero discorso di Moro al congresso di Napoli del 1964, anacoluti e periodi ipotetici di difficile decifrazione, termini ricercati, concetti metafisici: durò sei ore, ma in pochi erano arrivati alla fine pienamente coscienti, senza contare i tanti che avevano abbandonato i lavori. A difendere il politico socialdemocratico invece si propone Giuseppe Saragat, ormai avanti negli anni (prossimo agli ottantenni), la differenza con il discorso di Moro è evidente ed anche il risultato finale. La Corte Costituzionale, innanzi alla quale verranno rinviati a giudizio entrambi i politici, assolverà il democristiano Gui e condannerà a due anni ed otto mesi il socialdemocratico Tanassi. E’ il primo ministro della Repubblica italiana a finire in carcere : sconterà solo 4 mesi in cella, per poi beneficiare degli arresti domiciliari. Decaduto dalla carica di senatore, il caso Lockheed segnerà la fine della carriera politica di Tanassi. Dopo quella sentenza non ricoprirà alcun ruolo di primo piano e si limiterà perlopiù a riaffermare con forza la propria innocenza, non esitando a formulare critiche e accuse anche assai dure riguardo al processo («politico», a suo avviso) che lo aveva colpito. Lo farà soprattutto nei suoi pochi interventi pubblici: con l’obiettivo di difendersi dalle accuse pubblicherà un volume, Ara laica (Roma 1987). Rimarrà insomma «fuori gioco», come definirà egli stesso la sua condizione in un’intervista al Corriere della sera il 21 marzo 1988. E ciò sarà vero fino alla sua morte, che sopraggiunse a Roma il 5 maggio 2007. Proprio le accuse mosse da Tanassi di essere stato giudicato con metodi politici piuttosto che giudiziari spingeranno il parlamento ad abrogare la procedura di messa in Stato d’accusa dei Ministri con il giudizio finale davanti alla Corte Costituzionale per divenire materia di Tribunale ordinario. Cessato il settennato Saragat non tenterà realmente una rielezione e di fatto tornerà nell’alveo del partito assumendo nuovamente la segretaria del PSDI nel 1976. Si spegne infine serenamente, per vecchiaia, nel 1988 a 90 anni di età. Non farà in tempo a vedere in Italia il trionfo della socialdemocrazia e la corsa, soprattutto da parte degli ex comunisti, ad assumere prima il nome di partito democratico della sinistra e poi partito democratico. Un termine che associato alla parola socialista o sinistra aveva utilizzato per primo Saragat in Italia. Oggi è chiaro a tutti, e non è in discussione, che nel 1948 tra Nenni e Saragat nella scelte delle alleanze oltre che nell’impronta democratica del socialismo, con annessa forte condanna della dittatura del proletariato sovietica, avesse regione Saragat. All’epoca non era scontato e diverse volte, da sinistra, nei confronti del politico piemontese il termine maggiormente usato per offenderlo era traditore. Si è rivelato invece un concreto precursore del futuro del socialismo : la socialdemocrazia.
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