03 Dicembre 2021
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Luigi Einaudi, il presidente liberale.

19-11-2021 15:12 - Storia
E’ l’11 maggio 1948 quando al quarto scrutinio con i 518 voti su 872 aventi diritto Luigi Einaudi è eletto Presidente della Repubblica. Il primo presidente eletto a costituzione vigente ed il primo che rimarrà in carica per l’intera durata del mandato previsto in sette anni ed è il primo eletto dal parlamento in sessione congiunta. Sette anni, soprattutto se confrontanti con i circa due anni del predecessore, sono un periodo lungo previsto dai padri costituenti proprio per dare stabilità alla massima carica dello Stato. Il rischio insisto nella lunga durata del mandato è stato ponderato bene dal legislatore costituente. L’elezione di Einaudi non è stata un’elezione preparata o voluta dall’interessato. Anzi, quando De Gasperi, che sceglie come presidente il governatore della Banca d’Italia, lo chiama per riferire dell’iniziativa lo stesso Einaudi è recalcitrante. Non per precisa strategia, come usava agire il predecessore Enrico De Nicola, ma oppone reali motivi. “Volete un capo dello Stato claudicante?” precisa il futuro presidente ad un giovanissimo Giulio Andreotti che De Gasperi manda in ambasceria per sondare l’umore del politico liberale. Einaudi non si ritiene in grado di rappresentare perfettamente lo Stato alle parate militari e nelle occasioni ufficiali. Per muoversi ha la necessità di usare il bastone. Proprio negli anni della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno eletto un presidente, F.D. Roosevelt, che è fortemente disabile, per via di esiti di poliomelite : la stessa malattia che aveva reso claudicante Einaudi. Il paragone convince il politico piemontese ad accettare. All’inizio delle votazioni De Gasperi, che pure è stato un autentico padre della patria e sarebbe stato un grandissimo Presidente della Repubblica, non osa per questione di stile proporre direttamente se stesso alla massima magistratura preferendo restare alla guida del governo. Non avrebbe tollerato una rielezione di De Nicola che, nel breve periodo di presidenza, aveva manifestato autentica avversione contro il leader democristiano, con continue prese di posizione anche su questioni rilevanti come la collocazione internazionale nel blocco atlantico dell’Italia ed era arrivato, addirittura, a dimettersi rischiando di innescare una pericolosissima crisi istituzionale perché il parlamento non era ancora insediato, la costituzione non ancora in vigore e l’Assemblea Costituente non aveva i poteri di accettare o rifiutare le dimissioni del Presidente provvisorio.

Per questo De Gasperi si presenta ai nastri di partenza con una candidatura ufficiale: quella del conte di Castel San Giovanni, Carlo Sforza che è un nobile di rango elevato proveniente da un ramo cadetto del primo duca di Milano, Francesco Sforza. Il casato discendeva, infatti, dal figlio naturale del duca di Milano. Massone ed antifascista, Sforza è scelto da De Gasperi per una serie di motivi. Il leader DC è convinto che in quegli anni, nonostante il grande successo elettorale da poco conseguito nelle elezioni parlamentari del 18 aprile del 1948, non sia opportuno che dallo stesso partito provenissero sia il capo del governo che il Presidente della Repubblica. Il ruolo di controllore di ultima istanza del governo, secondo De Gasperi che pure la costituzione aveva contribuito a scriverla, previsto tra le funzioni del capo dello Stato suggerivano l’elezione di un personaggio non di estrazione democristiana come in fondo era successo per l’elezione di De Nicola. Non potendo prendere in considerazione candidature di esponenti del blocco contrapposto social-comunista battuto in una gagliarda campagna elettorale, combattuta con ogni mezzo, bisognava cercare l’uomo giusto tra le fila dei partiti laici. Benedetto Croce è troppo avanti negli anni, 82 anni, ed infatti morirà nel 1952. L’attenzione si focalizza su Carlo Sforza che gode della piena fiducia degli americani che hanno imposto il ritorno in Italia dell’aristocratico lombardo anche contro il parere di Churcill con il quale Sforza ha avuto un personale alterco proprio relativamente alla forma di governo giusta per l’Italia. Churcill è per la monarchia, mentre Sforza è repubblicano e comunque anche prima del referendum pretende l’abdicazione del re Vittorio Emanuele III non già in favore del figlio Umberto, ma del nipote del re Vittorio Emanuele ancora bambino con una reggenza. Quando Churcill pretende, prima di dare il via libera per il ritorno in patria di Sforza, di avere un colloquio con l’interessato lo scontro è clamoroso. Churchill che è per la difesa dell’attuale monarchia sabauda probabilmente compulsato in tal senso dal casato Windsor fa la voce grossa con Sforza convocato a Londra. Sforza tutt’altro che intimorito risponde per le rime all’eroe britannico e si arriva ad un forte alterco che mette a rischio il rientro il patria del conte. Alla fine Sforza torna in patria unicamente grazie agli americani e con il compito preciso di garantire gli interessi a stelle e strisce in Italia, principalmente l’affermazione di un sistema democratico che approvi l’entrata, a pieno titolo, dell’Italia nello scacchiere militare atlantico. Lo stivale è posizionato geograficamente al centro del mediterraneo e deve fornire basi militari e supporto logistico oltre che alla Nato direttamente agli Stati Uniti. Cosa che accadrà, per filo e per segno, e numerose sono, tutt’ora, le basi militari direttamente americane presenti sul territorio nazionale. Alle elezioni presidenziali De Gasperi è convinto che Sforza possa unire i voti dei partiti laici e dell’intera DC che in fondo propone la candidatura e, magari, le posizioni fortemente repubblicane espresse apertamente durante il periodo del CLN oltre all’impegno nel governo durante i governi resistenziali avrebbero potuto consentire di supplire, con qualche voto in libera uscita dall’area socialista, ad eventuali deficienze. Invece da subito si capisce che a non volere Sforza sono una parte consistente della Democrazia Cristiana: tutta la corrente della sinistra di Dossetti, La Pira e dello scalpitante Fanfani e del fiero antidegasperiano Gronchi. Passata la terza votazione senza che i dossettiani si adeguino alla linea del segretario, anzi sempre più convinti gli “amici” della sinistra DC di aver piantato una bella grana al politico trentino, De Gasperi comprende che rischia di trovarsi di fronte ad una rielezione di De Nicola che nel frattempo è sempre più sostenuto dal blocco del fronte popolare social-comunista ed inzia a far breccia anche nella testa di Gronchi e Dossetti. In particolare Gronchi apprezza il fiero antiatlantismo di De Nicola e sta lavorando per convincere gli amici della corrente di sinistra. Al quarto scrutinio, quando il quorum necessario per l’elezione prevede la sola maggioranza semplice, De Gasperi tira fuori dal cilindro la candidatura vincente. Un monarchico autorevole per la rigorosa preparazione accademica che è già governatore della Banca D’Italia ed ha firmato le prime banconote della neonata repubblica. Luigi Einaudi mette d’accordo democristiani, partiti laici e monarchici e consegue l’elezione.

Luigi Einaudi era nato a Carrù, un piccolo paesino nelle langhe di Cuneo. Un paesino di collina che è terreno ideale per la produzione di ottimo vino. Il padre di Luigi era il concessionario della riscossione delle tasse, ma quando il piccolo Luigi ha appena compiuto 14 anni il padre, Lorenzo, muore lasciando la madre, Placida Fracchia, sola con il figlio che ha una malformazione dovuta agli esiti della poliomelite. Alla morte del marito, donna Placida torna al paese di origine Dogliani, che non è distante da Carrù e dove la famiglia Fracchia possiede una tenuta agricola che produce l’eccellente vino di quella zona, il dolcetto di Dogliani. Successivamente la proprietà arrivata ad essere posseduta da Luigi Einaudi sarà amministrata secondo ferree regole di economia e darà grosse soddisfazioni, anche economiche, al futuro Presidente della Repubblica. Come si usava all’epoca, con la morte del padre per il giovane adolescente Luigi si aprirono le porte del collegio, il Convitto Nazionale Umberto I di Torino. Si diploma al liceo classico Cavour con il massimo dei voti. Inizia a frequentare l’Università di Torino ed in particolare la facoltà di giurisprudenza. Quando arriva il secondo anno si innamora di una materia in particolare, Economia Politica. Ad far fiorire la passione per la politica economica è il Professore Salvatore Cognetti de Martiis un garibaldino nato a Bari che finita la stagione delle avventure militari agli ordini dell’eroe dei due mondi consegue la cattedra di Economia Politica e si stabilisce nel capoluogo piemontese. Nella facoltà di giurisprudenza il metodo di insegnamento è innovativo. In luogo dei consueti dipartimenti, Cognetti de Martiis preferisce aprire un laboratorio per meglio incarnare l’idea sperimentale di studi in discipline economiche. Il Professore è un socialista della prima ora ed è convinto che esistano dei cicli economici che si alternino inevitabilmente in periodi di crisi e di abbondanza, insieme alle lezioni di Economia Politica, ogni tanto, tiene ai soli studenti del corso anche delle lezioni di sociologia in un corso libero. Ancora oggi all’ateneo torinese esiste il laboratorio di Economia Politica che porta il nome del professore Cognetti de Martiis. Il carisma del professore colpiscono anche il giovane Einaudi che, infatti, mentre frequenta con profitto l’Università si avvicina al socialismo ed inizia a scrivere apprezzati articoli pubblicati sulla rivista “Critica sociale” diretta da Filippo Turati. Tuttavia conseguita la laurea in giurisprudenza nel 1895 ed avviatosi alla carriera universitaria, Luigi Einaudi inizia un progressivo distacco dalle posizioni socialiste e si avvicina alle posizioni economiche della scuola liberale egemone in quegli anni. Diventa docente di Scienza delle Finanze all’università di Torino, e professore incaricato di Economia Politica al Politecnico di Torino, fino ad arrivare a coprire la carica di Scienze delle Finanze all’Università Bocconi di Milano. Nitti lo designa senatore del regno d’Italia ed il re firma la nomina nel 1919. Le brillanti teorie economiche catturano l’attenzione di Giovanni Gentile che coinvolge Einaudi nella formulazione del manifesto nazionale del “Gruppo Nazionale Liberale” che poi costituirà il movimento politico di “Alleanza Nazionale”. Sono rivendicazioni di istanze liberali che per essere realizzate teorizzano la necessità di uno “stato forte”, autoritario. E’ il preludio per il fascismo. Nei primi governi del Duce al ministero delle finanze è chiamato Alberto De Stefani che è un accademico liberale. La politica economica ispirata da De Stefani è di ampio liberalismo. L’esercizio della telefonia è esercitato da compagnie private in concorrenza tra loro, le rotte per i servizi marittimi sono liberalizzate e le sovvenzioni statali per le rotte meno commerciali meno redditizie ridotte al minimo. Le funzioni statali in materia di iniziativa economiche sono pochissime. La linea politica di De Stefani entusiasma Einaudi. Effettivamente è attuata una politica di libera impresa sotto il controllo di un governo forte che riesce a limitare al minimo le eventuali difficoltà dovute ad istanze salariali, sindacali oppure provenienti dai partiti socialisti. Mussolini, tuttavia, dopo il delitto Matteotti inizia anche ad attuare riforme costituzionali di svolta in senso non solo autoritario, ma dittatoriale e per questo Einaudi prende le distanze al punto da essere costretto a rinunciare alla collaborazione con il Corriere della Sera ed all’insegnamento alla Bocconi ed al Politecnico di Torino. E’ Benedetto Croce a convincerlo a prestare il giuramento per mantenere la sola cattedra di Scienza della finanze presso la facoltà di giurisprudenza di Torino. Non può un mente brillante come Einaudi rinunciare all’insegnamento semplicemente perché antifascista. Einaudi è quindi costretto a prestare il giuramento fascista per il solo ateneo torinese. Dallo scranno senatoriale dove è presente sin dal 1919 è uno dei pochi oppositori dichiarati al fascismo. Vota contro la legge che sancisce la lista unica formata dal Gran consiglio del fascismo (1928); non partecipa alla votazione per la ratifica dei Patti Lateranensi e vota contro l'ordine del giorno favorevole alla Guerra d'Etiopia e contro le leggi razziali del 1938.

Dopo la caduta del fascismo, il 22 settembre 1943 Luigi Einaudi, economista liberale e senatore del Regno da poco nominato Rettore dell’Università di Torino, temendo di finire come ostaggio nelle mani della Repubblica di Salò, decide di fuggire in Svizzera e passa a dorso di mulo il Gran San Bernardo. Qui due mesi dopo, ascoltando la neofascista Radio Roma che insulta i “risorti liberali: Bergamini, Einaudi”, scrive nel suo Diario dell’esilio 1943-1944: “Non mi hanno dimenticato[…]forse è meglio esser fuori delle loro grinfie”. In effetti, tranne i voti contrari al senato contro alcune leggi non si registrano gesti di aperta opposizione al fascismo né, da parte del regime, azioni di vero disturbo allo svolgimento dell’attività scientifica del professore piemontese che, avverso alle “mortificanti dottrine socialistiche” e in sintonia con il liberalismo più conservatore, aveva guardato con simpatia all’ascesa del movimento di Mussolini, considerato “restauratore” dell’ordine e della legge.

Recenti studi basati sulla corrispondenza privata di Einuadi durante il ventennio confermano il carattere “italianissimo” di Einaudi. Come tanti italiani durante il Ventennio, anche Einaudi si rivolge più volte a Mussolini a causa di motivi legati all’antifascismo dei figli o alla sua persona. Il 27 marzo del 1928, ad esempio, Einaudi scrive un lettera al Duce per chiedergli un colloquio in seguito all’arresto del figlio Roberto, accusato di avere scritto e distribuito l’opuscolo di opposizione “L’altoparlante”: “Eccellenza, un padre, a cui è accaduta una grande sciagura, si rivolge a un padre e gli chiede un colloquio per parlargli del suo figliolo”. Reduce dal colloquio, Einaudi scrive ancora a Mussolini, ringraziandolo per averlo voluto subito ricevere e per avere calmato la sua “angoscia di padre”; il professore si sofferma poi sulla intemperanza antifascista del figlio: “Solo una momentanea, per me incomprensibile, giovanile assenza, ha potuto fargli dimenticare come io avessi dato da anni l’esempio della più scrupolosa riservatezza nel parlare, nello scrivere e nell’operare. Tutta la mia famiglia, la quale attende con ansia la notizia del generoso atto d’ indulgenza che l’E.V. ha voluto farmi sperare, ubbidirà, ne resto io garante, all’imperativo derivante da questa mia dichiarazione; né mai accadrà che si ripeta, in qualunque forma, l’atto sconsiderato che di tanto turbamento nostro fu causa”.

Il 6 luglio 1933 Einaudi prende nuovamente carta e penna e scrive una lunga lettera a Mussolini per chiedere la revoca della decisione di allontanarlo dalla carica di segretario-tesoriere della Regia Deputazione di Storia Patria di Torino. Fingendo di esporre al capo del Governo l’opinione “di coloro che pensano e per cui la ricerca del vero è l’unico scopo della vita”, il futuro presidente della Repubblica si cimenta in una imbarazzante contrapposizione tra il fascismo italiano e il nazismo tedesco da poco giunto al potere: “La Germania hitleriana – riassumo quel che si lesse e si sentì – è la barbarie, l’orda unna accampata in mezzo all’Europa, è il più nero medio evo redivivo. L’Italia è cosa tutta diversa. Mussolini non perseguita gli ebrei; non licenzia a centinaia i professori. Ha chiesto ad essi bensì un giuramento, ma poi li lascia liberi nelle loro opinioni scientifiche; non dà ascolto agli asini, che da sé si dicono fascisti, per cacciar di seggio studiosi innocui accusati come antifascisti. Mussolini non brucia libri sulle pubbliche piazze e lascia ad Hitler il vanto di ripetere l’incendio della biblioteca di Alessandria. Egli non epura le Accademie e rispetta la scienza”. Nel frattempo il figlio primogenito del professore Einaudi Giulio, ha fondato una casa editrice ancora oggi tra le migliori d’Italia, e capita che nel giugno del 1934 la polizia fascista sequestra il Diario di guerra del socialista Leonida Bissolati pronto ad essere pubblicato. Lo scritto contiene critiche all’operato dei comandi militari e così il giovane Giulio Einaudi viene diffidato a non svolgere attività editoriale contraria alle direttive del regime e la stessa casa editrice è nel mirino della censura, a rischio chiusura. Ancora una volta il saggio genitore, come aveva fatto con l’intemperante Roberto, infila la penna nell’inchiostro e il 2 luglio scrive a Mussolini: “Eccellenza[…] Fu sequestrato qui il volume Diario di guerra di Leonida Bissolati. […] Poiché consegnai io il manoscritto a mio figlio, dopo averlo letto, desidero esporre all’E.V. alcune considerazioni in merito. Se Ella me lo consentirà, vorrei in quello stesso mentre esporle altresì qualche riflessione di carattere generale economico intorno a cui ho concluso, dopo meditazione, esservi in Italia una sola persona alla quale valga la pena di manifestarle”. Il Diario di guerra di Bissolati sarà poi pubblicato nel 1935 senza variazioni o tagli.

La fuga in Svizzera all’indomani della caduta del fascismo ha termine nel dicembre del 1944 quando Einuadi rientra in Italia e si unisce ai vecchi liberali del periodo pre-fascista. Si tratta di un blocco di intellettuali, non marxisti, che, in prevalenza, pur non avendo fatto sfraceli contro il fascismo, magari tollerandolo, risultano comunque poco coinvolti con le nefandezze del regime. D’altra parte anche nella democrazia cristiana non tutti sono stati perseguitati dal fascismo, ma esistono anche personalità che erano allineate con il regime. Fanfani era stato fascista e lo stesso giovane Aldo Moro era stato nominato presidente della FUCI (la federazione degli studenti universitari) su espressa designazione delle gerarchie fasciste dopo che aveva preso parte alle olimpiadi della cultura fascista. Il gruppo di liberali pur non essendo elettoralmente forti, come si vedrà alle elezioni del 1948, rappresentano un patrimonio di cultura ed esperienza istituzionale che sarà prezioso nelle vicende del CLN ed anche nella scrittura della Costituzione. Attraverso la cultura liberale spesso si riesce a trovare una soluzione mediana rispetto a tematiche rilevanti che invece sono viste in maniera opposta dalle prevalenti ideologie cattolica e marxista.

Dal gruppo liberale sono scelti i ministri più importanti dei governi resistenziali ed il primo presidente della Repubblica Enrico De Nicola è selezionato seguendo lo stesso criterio. Quando si deve ricostruire anche la Banca d’Italia ed è necessario guardare all’area liberale ed esiste una sola personalità in grado di ricoprire quel ruolo. Luigi Einaudi è, infatti, nominato Governatore della Banca d’Italia il 5 gennaio 1945, era rientrato in Italia, dopo la precipitosa fuga in Svizzera, appena un mese prima. Contemporaneamente è nominato componente della Consulta Nazionale, l’organo provvisorio con funzioni legislative, che ha il compito di scrivere le principali norme ordinarie mentre l’Assemblea Costituente, consesso elettivo, scrive la Costituzione e svolge funzioni di parlamento. Nel 1947 all’indomani della cacciata delle forze marxiste dal governo, De Gasperi lo indica come Ministro delle Finanze e, poi, del Tesoro, consentendo all’interessato di mantenere anche la carica di governatore. Sono in molti a ritenere che i provvedimenti adottati dal governo De Gasperi in materia economica, voluti da Einaudi, abbiano posto le premesse per la ricostruzione prima e per il boom economico del decennio successivo. Con l’entrata in vigore della Costituzione e l’elezione del nuovo parlamento, Einaudi entra, di diritto secondo la terza norma transitoria della carta costituzionale, in Senato

Liberale, già firmatario del “Manifesto degli Intellettuali Antifascisti”, è portato al Colle grazie alla perseveranza dell’allora Presidente del Consiglio, De Gasperi, il quale all’indomani della vittoria alle politiche del mese precedente si ritrovò colpito da vari franchi tiratori all’interno della Dc per il suo appoggio alla candidatura di Carlo Sforza, contrapposto ad un nuovo mandato di Enrico De Nicola retto dal blocco social-comunista. Einuadi fu il primo a stabilirsi al Quirinale rendendo la vecchia reggia papale il simbolo della Repubblica.

Da autentico liberale non prese bene e protestò per l’iniziativa di un solerte magistrato che aveva mandato a processo, d’ufficio, Giovannino Guareschi e Carletto Manzoni per vilipendio al Presidente della Repubblica per aver pubblicato sul quotidiano satirico “Il Candido” una vignetta, disegnata da Manzoni, nella quale si vedeva un uomo claudicante e di bassa statura camminare con il bastone in mezzo alle bottiglie di vino posizionate come se fossero corazzieri. Il riferimento era al fatto che Einaudi, prima dell’elezione a Presidente, aveva imposto alla produzione vinicola dei poderi di famiglia di Dogliani una etichetta che recitava “Vino Einaudi, poderi del senatore Luigi” abusando, secondo i due critici, dell’onorificenza di senatore, per altro conseguita di diritto per effetto di una norma transitoria della Costituzione. Dopo la condanna ad otto mesi per il padre di “Don Camillo e Peppone” si aprirono addirittura le porte del carcere nonostante lo stesso Einaudi si fosse pronunciato negativamente contro l’iniziativa della magistratura ed a tutela della liberta di opinione.

Einuadi, da Presidente della Repubblica, sino al 1953, per ben 5 volte consecutive, aveva sempre incaricato di formare il governo lo statista democristiano Alcide De Gasperi, non è lecito affermare che si trattasse di un debito di riconoscenza nei confronti del politico trentino, quanto piuttosto della presa d’atto dell’esigenza di attribuire al segretario del principale partito di maggioranza l’incarico di formare il governo.

Purtroppo nonostante l’impegno profuso per la rinascita dell’Italia, per l’accettazione nel consesso internazionale di una nazione che pure era stata fascista, razzista e alleata dei nazisti, il povero De Gasperi visse dal 1952 in poi una serie di disavventure che minarono fortemente la forte fibra del padre della patria. Dove non poterono le purghe e le persecuzioni fasciste riuscirono la cattiva politica e qualche ingiusta presa di posizione nei confronti di De Gasperi che pure, da profondo cattolico, comprendeva l’insegnamento evangelico del nemo profeta in patria. La stella di De Gasperi iniziò, ingiustamente, ad offuscarsi proprio nel 1952 quando papa Pio XII in persona aveva stabilito che per evitare una eventuale conquista del Municipio di Roma, città dove aveva sede il vaticano, da parte delle forze marxista la DC doveva candidare il sacerdote don Luigi Sturzo che si sarebbe presentato alle elezioni con la chiara affermazioni d’intenti di raccogliere i voti degli ex fascisti del neonato MSI. De Gasperi nonostante le pressioni del papa che arrivò a mandargli un noto predicatore gesuita, padre Riccardo Lombardi, per tentare di convincere il Presidente del Consiglio rimase fermo al rifiuto dei voti missini. Nonostante la scelta politica di De Gasperi si fosse rivelata esatta e la DC riuscì comunque a mantenere il municipio di Roma senza dover schierare il vecchio fondatore del PPI e soprattutto senza i voti missini, il papa serbò rancore a De Gasperi e negò allo statista democristiano udienza privata in occasione del trentesimo anniversario di matrimonio. Fatto che ferì profondamente il fervente cattolico De Gasperi. Si aggiunse poi una nuova grave diffamazione proveniente dalle pagine del Candido di Guareschi che questa volta aveva pubblicato delle lettere, attribuite a De Gasperi, inviate agli americani a Salerno per sollecitare un bombardamento di Roma nel 1944 al fine di fiaccare la resistenza degli ultimi fascisti romani. La lettera era palesemente falsa ed il mite De Gasperi, che non sarebbe stato in grado di torcere un capello ad alcuno, si vide costretto a denunciare Guareschi che, dopo gli otto mesi di carcere patiti per il vilipendio di Einaudi, fu rinchiuso nuovamente in carcere e questa volta vi rimase per oltre 410 giorni. L’incarcerazione del colpevole aggiunse ulteriore sofferenza per lo spirito del politico trentino. Infine la questione della cd. legge truffa. Una legge che secondo De Gasperi doveva servire a dare stabilità al governo e prevedeva un premio di maggioranza per il gruppo di liste, apparentate, che avessero raggiunte una percentuale di voti prossima alla maggioranza, esattamente il 50 per cento dei voti. Le opposizioni comuniste e socialiste gridarono allo scandalo e proposero una forte contestazione anche in parlamento chiedendo ad Einaudi di non promulgare la legge, cosa che invece il Presidente neppure prese in considerazione. Negli anni 90 furono approvate norme elettorali che consegnavano premi di maggioranza anche a coalizioni che avessero conseguito anche un solo voto in più dei rivali senza alcuna protesta. La legge passò ma De Gasperi, per pochi voti, non riuscì a conseguire il quorum necessario per conseguire il premio. La vicenda fu vissuta come una sconfitta, nonostante il buon risultato elettorale, e comportò anche il fallimento dell’ultimo governo di De Gasperi che dopo solo un mese di governo subì la bocciatura del governo in aula, circostanza mai verificatasi prima. Tutti questi dispiaceri uniti alla consapevolezza di non aver ricevuto la riconoscenza che meritava portarono all’improvvisa morte per infarto di Alcide De Gasperi. Era il 19 agosto 1954 e De Gasperi aveva solo 73 anni. Il feretro fu portato a Roma dalla casa di Borgo Valsugana in treno tra un enorme partecipazione popolare. Il treno fu interrotto diverse volte, ad ogni stazione il treno era accolto dal sindaco con la fascia tricolore, il gonfalone ed, in diversi casi, la banda musicale. La partecipazione commossa del popolo rendeva difficile il trasito del convoglio. Ad attenderlo a Roma il Presidente Luigi Einuadi. Proprio all’indomani della caduta dell’ultimo governo di De Gasperi, Einaudi incaricò un democristiano di sua fiducia di comporre il governo con l’obbiettivo di approvare le leggi finanziarie. Fu il primo caso di un governo del Presidente cioè della designazione di un premier di fiducia della massima carica senza la designazione diretta dei partiti. L’esperimento non durò molto e già dopo solo sei mesi Pella fu costretto alle dimissioni ed Einaudi tornò alla normale pratica della designazione dei partiti incaricando Amintore Fanfani. Alla scadenza del mandato presidenziale nel 1955, i partiti laici proposero la riconferma del Presidente ormai ottantunenne, al primo scrutinio il nome di Einaudi raggiunse 120 voti, ma si comprese subito che la democrazia cristiana era orientata diversamente ed infatti al quarto scrutinio fu eletto Giovanni Gronchi, un democristiano di sinistra, unico ad aver criticato apertamente De Gasperi. Il 30 ottobre 1960 all’età di 87 anni Luigi Einaudi si spense. Gli ultimi anni di vita, quelli nei quali occupò il seggio di senatore a vita, furono vissuti sostanzialmente senza alcun intervento pubblico. Luigi Einuadi interpretò la carica di Presidente della Repubblica senza personalismi avendo a cuore sostanzialmente il rigore dei conti pubblici e per questo intervenne nel dibattito parlamentare più di una volta. Tranne la nomina di Pella che comunque non aveva l’intento di destabilizzare il sistema quanto piuttosto di procedere all’approvazione della legge di bilancio, il Presidente fu autentico notaio degli orientamenti prevalenti dell’elettorato e dei partiti, espressione rappresentativa del volere popolare. Il maggior insegnamento di Einaudi probabilmente va ricercato nella dottrina economica e negli studi finanziari. Si trattava della coniugazione del liberalismo in epoca moderna. La teorizzazione del pareggio di bilancio come principio fondamentale dell’amministrazione delle finanze pubbliche. L’azzeramento dell’intervento pubblico nei mercati economici e la netta condanna dell’assistenzialismo statale. Era una scuola di pensiero che si avviava, in quegli anni, al declino. Lo stato liberale aveva avuto il punto di massimo successo nel periodo storico che andava dall’Unità d’Italia all’avvento del fascismo. Nel secondo dopoguerra si andavano affermando nuovi modelli economici anche per arginare lo statalismo oppressivo che imperava nei paesi comunisti. Anche in Italia la scuola keynesiana, che sviluppava gli insegnamenti dell’economista britannico John Maynard Keynes, iniziava ad avere la meglio rispetto alla scuola liberale tradizionale. Si teorizzava la necessità dell'intervento pubblico statale nell'economia con misure di politica di bilancio e monetaria, qualora un'insufficiente domanda aggregata non riesca a garantire la piena occupazione nel sistema capitalista, in particolare nella fase di crisi del ciclo economico, promuovendo dunque una forma di economia mista. In Italia già negli anni 50 diversi studiosi partendo dai principi keynesiani misero anche in discussione il principio del pareggio di bilancio e la teorizzazione del ricorso al debito pubblico come forma di finanziamento dell’attività statale.

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