17 Gennaio 2022
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Sandro Pertini, il più amato dagli italiani.

26-12-2021 17:48 - Storia
Il 23 marzo 1987 Sandro Pertini, ormai 91 enne, è colpito da un malore mentre sta partecipando, da senatore a vita, ai funerali del generale Licio Giorgieri, una delle ultime vittime delle brigate rosse. L’ex Presidente della Repubblica è ricoverato d’urgenza al Policlinico Umberto I di Roma, unità di cardio-chirurgia. Pertini prima di perdere completamente i sensi riesce a dire che vuole che sia chiamato Giovanni Paolo II. Il papa annulla qualsiasi impegno e si precipita al capezzale del Presidente. Arrivato davanti alla porta della stanza dove si trova Pertini, Giovanni Paolo II, fa il gesto di entrare, ma si oppone la moglie di Pertini, Carla Voltolina. Il Presidente emerito ha ormai perso i sensi, non è più lucido e si teme per la vita, anche per via dell’età avanzata. Giovanni Paolo II vuole somministrargli l’estrema unzione, ma la moglie si oppone e Giovanni Paolo II è invitato ad accomodarsi nel corridoio. Il Papa polacco, già in odore di santità in vita, non si scompone, chiede ed ottiene un sedia, sedutosi inizia a recitare il rosario e legge qualche preghiera del breviario per poi andar via. Alla fine Sandro Pertini riuscirà a superare la crisi e con l’impianto di un pacemaker vivrà ancora circa tre anni per morire, per gli esiti di una banale caduta, in casa propria. Una mansarda, di proprietà del Comune di Roma, tenuta in affitto, di piccole dimensioni, ma affacciava direttamente sulla fontana di Trevi. Pertini durante gli anni del pontificato aveva stretto una sincera amicizia con il papa polacco e quando potevano uscivano insieme, soprattutto i primi anni, quando Giovanni Paolo II andava a sciare, Pertini si offriva di accompagnarlo. Il rapporto fu anche cementato da una fitta corrispondenza che aveva ad oggetto anche la fede. A differenza del predecessore Saragat che effettivamente si convertì, come abbiamo raccontato nel capitolo dedicato al politico piemontese, Pertini non ha mai dichiarato la propria conversione e non ha ricevuto funerali religiosi. Tuttavia quando si insediò al Quirinale riprese un solerte impiegato che stava riponendo un crocifisso appeso in una stanza destinata al Presidente, notoriamente ateo, ed ha sempre dichiarato di essere assolutamente rispettoso della religione cattolica. Il crocifisso rimase attaccato alle pareti dell’ufficio del Presidente. La massima apertura fatta, in vita, era stata che in Italia non potevamo non dirci cristiani, citando sul punto Benedetto Croce.

Giovinezza

Sandro Pertini era nato a Stella, un piccolo paesino di circa 3.000 anime in provincia di Savona, il 25 settembre 1896. All’anagrafe gli avevano imposto i nomi di Alessandro Giuseppe Antonio, ma in famiglia tutti lo chiamavano Sandro. La madre Maria Muzio era casalinga e molto religiosa. Ogni domenica andava a messa con il figli, ma quando Sandro aveva da poco compiuto 15 anni, una mattina il figlio comunicò alla madre che era ateo e non si sarebbe più recato in chiesa, neppure per accompagnare la madre. Il padre Alberto era un piccolo proprietario terriero e consentiva alla famiglia un’esistenza non ricca, ma di agiata condizione. Sandro era il penultimo di tredici figli. Il fratello Eugenio di soli due anni più grande morì, proprio qualche giorno prima dell’arrivo degli alleati, in un campo di concentramento tedesco, a Flossemburg in Baviera, il 25 aprile del 1945. Era stato deportato in seguito ad un rastrellamento ordinato dal prefetto repubblichino di Genova. Abbandonato il ginnasio dei Salesiani di Varazze, Pertini si iscrive al Liceo statale di Savona dove è uno degli allievi preferiti del Professore Adelchi Baratono, un filosofo socialista che collabora con la rivista Critiche sociali di Filippo Turati. Allo scoppio della prima guerra mondiale Pertini è chiamato alle armi e pur essendo in possesso del diploma ginnasiale non frequenta il corso ufficiali, contravvenendo alle direttive impartite dal comando generale che miravano ad avere ranghi di ufficiali diplomati, preferendo partecipare nella prima parte del conflitto come soldato semplice. Nel 1917 Pertini è inviato al fronte sulla linea dell’Isonzo e qui frequenta il corso per ufficiali, precisamente il corso allievi ufficiali del 29° corpo d'armata a Peri, una frazione di Dolcè, in provincia di Verona. Nominato aspirante ufficiale il 15 maggio, il 3 giugno inizia a frequentare la scuola mitraglieri FIAT di Brescia, uscendone un mese dopo, con il grado di Sottotenente dei mitraglieri, inquadrato nella 1005^ compagnia mitragliatrici FIAT in forza al 277° reggimento fanteria di stanza a Brescia. Inviato in prima linea nell'agosto del 1917, assume il comando di una sezione dell'863^ compagnia mitragliatrici FIAT. Distintosi durante una serie di assalti portati contro le linee austriache nella zona del monte Jelenik tra il 21 ed il 23 agosto 1917, si merita la proposta di conferimento della medaglia d'argento al valor militare. Una medaglia che ha una storia particolare ancora oggi non ben chiarita. Sono almeno due le versioni. La prima riguarda il fatto che il decorato sottotenente Pertini non avesse accettato la medaglia perché si dichiarava contrario alla guerra secondo le direttive del partito socialista. La seconda invece afferma che nelle concitate fasi della disfatta di Caporetto fosse andato smarrito l’incartamento relativo alla medaglia d’argento in favore di Pertini. La proposta di medaglia era relativa proprio ad un atto di eroismo compiuto da Pertini il 21 agosto del 1917 alla vigilia della grave sconfitta militare.
Ad eventi bellici conclusi la medaglia non fu più assegnata perché ormai Pertini, antifascista dichiarato, risultava detenuto per sovversione politica ed al regime non sembrava opportuno consegnarla ad un detenuto. Certo è che quando poi fu eletto Presidente della Repubblica il generale, capo di stato maggiore della difesa, Giovanni Torrisi, uno dei pochi militari protetto da Pertini durante tutta la carriera politica, ritrovò l’incartamento ed andò direttamente al Quirinale per conferire la decorazione all’ormai Presidente della Repubblica in carica. Pertini non volle accettare ugualmente il riconoscimento questa volta opponendo un conflitto d’interessi, è, infatti, il Presidente della Repubblica colui che deve firmare il decreto per ufficializzare la consegna della medaglia d’argento al valor militare. Alla fine la medaglia fu consegnata a Pertini il 9 luglio 1985 quando ormai il Presidente non era più tale ed, infatti, la consegna avvenne nello studio di senatore a vita a Palazzo Giustiniani ed a consegnarla fu il ministro della difesa Giovanni Spadolini, non partecipò Torrisi, nel frattempo travolto dalla vicenda della P2 dove il militare era risultato iscritto, e Pertini non perse l’occasione per difendere l’amico :”è innocente, si è trovato coinvolto in buona fede”. Nella motivazione della medaglia si legge “Durante tre giorni di violentissime azioni offensive, senza concedersi sosta alcuna, animato da elevatissimo senso del dovere, con superlativa audacia e sprezzo del pericolo avanzava primo fra tutti verso le munite difese nemiche, vi trascinava i pochi suoi uomini e debellava una dietro l’altra le mitragliatrici avversarie numerosissime e protette in caverne. Contribuiva così efficacemente alla conquista di ben difesa posizione nemica catturando numerosi prigionieri e bottino importante. Bellissima figura di eroismo e di audacia. Descia-Monte Cavallo-Jelenick, 21-22-23 agosto 1917”.

La lotta antifascista

Finita la guerra Pertini rimase nei ranghi dell’esercito sino all’8 marzo 1920, distaccato in Istria. Già nel 1919, ancora militare e dopo aver conseguito la maturità liceale, studiando in guerra, nella sessione straordinaria del settembre 1919 (Liceo Classico Gian Domenico Cassini di Genova), si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo genovese, dopo aver superato 12 esami si trasferì all’Università di Modena dove si laureò il 12 luglio 1923 all’età di 27 anni. All’inizio provò anche ad esercitare la professione di avvocato. Dopo aver svolto la pratica forense presso lo studio dell’Avv. Pietro Murialdo che era Presidente del Consiglio dell’Ordine di Savona, superò l’esame di abilitazione professionale il 23 novembre 1923. Iniziò a lavorare come avvocato in uno studio aperto insieme all’Avv. Giovanni Battista Pera con il quale oltre alla professione il giovane Pertini condivideva anche l’attività politica, nel 1925, certamente già militante socialista, proprio per aver pubblicato insieme a Pera un opuscolo dal titolo “Sotto il barbaro dominio fascista” il 22 maggio Pertini fu arrestato e condannato, per la prima volta, alla pena di otto mesi di reclusione e lire 1.200 di multa. Fu la fine della carriera professionale di Pertini. La carriera politica invece non era iniziata propriamente sotto le fila socialiste. Sandro Pertini, infatti, si candidò e fu eletto al consiglio comunale del paese di origine, Stella, alle elezioni che si tennero il 24 novembre del 1920. La lista che lo candidava era quella dell’Unione Liberale. Pertini entrò a 24 anni in consiglio comunale per un solo voto di preferenza in più rispetto al primo dei non eletti, aveva pesato senza dubbio il fatto che fosse presidente della locale associazione nazionale reduci e combattenti, carica che lasciò nel 1922 in favore del fratello Carlo Pertini. Solo il 18 agosto 1924 all’indomani del ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti, Pertini si iscrisse alla sezione di Savona del Partito Socialista Unitario, il partito di cui Matteotti era segretario e Filippo Turati l’anziano leader. Era lo stesso partito nel quale militava anche Giuseppe Saragat che di Pertini era più giovane di due anni. Dopo la prima condanna per antifascismo Pertini fu oggetto di ripetute aggressioni squadriste, per ben sei volte fu picchiato, costretto a bere l’olio di ricino ed infine, l’ultima volta, gli squadristi fascisti gli ruppero un braccio. A questo punto il segretario della sezione del PSU di Savona, che era Cristofaro Astengo, figlio di una famiglia di possidenti molto amici dei Pertini di Stella, decise di inviarlo a Milano con lo scopo di evitargli nuove e sicure aggressioni. A Milano Pertini conobbe Carlo Rosselli, che gli presentò Filippo Turati. Il 4 dicembre 1926 il Tribunale speciale di Genova propose Pertini per il confino che venne stabilito avesse la durata di 5 anni. Ormai prossimo al confino i socialisti unitari decisero di affidare proprio al giovane Pertini l’incarico di far scappare Filippo Turati in una avventurosa fuga con un motoscafo. La scelta era anche dovuta al fatto che il piano di fuga prevedeva la partenza da Savona, città che Pertini conosceva bene, e lo sbarco in Corsica per poi trasferirsi in Francia a Parigi, dove arrivarono i fratelli Rosselli, Saragat, e tutti gli altri leaders socialisti compreso Pietro Nenni. Come abbiamo visto nel capitolo dedicato a Saragat il movimento socialista era molto diviso e frequenti erano le scissioni compresa quella che sembrava destinata ad avere maggiore successo, quella dei comunisti guidati da Antonio Gramsci. Pertini era uomo d’azione e non riusciva a stare in esilio, formalmente concesso dal governo francese, e come ebbe a dire tempo dopo, volendo fare il socialista con i fatti piuttosto che a parole, clandestinamente ritornò in patria per organizzare la dissidenza al fascismo. Erano gli anni in cui i socialisti ed in particolare la fazione che faceva capo a Turati avevano stabilito che la soluzione necessaria per il ripristino della libertà era l’omicidio di Benito Mussolini. Attentato effettivamente organizzato, ma fallito. Sfortunatamente per Pertini mentre si trovava a Pisa nel mese di aprile dell’anno 1929 la locale squadra di calcio toscana doveva disputare una partita della massima serie con la squadra di Savona ed al seguito della squadra arrivarono numerosi tifosi, uno di questi, non si seppe mai il nome, riconobbe per strada Pertini e lo denunziò alla polizia segreta fascista (OVRA) che, per tutelare la fonte e anche per pedinarlo e scoprire ulteriori complici, lo arrestò solo dopo qualche settimana e precisamente il 14 aprile 1929. Pertini era stato condannato in contumacia, il 14 settembre 1927 a dieci mesi per aver partecipato alla fuga di Turati in motoscafo e per aver disobbedito alla sottoposizione al confino. Dopo l’arresto subì un ulteriore processo davanti al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato di Savona. Si trattava di procedimenti giudiziari che avevano solo la parvenza formale di un regolare processo, in realtà era un procedimento sommario ed a giudicare erano chiamati militari dell’esercito con funzioni di presidente, mentre giudici a latere erano direttamente componenti, in servizio attivo e permanente, della milizia volontaria fascista. Fu internato nel terribile carcere di Santo Stefano, un penitenziario costruito dai borboni su di un isolotto vicino Ventotene che aveva sostanzialmente sul proprio territorio unicamente il carcere. La struttura a forma di ferro di cavallo prevedeva che i detenuti avessero finestre rivolte all’interno con lo scopo di atterrire il detenuto. Le regole erano particolarmente rigide, ad esempio, il detenuto non poteva rimanere disteso di giorno sulla branda della cella. Ben presto le condizioni di salute di Pertini si aggravarono per effetto di una polmonite batterica da ascriversi alle precarie condizioni igieniche del penitenziario. Proprio per le precarie condizioni di salute Pertini fu trasferito nel carcere di Turi, vicino Bari. Nella sezione destinata ad infermeria del carcere Pertini conobbe Antonio Gramsci. E’ stato lo stesso Pertini a raccontare l’episodio successivamente. Non ha mai raccontato Pertini che il leader comunista, malato di tubercolosi, era stato di fatto abbandonato dai militanti comunisti ed era in buona sostanza solitario nel letto dell’infermeria, privo di ogni sostegno. Pertini che era socialista e sapeva che con i comunisti non esistevano buoni rapporti non esitò ad avvicinarsi all’illustre malato. A Gramsci Sandro Pertini si presentò dichiarando “onorevole sono un socialista, ma voglio aiutarla” prodigandosi per asciugare la fronte di Gramsci sotto l’effetto di violenti attacchi febbrili. Gramsci non esitò a rispondere “caro compagno di sventure, tu sai chi sono?”, “certo rispose Pertini lei è il famoso onorevole Gramsci”. Il leader comunista immediatamente invitò Pertini a dargli del tu ed i due, per il breve periodo di comune carcerazione, divennero amici intimi. Ritenuto nuovamente idoneo per la carcerazione tipica dei detenuti politici Pertini fu trasferito al penitenziario di Pianosa, un altro carcere costruito sopra una piccola isola. A questo punto la madre, temendo un nuovo aggravamento delle condizioni di salute, presentò al Duce la domanda di grazia. Pertini, avuta notizia della domanda, scrisse immediatamente due lettere. La prima diretta ai superiori del carcere, nella quale non riconosceva la domanda inoltrata dalla madre, che pure era formalmente la tutrice del detenuto (per effetto della severa pena era scattata anche la pena accessoria dell’interdizione). La seconda lettera, invece, drammatica nei toni era proprio diretta alla madre. In questa lettera Pertini si dichiarava offeso profondamente dalla domanda di grazia che non teneva conto dei suoi principi antifascisti e del fatto che la sola presentazione della domanda di grazia vanificava tante imprese e tante sofferenze compiute in nome del socialismo. Un socialismo che Pertini, scrisse già nella lettera alla madre e poi ha sempre ripetuto, veniva vissuto come una fede. Per Pertini era pari ad una religione, per lui non si trattava di una militanza politica, ma riteneva di aver aderito ad una fede religiosa con ogni conseguenza anche quella estrema del sacrificio della vita. Per questo dichiarerà che delle sue azioni per il socialismo egli voleva che fosse chiamato a rispondere solo lui stesso e non volle avere figli che avessero potuto subire pregiudizio dalle scelte politiche del padre o anche da una eventuale morte, in carcere quanto in una azione militare per la libertà. Scontò ininterrottamente 14 anni di carcere e confino e fu liberato a Ventotene, dove era confinato, solo il 13 agosto del 1943, dopo la caduta del regime. Naturalmente Pertini immediatamente passò all’azione e si recò a Roma per organizzare la difesa della capitale all’indomani dell’8 settembre. Prese parte, combattendo per ben due giorni, alla difesa della città a porta San Paolo contro i tedeschi ovviamente superiori per numero ed armamenti. Anche in questo caso l’atto di eroismo comportò il riconoscimento di una medaglia, questa volta d’oro, che Pertini accettò di ricevere nel 1958 quando era deputato. Dopo l’occupazione militare tedesca di Roma Pertini si unì agli amici socialisti ed insieme a Nenni e Saragat dette vita al comitato per la ricostituzione del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP). Nel frattempo assunta la carica di segretario del Partito socialista per l’alta Italia ebbe il compito di rappresentare il partito socialista nelle costituende organizzazioni di liberazione resistenziali, i comitati nazionali di liberazione (CLN). In tale veste insieme a Saragat fu nuovamente arrestato ed imprigionato a Regina Coeli insieme ad altri militanti socialisti fu rinchiuso nel braccio dei condannati a morte del penitenziario romano dal quale evase insieme a Saragat, come abbiamo raccontato nei capitoli precedenti. Qui aggiungiamo che il piano di evasione prevedeva la fuga dei soli Saragat e Pertini, giudicati in imminente pericolo di vita o quantomeno di deportazione, ma fu proprio Pertini che si rifiutò di evadere se non insieme a tutti i compagni socialisti arrestati insieme a lui. Liberato condusse ulteriormente la lotta partigiana come capo militare. Dotato di una grande oratoria comiziale caratterizzata dalla grande semplicità del linguaggio senza rinunciare alla precisione grammaticale e sintattica, all’improvviso aumentava il tono della voce quando doveva sottolineare particolare concetti ed era solito strappare forti applausi. Poteva parlare in piazza per ore, ma aveva imparato a smettere quando vedeva che la piazza si stava per stancare. Il giorno della liberazione di Milano dalla radio fu proprio Pertini ad annunciare l’evento e fu lo stesso Pertini, il 25 aprile 1945, a fare il primo comizio di piazza ad una Milano liberata dove, a piazzale Loreto, erano stati appesi a testa in giù i cadaveri del Duce, dell’amante Claretta Petacci e dei principali gerarchi giustiziati sommariamente. Pertini raccontò successivamente di conoscere perfettamente come erano andate le cose proprio in ordine alla fucilazione di Mussolini e chi fosse stato l’autore dell’eccidio o dell’atto di giustizia come pure fu ritenuto il gesto, ma non volle mai indicare nome e dettagli.

Il dopoguerra

Eletto deputato all’Assemblea Costituente nel 1946, direttore dell’Avanti nel biennio 1946-47 ebbe un forte scontro con Nenni in ordine alle scelte elettorali che poi furono assunte nel 1948. Non avendo voluto tradire il partito socialista all’epoca della scissione di Saragat, che Pertini sapeva figlia anche e soprattutto dei finanziamenti americani, il futuro Presidente rimase nel PSI di Nenni, ma avversò apertamente la scelta di alleanza elettorale con i comunisti. Spiegava Pertini ai congressi del PSI, chiamati a decidere le alleanze, che bisognava staccare il cordone ombelicale con Mosca che aveva una idea diversa di socialismo. Non poteva esistere Giustizia sociale senza libertà, e non poteva esistere libertà senza Giustizia sociale ripeteva come una cantilena Pertini ed il riferimento era alla dittatura, seppure invocata in nome del proletariato, in essere in URSS. Tuttavia la posizione di Pertini era marginale, lo stesso Pertini non aveva grosse capacità di maneggio con le tessere di partito, le correnti ed aveva una dote particolare. Era profondamente onesto e di retta condotta morale. Caratteristiche che non si conciliavano con la possibilità di ottenere la guida del partito o anche, semplicemente, ruoli operativi di governo. Molti socialisti non lo sopportavano, ma il PSI ebbe sostanzialmente sino all’avvento di Craxi un unico leader, Pietro Nenni, che aveva conosciuto Pertini durante l’esilio di Parigi e ne apprezzava il coraggio e l’azione. Per questo Pertini ebbe sempre piena cittadinanza nel partito di Nenni seppure sovente veniva ritenuto, coraggioso ed abile oratore, ma di scarsa visione politica. Lo stesso Nenni aveva confidato ad alcuni amici che Pertini era innocuo proprio perché non riusciva a comprendere fino in fondo le dinamiche della politica. Secondo alcuni storici Nenni aveva testualmente affermato: «Povero Sandro, tanto cuore e poco cervello». Identica nella sostanza l’affermazione di Riccardo Lombardi: «cuore di leone, cervello di gallina». In realtà su tante vicende aveva ragione Pertini e proprio la scelta elettorale del 1948, inutilmente avversata da Pertini, è sintomatica delle effettive e reali doti intellettive di Pertini. Senza trascurare che poi spesso l’umiltà è una ulteriore evidenza dell’intelligenza, mentre l’arroganza spesso caratterizza coloro che giudicano le altrui capacità intellettive. Nel 1948 Pertini fu eletto al senato tra le fila del PSI alleato nel fronte popolare con il PCI, ma nell’assise alta Pertini non si sentiva a proprio agio per cui dal 1953 in poi fu eletto deputato. Successe a Leone, dopo i cinque anni di Brunetti-Ducci, alla carica di Presidente della Camera dove rimase in carica per due legislature (dal 1968 al 1976). Sino al 1960 Sandro Pertini non aveva dato in parlamento prova di grosse capacità politiche anche perché non interessato a posizioni di potere, sia all’interno del partito che in posti di governo. Nel 1960 invece vi fu una manovra politica rilevante orchestrata direttamente dal Presidente della Repubblica Gronchi. Giovanni Gronchi, già proveniente dalle fila della sinistra democristiana (quella di Dossetti) che si opponeva anche a De Gasperi, aveva in mente di realizzare un governo di centrosinistra in Italia. L’operazione, nella mente del Presidente Gronchi, doveva essere guidata direttamente da un fidato parlamentare, Fernando Tambroni. Tambroni era, come Gronchi, un parlamentare militante nella corrente di sinistra della DC ed era divenuto ministro dell’interno per espressa volontà del Presidente della Repubblica che lo aveva imposto alla DC nel delicato incarico. Quando nel 1960 Gronchi ipotizza la svolta a sinistra l’incarico è affidato proprio a Tambroni. Con enorme sorpresa, le forze di sinistra, PSI compreso, rifiutano di aderire al progetto di Tambroni ed il governo “del Presidente” (cioè voluto da Gronchi) è un monocolore che si regge solo grazie all’appoggio dei voti di fiducia del MSI, all’epoca partito ritenuto neofascista. Il paradosso fu che l’operazione conseguì come risultato finale l’esatto opposto di quanto desiderato. L’MSI è addirittura ormai forza politica determinante per tenere in piedi il governo. I post fascisti decidono di organizzare un congresso nella città di Genova. Una città, Genova, particolarmente colpita dai drammi dell’occupazione nazifascista e per questo tutte le forze politiche si ribellano, quanto meno alla scelta della città come sede congressuale per il MSI. I vertici del movimento sociale in realtà comprendono bene che la scelta è stata infelice e fanno sapere al governo di attendere una via di uscita che non sia una fuga da Genova, si sarebbero accontentati anche di un divieto governativo. Tambroni, invece, forse mal consigliato dai maggiorenti DC che volevano affossare soprattutto il governo “del Presidente”, non vieta la celebrazione del congresso e quindi le forze di sinistra sono costrette a convocare una grande manifestazione di piazza contro il congresso del MSI a Genova. A presiedere il congresso che si sarebbe celebrato dal 2 al 4 luglio 1960 nella città di Genova per l’MSI era stato chiamato Carlo Emanuele Basile, un fascista della prima ora passato poi nella Repubblica Sociale dopo l’8 settembre e nominato prefetto di Genova, ritenuto responsabile di crimini contro i partigiani oltre che delle deportazioni in Germania. Vittima delle deportazioni ordinate da Basile era stato anche il fratello minore di Pertini, Eugenio, che perse la vita in un campo di concentramento proprio il 25 aprile 1945, lo stesso giorno in cui il fratello Sandro pronunciava il primo comizio nella Milano liberata. Basile, arrestato dai partigiani e condannato a morte per ordine diretto dello stesso Sandro Pertini, si era salvato misteriosamente. Si seppe che Basile al momento dell’arresto aveva con se una ingente somma di danaro contante ed un vero tesoro di oro e preziosi. Si trattava di valori provenienti dalle casse personali del Duce al quale Basile tentava di ricongiungersi. I beni dovevano servire a favorire l’espatrio di Mussolini, ormai in fuga. Forse perchè riuscì a corrompere il plotone di esecuzione che pure due volte lo mise al muro, forse perché invece l’ordine di sospendere l’esecuzione era arrivato direttamente dagli alleati resta il fatto che Basile non fu fucilato. Fatto che fece infuriare Pertini, uno dei capi militari del CLN. Basile evitò anche i processi, organizzati dagli alleati, all’estero e fu sottoposto a procedimenti penali in Italia. Prima, nel 1945, davanti alla Corte di Assise di Milano, fu condannato a 20 anni in luogo della condanna a morte chiesta dal PM. La pronuncia annullata proprio per la mitezza della pena dalla Cassazione fu rinviata davanti alla Corte di Assise di Pavia che, come era prevedibile, condannò a morte Basile. Una nuova pronuncia della Cassazione annullò anche la condanna a morte. Alla fine Basile fu sottoposto ad un terzo processo questa volta davanti alla Corte d’Assise di Napoli, individuata per via della distanza dai luoghi di azione del Basile. All’origine, infatti, era stata individuata la Corte di Assise di Venezia, ma proprio alla prima udienza uno dei due avvocati difensori di Basile, durante il dibattimento, fu preso a schiaffi in faccia, circostanza che fece scattare la legittima suspicione. A Napoli Il reato contestato a Basile fu ritenuto non più perseguibile per intervenuta amnistia. Era, infatti, arrivata la provvidenziale amnistia, voluta direttamente da Togliatti, che cancellava tutti i reati commessi nel periodo della resistenza tanto dai fascisti che dai partigiani. Successivamente proprio Pertini in parlamento si fece autore di una personale battaglia politica per far condannare Basile, reo, oltre che della deportazione del fratello di Pertini, di centinaia di casi di giustizia sommaria contro i partigiani. Il parlamentare ligure riuscì solo a conseguire un ulteriore processo a Genova con nuovi capi di imputazione, anche questo processo fu assegnato ad altra sede, sempre per la legittima suspicione, ed alla fine la Corte di Assise di Perugia pronunciò una sentenza di ne bis in idem rilevando che nonostante la formale modifica dei capi di imputazione si trattava sempre degli stessi fatti già giudicati dai giudici napoletani e ritenuti ricompresi nell’amnistia. Alla fine solo il 17 gennaio 1951 la Corte di Cassazione convalidò la sentenza di Perugia ponendo fine alla lunga serie di processi a carico di Basile che risultò amnistiato, anche per la deportazione che aveva portato alla morte del fratello di Pertini. Quando quindi all’inizio dell’estate del 1960 si seppe che a presiedere il congresso di Genova sarebbe stato proprio Basile, prefetto di Genova per la Repubblica sociale durante gli anni della resistenza, lo stesso Pertini insorse. Volle fortemente prendere la parola al comizio convocato a Genova proprio alla vigilia del congresso missino e così fu. Era il 28 giugno del 1960 davanti a circa 50.000 persone Sandro Pertini pronunciò, con il suo impareggiabile stile, un comizio di fuoco, parole scandite come macigni. Rivendicò di aver dato l’ordine di fucilare Mussolini e Basile, ultimo ordine disobbedito, concluse il comizio affermando :” A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza? Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi. Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi.”. Il comizio fu la miccia che scatenò la deflagrazione delle proteste che da Genova si allargarono in tutta Italia, i manifestanti si abbandonarono alle proteste che puntarono diritto al governo, per altro lasciato solo anche dalla stessa DC, in particolare dal correntone doroteo ormai dominato dai vari Moro, Segni, Rumor. Polizia e Carabinieri, per arginare la violenza di piazza, sono costretti a sparare sui manifestanti. In Sicilia la polizia spara e tra la folla rimane ucciso un giovane. A Reggio Emilio i morti per mano della polizia sono 3. Travolto dalle proteste finisce anche l’esperienza del governo Tambroni e con esso terminano le velleità di Gronchi di poter determinare, dal Quirinale, la politica del governo. L’unico ad aver guadagnato consensi sarà proprio Pertini, uscito trionfatore dai fatti di Genova nonostante la terribile coda di incidenti e di morti che i fatti di Genova provocarono. La figura di Pertini iniziò ad essere vista come anima, anche critica, della Repubblica, ma figura di un appassionato della politica, disinteressato rispetto al potere, interessato per le questioni di giustizia sociale e di libertà. Quando fu chiamato a presiedere la Camera dei deputati nel 1968, carica che mantenne sino al 1976, fu assolutamente rigoroso nell’applicare i regolamenti senza favori verso il governo. Iniziò a partecipare a tutti i funerali di Stato, dalle uccisioni brigatiste di agenti di polizia alle morti bianche (le vittime sui cantieri di lavoro) tanto che ormai lo chiamavano l’uomo dei funerali. Da Presidente della Camera aprì le porte di Montecitorio ai giovani, anzi ai ragazzi. Stabilì la prassi di ricevere negli uffici della Presidenza della Camera gli alunni delle scuole elementari e medie provenienti da tutta Italia. Dopo 8 anni di Presidenza si contarono oltre 55.000 ragazzi ricevuti da Pertini che si sedeva in mezzo ai ragazzi sollecitandoli a domandare qualsiasi cose. Più che il Presidente della Camera sembrava un nonno che si rivolge ai propri nipoti con il sorriso e con qualche ramanzina bonaria. Nel 1968 in Sicilia, nel Belice, si verificò un disastroso terremoto. Dopo svariati anni di proteste perché i fondi stanziati non erano arrivati alle vittime del terremoto, il parroco del Belice, Don Antonio Riboldi, stanco di inutili manifestazioni lascia la sua chiesa-baracca e con una cinquantina di bambini e quattro madri cala a Roma, si fa ricevere da Paolo VI, da Sandro Pertini, da Aldo Moro. Spedizione clamorosa e scandalosa: «A San Pietro si facevano il segno della croce come davanti a scomunicati», dirà in seguito il sacerdote. Ma il Papa gli dà tutto l’appoggio, Pertini definisce il Belice «la vergogna d’Italia» e si appassiona alla vicenda e Moro, Presidente del Consiglio, dispone l’invio di 300 miliardi con l’obbligo di stretti controlli sul loro impiego. Successivamente Sandro Pertini, poco tempo prima che finisse la legislatura nel 1976, invita proprio i ragazzi di Don Riboldi agli incontri con il Presidente. Il Parroco, originario di Acerra, sceglie di portare otto ragazzi, tra i 12 ed i 15 anni, orfani che frequentano l’oratorio. Dalla Sicilia i ragazzi hanno viaggiato in treno quasi per un giorno intero per arrivare a Roma, per cui quando arrivano negli uffici della Presidenza a Montecitorio più che apprezzare il sorriso bonario di Pertini apprezzano il sostanzioso buffet d’accoglienza che provvidenzialmente Pertini aveva fatto preparare. Don Riboldi racconterà, successivamente, che in quella circostanza Sandro Pertini con le lacrime agli occhi, mentre i ragazzi mangiavano i cornetti e bevano il te caldo, prese in disparte il sacerdote e tirato fuori dal taschino il portafoglio staccò, dal proprio conto corrente, un assegno di tre milioni di lire. Inutili furono le proteste di Don Riboldi, anche in relazione alla cifra elevata. “Li prenda e basta, lei saprà utilizzarli per questi ragazzi che meritano un avvenire migliore”, esclamò Pertini con tono ultimativo. Quei soldi furono effettivamente utilizzati per gli studi dei ragazzi e ben quattro di loro conseguirono una laurea. Questo era Pertini in quegli anni. Politico di grandi valori che aveva deciso di dedicarsi, nella parte finale della propria carriera, ai giovani. Mai avrebbe immaginato ancora in quel 1976 insieme a Don Riboldi ed ai ragazzi del Belice che di li a poco sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica.

La Presidenza della Repubblica

Prima dell’elezione presidenziale fissata per il mese di dicembre del 1978 accaddero due fatti, forse tra di loro collegati. Il primo fu il clamoroso colpo assestato allo Stato dalle brigate rosse, l’uccisione della scorta ed il rapimento di Aldo Moro con la successiva esecuzione del sequestrato dopo 55 giorni di prigionia, costellati di trattative con lettere provenienti dalla prigionia e scritte da Moro. In effetti l’escalation brigatista andava avanti da qualche anno, da quando l’organizzazione eversiva aveva sequestrato Mario Sossi, un magistrato attivo proprio a Genova, poi liberato ed aveva con il tempo alzato il tiro, uccidendo magistrati, avvocati, appartenenti a forze dell’ordine, militanti missini, politici prevalentemente democristiani. Nonostante fosse in corso l’attacco brigatista ormai da tempo nessuno poteva immaginare che si potesse arrivare ad ipotizzare, con una azione da commando, il sequestro dopo l’uccisione della scorta, di un politico di rilievo quale era Moro. Quando il 16 marzo del 1978 l’impensabile ebbe forma fu enorme lo shock per tutta la nazione. Quando poi iniziarono ad arrivare le prime lettere di Moro dalla “prigione del popolo” fu proprio Pertini, non più Presidente della Camera, a lasciarsi scappare : “si vede che Moro non ha fatto la resistenza”, criticando la scelta del rapito di volere una trattativa e schierandosi per la linea della fermezza, anche contro quella che sarà la linea ufficiale del PSI di aperta trattativa. Certamente se fosse stato rapito Pertini ai carcerieri avrebbe opposto un netto rifiuto a qualsiasi forma di collaborazione, mai avrebbe scritto lettere ed avrebbe affrontato la morte con coraggio come aveva dimostrato in guerra, durante il fascismo e durante la resistenza. Anche per questo le BR non ipotizzarono minimamente di rapire Pertini che probabilmente si sarebbe fatto ammazzare insieme alla scorta. Prima del rapimento Aldo Moro, che già aveva avuto qualche possibilità nel 1971, aveva puntato decisamente alla carica di Presidente della Repubblica. Da pianificatore quale era, il politico pugliese, aveva compreso che la corsa al Quirinale andava preparata per tempo e per questo a far data dal 1976 aveva abbandonato cariche di governo e si era accomodato sulla onorifica poltrona di presidente del partito della DC. Tuttavia tesseva la tela del compromesso storico con il PCI che, nei progetti degli ideatori, prevedeva varie fasi. Una prima fase nella quale il PCI non sarebbe entrato nel governo, ma avrebbe sostenuto con formule intermedie il governo stesso per poi successivamente entrare direttamente nella compagine di vertice con propri ministri. Come sostanzialmente era accaduto anche con il primo centrosinistra, quello in cui era il PSI a rappresentare la sinistra. Moro puntava molto sulla sua persona come elemento di garanzia della difficile fase di entrata al governo del PCI e riteneva che la sua elezione alla carica di Presidente della Repubblica potesse essere sostenuta da DC e PCI proprio come collante della nuova fase che, in fondo, era figlia - anche e soprattutto - dell’elaborazione politica di Aldo Moro. Che le cose non stessero andando nel verso sperato Aldo Moro lo comprese già quando gli americani ed in particolare la CIA fecero trapelare la notizia che un’azienda di armamenti militari, controllata a stretto filo dalla CIA stessa, avesse pagato tangenti per l’acquisto di alcuni aerei di fabbricazione statunitense venduti all’Italia. I nomi che finirono sul banco degli imputati furono quelli di Mario Tanassi (che poi finì proprio in prigione), socialdemocratico, e di Luigi Gui (assolto solo davanti alla Corte Costituzionale), che era democristiano, ma soprattutto era fedelissimo di Aldo Moro. Nell’intrigo gli americani diffusero un nome in codice indicato come percettore di mazzette, Antelope Cobbler, e qualcuno ipotizzò trattavasi dello stesso Moro, altri addirittura che fosse invece il Presidente della Repubblica Giovanni Leone. La manovra se avesse avuto come regista gli americani aveva, all’evidenza, come obbiettivo Moro, non solo perché Gui era un fedelissimo del politico pugliese, ma anche perché il tentativo di Moro di puntare alla Presidenza della Repubblica mentre contemporaneamente si apriva la stagione del governo di solidarietà nazionale sembrava non essere propriamente un progetto ideale per la strategia americana in Europa, ancora impegnata nella guerra fredda. Tutto precipitò con la tragica vicenda che colpì Moro. Dopo qualche mese, con il paese duramente colpito dai gravi fatti verificatesi, si aggiunse il secondo fatto rilevante. Le dimissioni, le prime per motivi politici di un Presidente della Repubblica, di Giovanni Leone vittima di una campagna di stampa diffamatoria che comprendeva anche i sospetti di essere egli stesso “Antelope Cobbler”. A questo punto con il principale candidato morto poco prima, Aldo Moro, la partita per il Quirinale appariva incerta. L’elezione ricordava quella del 1955 che aveva portato all’elezione di Gronchi e che era stata caratterizzata, qualche mese prima dell’inizio delle votazioni, dalla morte improvvisa del candidato migliore, Alcide De Gasperi. La Democrazia Cristiana che era guidata da Benigno Zaccagnini, uomo, che come effettivamente diceva il nome, aveva indole benevola, ma difettava di carattere ed era sostanzialmente diretta emanazione di Moro, non era in grado di esprimere un candidato non solo vincente, ma astrattamente idoneo a raccogliere i consensi necessari per almeno tentare l’elezione. Per questo sin dall’inizio la Democrazia Cristiana chiese ai socialisti una rosa di nomi per poi scegliere il candidato socialista ritenuto migliore. Per meglio rendere il concetto fu presentato ai grandi elettori democristiani un nome innocuo, quello di Gonnella, come candidato di bandiera. I socialisti prima di fare la rosa di nomi presentarono anche loro un candidato di bandiera, che era proprio Sandro Pertini, arrivato ormai alla veneranda età di 82 anni. La partita alla fine sembrava essere tutta qui. I democristiani accettavano un socialista al Quirinale sul presupposto che i Presidenti DC fino a quel punto eletti, Gronchi e Leone (Segni era durato poco tempo), non si erano rivelati i migliori e la palla passava in casa socialista, essendo ancora impensabile per i comunisti accedere al Quirinale ed essendo impegnati gli uomini di Berlinguer a farsi accettare come formazione comunista degna di sedere al governo di un paese alleato strutturalmente degli americani. La presentazione di Pertini come candidato di bandiera del PSI alle prime votazioni, dove il quorum necessario era particolarmente ampio, lasciava intendere che in casa socialista non era proprio la prima scelta. I socialisti, in effetti, avevano da poco rinnovato la propria classe dirigente. Ad essere acclamato segretario, poco tempo prima, era stato un giovane milanese di origini siciliane, Benedetto, detto Bettino, Craxi, che aveva intenzione di governare il partito d’accordo con l’opposizione interna che esprimeva il vicesegretario nella persona di Claudio Signorile, altro giovane legato al mondo sindacale ed al movimento operario. Craxi che già si era fatto notare durante il sequestro Moro per essersi dichiarato favorevole alla trattativa con le BR per la liberazione di Moro, in realtà aveva probabilmente pensato che portando la questione per le lunghe avrebbe potuto aspirare a piazzare un uomo utile ai futuri desideri di ambire alla carica di premier. Nella contesa si inserì anche Ugo La Malfa che era ben visto in casa democristiana e forse anche in quella comunista, ma non trovava consensi nel PSI. Troppo piccolo il partito di La Malfa (PRI) per poter davvero sperare in una elezione. Alla fine, dopo numerose sedute andate a vuoto, dove i principali partiti iniziarono ad abbandonare anche le candidature di bandiera per votare scheda bianca, Benigno Zaccagnini decise di rompere gli indugi e proprio mentre Craxi faceva ulteriori nomi socialisti, come Antonio Giolitti e Giuliano Vassalli, facendo intendere che li preferiva, il segretario DC scelse Sandro Pertini, proprio perché era il meno gradito alla segreteria PSI, tra i nomi socialisti. Si era nel frattempo arrivati al 16 mo scrutinio e Sandro Pertini fu eletto con un ampio consenso, 832 voti su 995, era l’8 luglio 1978. Il discorso dopo l’elezione bene segnalava quale sarebbe stato il tipo di settennato che aspettava gli italiani. Un discorso rivolto ad incitare i giovani, dove Pertini affermò che se non fosse stato ucciso dai brigatisti a sedere su quella sedia sarebbe toccato ad Aldo Moro, rendendo omaggio in questo modo allo statista democristiano scomparso e facendosi perdonare le frasi pronunciate durante la prigionia. La frase più importante fu quella pronunciata quando dichiarandosi fautore di una pace tra i popoli, lui che aveva conosciuto bene la guerra, affermò “si svuotino gli arsenali e si riempiano i granai”. Proprio al primo picchetto d’onore che gli rendeva omaggio Pertini introdusse una novità protocollare. Arrivato davanti all’ufficiale che sventolava la bandiera il Presidente si arrestò ed afferrò con un braccio il tricolore portandolo alle labbra e baciandolo. Un gesto che poi divenne la regola e fu ripetuto anche dal suo successore Cossiga. Anche quando andava all’estero Pertini iniziò a fare lo stesso gesto anche con la bandiera del paese che lo ospitava. Alla segreteria generale volle nominare Antonio Maccanico un funzionario della Camera dei Deputati che Pertini aveva conosciuto durante gli anni della Presidenza della Camera. Un collaboratore autorevole e capace che successivamente diventerà ministro. Non portò al Quirinale la consorte, Carla Voltolina, perché la donna oppose un ostinato rifiuto a partecipare alla vita pubblica del marito. I due si erano conosciuti durante gli anni della resistenza perché la Voltolina era una giovane staffetta partigiana. Rabusta e di bella presenza la ragazza aveva conquistato uno dei capi della resistenza. La differenza di età era rilevante, ben 25 anni. La donna non volle mai mettere piede al Quirinale e non seguì mai il Presidente in viaggi all’estero, manifestazioni ufficiali o altre occasioni. Unica eccezione un viaggio ufficiale in Cina, ma sembra che la donna fosse spinta dalla curiosità verso il comunismo cinese. Durante il settennato quindi Pertini arrivava al Quirinale spesso a piedi, abitando a piazza Trevi, alle nove della mattina e tornava la sera a casa per pranzare con la moglie. Pertini non aveva mai preso la patente di guida e non comprò mai un automobile, Carla Voltolina invece acquistò una Fiat 500, ovviamente di colore rosso, ed era quella l’unica automobile posseduta dalla coppia che alla morte della donna è stata donata alla fondazione Pertini. La signora Pertini anche durante gli anni di Presidenza del marito continuò ad usare il proprio cognome, solo dopo la morte di Pertini, invece, la vedova utilizzò il cognome del marito. Sopravvisse al marito per ulteriori 15 anni morendo nel 2005. Non avevano avuto figli e sostanzialmente non lasciarono beni di proprietà. Unicamente cimeli e scritti che contribuirono ad alimentare il patrimonio di una fondazione dedicata alla memoria di Sandro Pertini, inaugurata dopo qualche anno dalla morte del Presidente. Al momento dell’elezione di Pertini sulla sedia di Presidente del Consiglio sedeva Giulio Andreotti alla guida di un governo che si reggeva sulla fiducia dei comunisti. A tutti però era subito sembrato che insieme all’assassinio di Aldo Moro le BR avessero ucciso, a colpi di arma da fuoco, anche il governo del compromesso storico e quello di Andreotti che era ancora ad una fase preliminare rispetto al disegno più complesso. Quando quindi il PCI staccò la spina alla fine del 1979 era sembrato già che il governo fosse durato un’eternità. A questo punto Pertini, senza scomporsi, dette l’incarico a Bettino Craxi di formare il governo. Un gesto politico clamoroso se si pensa che sempre, sino a qual momento, l’incarico di formare il governo era toccato ad un esponente della Democrazia Cristiana. Craxi tuttavia dovette gettare la spugna, in quel 1979, perché le forze politiche ritennero ancora prematuro il gesto. Allora Pertini affidò l’incarico a Francesco Cossiga che aveva avuto un anno sabatico in seguito all’uccisione di Moro. Dopo aver costato di persona la presenza del cadavere di Aldo Moro nella Renault 4 in via Caetani corse a formalizzare le dimissioni dalla carica di ministro degli interni. Cossiga fu Presidente del Consiglio per circa un anno dal 4 agosto 1979 all’ottobre del 1980, ma, come approfondiremo meglio nel prossimo capitolo dedicato a Cossiga, si trattò di un anno intenso. Nel solo 1980 vi furono due gravi stragi, la prima avvenuta il 27 giugno riguardava l’affondamento in mare al largo di Ustica di un aereo di linea di una compagnia privata italiana, la seconda invece, avvenne il 2 agosto del 1980, fu una bomba esplosa nella sala d’attesa della stazione ferroviaria di Bologna. In entrambi i casi vi furono oltre 80 morti. Pertini certamente faceva fatica a comprendere cosa fosse accaduto in entrambi i casi, non aveva mai avuto ruoli di governo, non aveva rapporti con appartenenti ai servizi di sicurezza e l’unico alto militare che rientrava nella piccola cerchia dei suoi amici politici, il generale Torrisi era massone e pidduista. In ogni caso proprio a Bologna arrivò dopo poche ore dalla deflagrazione, giungendovi in Elicottero, e fu accolto da applausi. Dichiarò che si trattava del più grave episodio criminale mai accaduto in Italia. Nel frattempo oltre le mura vaticane pure il 1978 era stato anno di elezioni, non una, ma due. Dopo la morte di Giovan Battista Montini, papa Paolo VI, il conclave elesse, il 26 agosto, a pontefice il patriarca di Venezia, Albino Luciani, che assunse il nome di Giovanni Paolo, in onore ai due illustri predecessori i papi Paolo VI e Giovanni XXIII. Purtroppo Albino Luciani morì improvvisamente dopo 33 giorni di pontificato e fu necessario eleggere un nuovo papa. Aveva appena fatto in tempo ad introdurre alcune novità, la prima l’abbandono del plurale maiestatis e la seconda relativa al genere della divinità : “Dio è padre, ma è anche madre” aveva affermato Luciani non senza polemiche. La seconda volta i cardinali elettori vollero cambiare definitivamente pagina ed elessero un papa straniero, dopo oltre cinque secoli di pontefici italiani, il polacco Karol Wojtila. Il cognome del cardinale polacco, di difficile pronuncia, fece addirittura ipotizzare, per qualche momento, che si trattasse di un papa africano, l’immaginifico “papa nero”. Anche per questo motivo da straniero, non volendo contrapporsi come autorità a quelle della nazione che ospitava la sede del vaticano, Giovanni Paolo II voleva stabilire buoni rapporti con il Presidente della Repubblica italiano. Il papa sapeva che Pertini era ateo dichiarato e quindi per evitare in caso di invito ufficiale un rifiuto, motivato da questioni religiose, decise di invitare il Presidente italiano ad una colazione privata. Pertini accettò l’invito che si svolse in forma strettamente riservata, nessuno era informato, in quella sede il papa spiegò la questione, ma con grande sorpresa scoprì chi aveva effettivamente di fronte. Woijtila si aspettava un socialista duro e puro, magari simile ad uno dei funzionari politici del partito comunista che in patria opprimeva anche la chiesa, trovò un politico avanti negli anni, ma giovane nella volontà che sprigionava umanità in ogni singola cosa che faceva. A quel punto dopo la colazione i due si dettero appuntamento per una uscita segreta del papa. Il pontefice, eletto ancora giovane e prestante fisicamente, aveva la passione per la montagna ed appena poteva, in incognito, scappava sulle piste delle vicine montagne abruzzesi. Fu in quella occasione che Giovanni Paolo II chiese a Pertini di accompagnarlo riservatamente a sciare, Pertini rispose che non sapeva sciare, ma si offrì di accompagnare il pontefice ugualmente. Secondo autorevoli studiosi almeno una uscita privata e riservata, sulla neve, avvenuta nel corso nel 1979 vide i due recarsi insieme sugli appennini abruzzesi. Ufficialmente invece Pertini accompagnò Giovanni Paolo II sull’Adamello il 14 luglio 1984, anche in quella occasione il Presidente dimostrò tutta la carica di umanità che lo caratterizzava. Essendo luglio, ma avendo compreso che bisognava salire in quota perché il papa intendeva sciare in uno dei ghiacciai alpini, Pertini arrivò a Roma con un maglione in stile alpino di colore chiaro, indossato sopra una camicia a quadri, con un pantalone a coste di velluto, senza soprabito. Il papa si imbarcò con Pertini in aereo da Roma con la tonaca bianca classica estiva, ma arrivato in quota si cambiò d’abito sfoggiando una vera e propria tuta da sciatore, con pantaloni elasticizzati, non mancavano occhiali da sole a gocce. Pertini, invece, non aveva ricambio d’abito e rimase con lo stesso maglione e gli stessi pantaloni e la stessa camicia a quadri che aveva quando era salito sull’aereo. Mentre il papa sciava provando curve e discese, Pertini che conosceva quelle vette per via della prima guerra mondiale, ricordava ai giornalisti presenti le imprese militari dei mitraglieri della Fiat che vedevano tra le proprie fila proprio il giovane sottotenente Pertini. Quando avvenne l' attentato del 13 maggio 1981 per far visita al papa ferito Pertini si precipitò al Gemelli. Giunto in ospedale poco dopo il ricovero di Giovanni Paolo II, vi era rimasto ore ed ore in attesa di poter salutare sia pur brevemente il pontefice che aveva subito un lungo intervento chirurgico, ma i medici allora lo avevano dissuaso dall'incontro personale. Soltanto alle due di notte, Pertini aveva lasciato il Policlinico. Vi era ritornato due giorni dopo e aveva avuto la possibilità di salutare brevemente il papa. Quando il pontefice si riprese e seppe della veglia che Pertini aveva fatto fuori la porta riferì al segretario che era una forma di preghiera laica che il socialista Pertini aveva sentito di offrire all’amico ferito. In fondo, aveva chiosato il papa, nell’animo di Pertini vi era un senso profondo di spiritualità, forse inespresso. I rapporti con il papa proseguirono cordiali ed i due più volte si ricambiarono le visite ufficiali ed inaugurarono anche una forma di corrispondenza privata che riguardava anche aspetti spirituali come l’immortalità dell’anima e la religione.

Il terremoto in Irpinia

E’ il 23 novembre del 1980 alle ore 19.34 la televisione trasmette un’ampia sintesi della partita di calcio, disputatasi nel pomeriggio, tra Juve e Cagliari, all’improvviso un forte boato precede l’interruzione dell’energia elettrica in una vasta zona dell’Italia centro-meridionale. La terra trema per 90 interminabili secondi. L’epicentro della scossa è in Irpinia dove interi comuni sono rasi al suolo, alla fine si conteranno circa 3000 morti, 9000 feriti, 280.000 mila sfollati. Sandro Pertini non ha esitazioni e si precipita sui luoghi del disastro, arriva 48 ore dopo la scossa proprio per evitare che la presenza del Presidente della Repubblica sia di intralcio ai soccorsi. Invece quando arriva in visita a Sant’Angelo dei Lombardi i soccorsi stanno ancora scavando tra le macerie a mani nude, un giovane di trent’anni sporco di fango, per essere ancora impegnato nei soccorsi, accorre ad abbracciare il Presidente ed ha il coraggio di affermare che servono i fatti e non le chiacchiere. Pertini stringe a se il giovane e tuona: “hai ragione, non farò chiacchiere”. Quando arriva in Irpinia immediatamente appare evidente che i soccorsi sono arrivati con grave ritardo e questo ha aggravato il tragico bilancio delle vittime. Chiede ed ottiene immediatamente la rimozione del prefetto di Avellino. Non è contento convoca i giornalisti della Rai e pronuncia un discorso duro contro il governo. Nel frattempo, dopo aver sostanzialmente dato il via libera all’installazione dei missili americani a Comiso in Sicilia, Cossiga è sfrattato ed il governo affidato al democristiano, di fede fanfaniana, Arnaldo Forlani. Pertini ricorda lo scandalo del Belice (che conosceva bene come abbiamo raccontato), dove i fondi stanziati dopo anni non erano arrivati a destinazione, ed afferma che la legge sulle calamità naturali esisteva già e bisognava muovere la macchina dei soccorsi con efficacia. Non basta solo rimuovere il prefetto di Avellino, è lo stesso ministro dell’interno Rognoni costretto alle dimissioni, poi respinte, dopo il duro attacco di Pertini. Alla fine i soccorsi arrivano in tutte le zone colpite, ma nuovamente gli enormi fondi stanziati e raccolti per alleviare i danni del terremoto in Irpinia non arrivarono a destinazione, ebbero mille rivoli ed alimentarono il malaffare che a quelle latitudini si declina anche con il termine di camorra.

Il pozzo di Vermicino

L’Italia ancora attanagliata dagli attentati brigatisti, colpita profondamente dalla catastrofe del terremoto in Irpinia, nel 1981 sembrava davvero sul baratro anche per evidenti problemi economici. Pareva che la nazione potesse precipitare in un buco nero senza più uscire. Quando il 10 giugno un bambino di soli 6 anni cadde in pozzo artesiano tutti gli incubi peggiori, come se fosse stato un caso di letteratura psichiatrica, fecero ulteriormente sprofondare il paese in uno stato da psicodramma nazionale. Il pozzo dove il bambino era prigioniero era vicino Frascati (precisamente Vermicino), a pochi passi da Roma, e questo consentì una immediata diretta televisiva, senza pause, organizzata rapidamente dalla RAI. Le intenzioni erano positive perché tutti, anche i soccorritori coordinati dal capo provinciale dei Vigili del Fuoco Elveno Pastorelli, ritenevano possibile la salvezza del bambino, Alfredino Rampi, con il quale era stato stabilito un canale di comunicazione attraverso un microfono ed il pozzo era stato illuminato. La diretta TV, durata complessivamente circa tre giorni consecutivi, rappresentò il primo ed ultimo esempio di televisione realtà. Non si trattava più di sceneggiati o film che rappresentavano episodi, magari effettivamente accaduti, era la realtà nuda e cruda con tutto quello che comportava, compreso l’eventuale finale tragico in luogo del tradizionale lieto fine previsto nelle finzioni. Pertini, come al solito, dopo 24 ore di diretta televisiva, informatosi che il salvataggio potesse andare a buon fine, si precipitò sul posto. Fu un errore compiuto in perfetta buonafede, forse l’unico del settennato. La presenza del Presidente aggravò la situazione, come era prevedibile. Le misure di sicurezza necessarie per i movimenti di un capo di Stato appesantirono di mezzi e di uomini il luogo dove si trovava il pozzo, già per la verità strapieno di curiosi, fotografi e giornalisti. Il piccolo Alfredino precipitò ancora più giù e dopo tre giorni morì imprigionato nel pozzo. Per tirare fuori il cadavere furono necessari 28 giorni. Pertini resosi conto dell’errore cercò di recuperare stando vicino alla famiglia sino a notte fonda. La possibile salvezza del bambino, che Pertini auspicava e che poteva rappresentare un momento di ripresa in quegli davvero difficili, fu invece un’ulteriore sconfitta, di tutta la nazione. Al proprio collaboratore Maccanico, Pertini in quei giorni ripeteva, come un automa, che nonostante le tecnologie moderne non si era riusciti a tirare fuori da un pozzo un bambino di sei anni. Insomma l’Italia perdeva nella lotta contro il terrorismo, perdeva nelle vicende di economia nazionale con l’inflazione ormai arrivata al 18 per cento e la disoccupazione che nel mezzogiorno raggiungeva il 25 per cento (uno su cinque non lavorava), perdeva contro la criminalità organizzata che nell’anno 1980 aveva fatto segnare lo scoppio di una violenta guerra di camorra con oltre 1000 morti, perdeva contro il terremoto perché i soccorsi erano arrivati in ritardo. Insomma si perdeva sempre.

Il mundial dell'82

In questo clima negativo nel luglio del 1982 a Pertini arriva la telefonata del Re di Spagna, Juan Carlos di Borbone (erede diretto della dinastia duo siciliana) perché si prospetta una finale del “mundial” di calcio spagnolo tra Italia e Germania dell’Ovest (la Germania era ancora divisa in due). Il re borbone, designato dal caudillo Franco come monarca e capo dello Stato dopo la morte del dittatore, è di fatto alla prima uscita di rilievo dopo la fine della dittatura di destra. Sa che la finale del campionato del mondo di calcio sarebbe stata trasmessa da tutte le televisioni del mondo e vuole apparire circondato da capi di Stato. Pertini, non ci pensa due volte, e risponde al re di Spagna, che parla perfettamente italiano perché era nato a Roma e vi aveva passato gli anni dell’adolescenza, che sarebbe stato presente. Appena attaccato il telefono nella mente di Pertini iniziano ad affiorare i recenti ricordi della vicenda di Alfredino, dove pure si pensava di salvare il bambino ed invece era finita in tragedia, le tante negatività che affliggono il paese e chiama Maccanico al quale ammette di essere stato superficiale perché se l’Italia dovesse perdere la presenza del Presidente avrebbe ulteriormente peggiorato l’immagine del capo dello Stato. Maccanico, che si intende di calcio, chiarisce che quella nazionale italiana non può perdere, aveva battuto il Brasile dei campionissimi Falcao, Cerezo, Zico e l’argentina di Maradona e Passarella. Pertini questa volta ci mette del suo. Non arriva di sera per assistere alla partita, ma di buon mattino fa irruzione, non preannunciata, nell’albergo dove erano alloggiati gli atleti azzurri. Alle otto del mattino una voce tuonante urla “dove è Bearzot?”. Ottenuta l’attenzione dell’allenatore fa convocare tutti i calciatori e lì esorta ad impegnarsi al massimo perché il paese ha bisogno di vincere qualcosa, anche un campionato di calcio avrebbe potuto accendere la scintilla per una inversione di tendenza e per la rinascita del paese. La partita ha inizio alle 20 e 30 allo stadio Santiago Bernabeu, il nome era di un presidente del Real Madrid che tanto aveva dato al calcio spagnolo. In tribuna d’onore è allestito un palchetto, al centro il re con la regina, alla destra del re Pertini mentre il capo del governo della Germania dell’Ovest, Helmut Schmidt siede alla sinistra della regina. Il re spagnolo tifa apertamente per l’Italia, anche perché vi era nato, seppure non vuole darlo a vedere. Pertini ha in scarsa simpatia Schmidt perché sa che, pur essendo di idee politiche socialdemocratiche, aveva partecipato come militare della Wermacht, alla seconda guerra mondiale, mentre lui era stato un capo partigiano. Nel primo tempo all’Italia è assegnato un rigore, abbastanza generoso come si dice in gergo calcistico, per un fallo su Bruno Conti. Sul dischetto si presenta Antonio Cabrini, ma incredibilmente il tiro, sbilenco, neppure centra la porta. Pertini, che ha Maccanico seduto immediatamente dietro, si gira e guarda con faccia terrea il proprio collaboratore, che gli sussurra “vinciamo Presidente ugualmente”, anche il re di Spagna rivolge un gesto di affetto a Pertini. Il primo tempo finisce sullo zero a zero con negli occhi il rigore sbagliato. Sono quindici minuti interminabili, nella mente del Presidente si affollano tutte le recenti delusioni, i morti ammazzati dalle BR, il bambino morto nel pozzo, Moro non liberato dalle BR, il terremoto in Irpinia ed i soccorsi in ritardo. Inizia il secondo tempo. Un calcio di punizione battuto nella trequarti avversaria dal libero azzurro Gaetano Scirea fa arrivare, a mezza altezza, il pallone in area di rigore, la palla passa tra diverse gambe, senza che nessuno la colpisce, rimbalza a terra ed è colpita da qualcuno e finisce in rete. L’Italia ha segnato il primo gol, Pertini si alza in piedi e fa appena in tempo ad alzare, in segno di esultanza, una mano che Maccanico fa cenno con la testa di sedersi. Avvicinatosi al Presidente sussurra “stiamo solo in vantaggio di una rete, calma Presidente”. A segnare è stato Paolo Rossi, è arrivato alla sesta rete nel mondiale dopo averne fatto tre al Brasile e due alla Polonia. Riprende la partita. Bruno Conti riceve la palla e si invola sulla fascia in contropiede, serve la palla in area a Bergomi, un giovane di appena 18 anni che non doveva neppure giocarla la finale, ma che a causa dell’infortunio di Antognoni diventa titolare. Bergomi ha due baffoni che gli danno almeno 10 anni in più, ma è ancora ragazzo e non se la sente di tirare e passa la palla a Marco Tardelli. Il giocatore azzurro stoppa il pallone in maniera non proprio esemplare, la palla rimbalza curiosamente dopo il primo tocco, ma Tardelli in scivolata colpisce forte ed il pallone si insacca alla destra del portiere tedesco: è gol!!! Tardelli fatica qualche secondo a capire che è il due a zero, quando comprende quello che ha fatto parte per una lunga corsa, allarga entrambe le braccia all’altezza del busto e stringe i pugni, la testa e gli occhi sbattono da destra a sinistra velocemente. Sembra l’urlo di Munch, il quadro iconico del grido misto di stupore, gioia e dolore. Le immagini televisive staccano dall’urlo di Tardelli al personale show sulle tribune di Pertini. A questo punto il Presidente quasi sta per abbracciare Juan Carlos che gli sorride e gli fa segno che a pochi metri ci sta il tedesco, allora Pertini si alza in piedi davanti al palchetto è presente una pedana: in una mano la pipa e l’altra al cielo. Ha gli occhi rossi per l’emozione ed esulta forse anche di più rispetto a Tardelli. Mancano venti minuti e l’Italia è sul due a zero. La Germania reagisce, tra i tedeschi giocano campioni come Rumenigge, Muller, Breitner, Brigel, ed attacca a testa bassa. Non ci sta a perdere. Gli attacchi sono portati con impeto e Pertini si gira ripetutamente. “Maccanico quanto manca?” urla, “15 minuti” è la risposta, ma Pertini replica “mancano sempre 15 minuti, vedi bene Tonino”. Pertini è nervoso, ma un altro contropiede sempre di Conti porta un attacco nel cuore dell’area di rigore della Germania, questa volta la palla è passata ad Alessandro Altobelli, che freddamente dribbla il portiere e realizza il terzo gol. Pertini non resiste e salta sulla pedana per l’esultanza, il re Juan Carlos lo deve frenare con le mani perché rischia di precipitare dalla tribuna. Allora Pertini si gira verso Maccanico e verso tutti gli italiani presenti in tribuna ed urla “Adesso non ci prendono più”, sembra quasi un urlo di quelli che gridava alle truppe partigiane quando riuscivano a scappare ai rastrellamenti tedeschi. L’Italia è campione del mondo. Lo scandisce in televisione per tre volte consecutive Nando Martellini, storico telecronista della RAI. La gente scende in strada con il tricolore in mano. Caroselli di festeggiamenti attraversano tutta l’Italia, dalle Alpi alla Sicilia. La gente si butta nelle fontane, si abbraccia e festeggia correndo con auto, motorini, biciclette oppure a piedi. Pertini porta in trionfo gli azzurri accompagnandoli in patria con l’aereo presidenziale. Quando l’aereo atterra a Roma, la folla rompe i cordoni per correre incontro al jet, si apre il portone dell’aereo ed il primo a scendere è Pertini, sorridente, commosso e festante. Non ha voluto scendere con la coppa del mondo in mano, saranno Enzo Bearzot e Bruno Conti i primi a scendere con il trofeo in mano. Durante il viaggio aereo farà parte della storia anche una partita a scopone tra Pertini e Zoff e Causio e Bearzot. Pertini perse, ma piantò una polemica forte nei confronti di Bearzot che lo aveva ingannato giocando un asso invece che il sette.

La ripresa ed il sorpasso

Non si sa ancora oggi bene come, molti studiosi tentano di dare una spiegazione, fatto sta che da quel preciso momento, ovvero dalla vittoria dei mondiali di calcio del 1982 le cose in Italia cambiano radicalmente. La situazione economica improvvisamente riprende fiato, il PIL fa segnare un dato inaspettato (+5 per cento), la produzione industriale cresce vertiginosamente. Dopo pochi anni le statistiche mondiali segnaleranno che l’Italia è la quinta potenza economica del mondo, il sorpasso avviene nel 1987 e l’Italia supera per reddito pro capite e prodotto interno lordo (PIL) la Gran Bretagna. Il benessere è avvertito in maniera diffusa. Rispetto al primo boom economico dove la ricchezza si era diffusa soprattutto al nord, questa volta gli effetti della ripresa economica sono avvertiti anche nel mezzogiorno soprattutto nelle regioni centromeridionali, Campania , Abruzzo, Molise, Puglia. L’Abruzzo ed il Molise, in questi anni, si staccano definitivamente dal mezzogiorno d’Italia ed avranno, soprattutto l’Abruzzo, una economia tipica delle zone del centro Italia. Il terrorismo brigatista è definitivamente sconfitto. Tutti i capi brigatisti sono arrestati. Nel 1980 gli uomini di Dalla Chiesa irrompono in via Fracchia a Genova ed uccidono tutti i brigatisti che si nascondevano nel covo. Sono arrestati i principali capi come Mario Moretti e Barbara Balzarani. Quando nel 1981 i brigatisti rapiscono nuovamente un personaggio di rilievo, il generale americano della Nato James Lee Dozier, sono i reparti dei Nocs, dopo una brillante operazione di intelligence, compiuta anche interrogando ruvidamente alcuni sospettati, a liberare l’ostaggio e ad arrestare i carcerieri. Sarà lo stesso Pertini a festeggiare la liberazione, ricevendo il generale americano al Quirinale. Insomma l’Italia è uscita dal tunnel, si è salvata dal baratro, si è liberata dal pozzo nero. Da sola, questa volta, senza aiuto di potenze straniere. Un giovane giornalista dell’epoca, oggi famosissimo, Enrico Mentana tenta di intervistare il Presidente proprio durante il ricevimento al Quirinale in onore del generale Dozier, liberato dai Nocs, e domanda “presidente l’Italia sta riuscendo a riprendersi, è grazie a lei?”, Pertini si ferma e risponde con il sorriso sulle labbra :”No, macchè, grazie agli italiani.”. Sul fronte politico interno dopo la fine dell’esperienza del governo di Cossiga, sostanzialmente chiamato a far approvare l’istallazione dei missili americani a Comiso, Pertini è costretto a dare l’incarico ad Arnaldo Forlani, allievo e stretto collaboratore di Fanfani. La Dc, infatti, aveva archiviato la collaborazione con il PCI ed aveva ritrovato unità di intenti proprio proponendo il marchigiano Forlani, alla Presidenza del Consiglio. Il governo di Forlani è costretto a fronteggiare diverse emergenza, oltre a quella del terrorismo interno, l’attentato al Papa e l’ultima battaglia ideologica della DC sulla questione dell’aborto. Caduto il totem del divorzio dove la DC di Fanfani, nel 1974, fu costretta a schierarsi, dopo aver richiesto il referendum, per l’abrogazione della legge che dava la possibilità di sciogliere civilmente il matrimonio pur sapendo che andava incontro ad una rovinosa sconfitta, questa volta la questione riguardava l’aborto. Anche in questo caso la DC scelse la strada dell’ortodossia cattolica ed andò incontro ad una nuova sconfitta, seppure l’aborto sembrava avere diverso valore ideologico rispetto al divorzio. Era una vicenda diversa perché il diritto alla vita poteva considerarsi non solamente una battaglia della Chiesa, ma ormai l’opinione pubblica aveva scelto la linea laica della possibilità di riconoscere i diritti civili, affidando poi alla coscienza di ciascuno la migliore individuale interpretazione delle libertà civili concesse. Sulla scena politica si era affacciata una nuova formazione politica con un leader carismatico: i radicali di Marco Pannella. Staccatisi dal partito liberale verso la fine degli anni 60 i radicali, attraverso l’attivismo politico del leader Pannella, avevano dato vita ad una formazione che premeva per il riconoscimento di un’ampia fetta di diritti civili. Il divorzio, l’aborto, erano solo alcune della battaglie dei radicali. Pannella portò in dote la lotta non violenta, l’arma preferita era lo sciopero della fame, ma una volta si presentò alle tribune politiche della Rai con il bavaglio e rimase in quel modo per tutto il tempo. Altre volte i radicali praticarono l’ostruzionismo parlamentare in maniera rigida arrivando a livelli parossistici. Proprio in uno di questi momenti di ostruzionismo parlamentare in cui i radicali prendevano la parola per intere giornate, di notte, mentre Emma Bonino parlava ormai stancamente alla presenza di soli 3 compagni di partito, alle due di notte entrò in aula Sandro Pertini che si avvicinò alla parlamentare offrendogli una tavoletta di cioccolato. Pannella era stato inoltre uno dei grandi elettori di Pertini, aveva rilanciato la candidatura proprio quando il PSI di Craxi stava per calare i candidati socialisti preferiti dal segretario. Per questo, durante il settennato di Pertini, i radicali ebbero massima attenzione da parte del Quirinale e le loro battaglie, che in fondo erano battaglie di laicizzazione dello Stato non solo in senso anticlericale, ma anche nel senso di svuotare di valore l’appartenenza ai partiti. I partiti politici che erano stati scelti dalla Costituzione come entità associativa elettiva per rappresentare le diverse istanze politiche, avevano comportato come conseguenza pratica, nei primi 25 anni di Repubblica costituzionale, la partitocrazia con corollario di lottizzazione delle cariche pubbliche, soprattutto quelle che riguardavano il cosiddetto sottobosco, incarichi e nomine negli enti strumentali, aziende pubbliche. Senza parlare del costo del funzionamento dei partiti che veniva garantito in un primo tempo dai finanziamenti stranieri più o meno segreti, successivamente da pratiche illegali che sfociarono, dopo qualche tempo, nella tangentopoli nazionale. Pertini già laico come impostazione ideologica non era certamente inquadrato in una delle correnti del proprio partito, aveva naturale simpatia oltre che comprensione politica per le battaglie radicali. Il governo Forlani, tuttavia, resse l’urto di tutte le vicende che abbiamo raccontato, compresa la sconfitta referendaria, cadde di fronte ad un fatto nuovo, in fondo neppure tanto inaspettato. Già il 5 ottobre del 1980 sul Corriere della Sera il giornalista Maurizio Costanzo, già volto noto della Rai, intervistava a tutta pagina Licio Gelli, sconosciuto ai più. L’articolo aveva come titolo “Parla, per la prima volta, il signor P2”, il giornalista lasciava ampio spazio al capo della loggia che magnificava la massoneria e tranquillizzava che si trattava solo di “un Centro che accoglie e riunisce solo elementi dotati di intelligenza, di alto livello di cultura, di saggezza e soprattutto, di generosità, che hanno un indirizzo mentale e morale che li spinge ad operare unicamente per il bene dell’umanità con lo scopo, che può sembrare utopistico, di migliorarla.”. Quando quindi, il 17 marzo 1981, i PM di Milano Gherardo Colombo e Giuliano Turone, indagando nell’ambito della bancarotta di Sindona, ordinano l’irruzione della Guardia di Finanza nella villa vicino Arezzo di Licio Gelli scoprono l’acqua calda. Ovvero gli elenchi degli iscritti alla P2 che appunto Gelli, senza svelare i nomi, aveva pubblicamente affermato essere numerosi e qualificati. Naturalmente tra gli scritti figurava lo stesso Maurizio Costanzo che come intervistatore di Gelli, invece, fingeva di non sapere e fingendo di fare domande d’inchiesta, in realtà intervistava il maestro che egli stesso chiamava, vestendo cappuccio e grembiulino, venerabile. Successivamente Costanzo divenne giornalista di punta di Canale 5, la prima emittente televisiva privata italiana, fondata e diretta da Silvio Berlusconi, ovviamente pure iscritto alla P2. L’opinione pubblica, che non aveva colto con attenzione le già diffuse notizie circa l’esistenza di una loggia massonica coperta, nel senso che gli iscritti erano segreti agli stessi appartenenti alla massoneria, che aveva tra i propri iscritti i vertici dei servizi segreti, i capi della guardia di finanza, della polizia di stato e dei carabinieri, quando lesse gli elenchi che il governo fu costretto a pubblicare non prese bene la vicenda. Il governo fu costretto alle dimissioni anche perché nella lista figuravano 44 parlamentari di tutti i partiti tra i quali il segretario del PSDI (Pietro Longo), due ministri in carica il socialista Enrico Manca (commercio estero) che era anche uno dei capi della corrente di minoranza del PSI che avversava Craxi, ed addirittura Adolfo Sarti (DC) che era ministro di Grazia e Giustizia. In realtà di Sarti fu trovata unicamente la richiesta di adesione alla loggia, così come era stata trovata la richiesta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Parleremo meglio della vicenda P2 nel capitolo successivo dedicato a Cossiga.

I governi laici

Con la caduta del governo Forlani, Sandro Pertini decide di cambiare pagina ed affida nuovamente l’incarico di formare il governo ad un non democristiano, il segretario del PRI Giovanni Spadolini. Spadolini riesce ad ottenere la fiducia, con la formula del pentapartito che avrà lunga vita (l’alleanza governativa tra DC, PSI, PSDI, PLI, PRI.), e diventa il primo politico non democristiano nella storia d’Italia a presiedere il governo. Uomo di immensa cultura era stato direttore del Corriere della Sera non era noto per simpatia, anzi faceva davvero sentire i suoi interlocutori infinitamente inferiori e per questo non raccolse mai grandissimi consensi. L’esperienza di governo di Spadolini sostanzialmente doveva servire a legittimare la presidenza del consiglio dei ministri di un altro e più forte laico (inteso nel senso di non democristiano), Bettino Craxi che nel 1979 non aveva trovato consensi. Tuttavia l’ascesa del segretario socialista doveva passare attraverso la legittimazione popolare e per questo la legislatura si concluse anticipatamente, di un anno, nel 1983. Nelle successive elezioni il PSI, pur senza conseguire un grandissimo successo, ebbe effettivamente un aumento di circa un punto e mezzo percentuale che comportò circa 20 parlamentari in più. Craxi fu dunque designato da Pertini presidente del Consiglio ed ottenne la fiducia con un governo che durò più di quattro anni, risultando il governo più longevo fino a quel momento nella storia dell’Italia repubblicana. Deve evidenziarsi che la DC, sconfitta alle elezioni del 1983 (perse 5 punti percentuali) così come il PCI che ne perse solo uno, stava riorganizzando le proprie fila dopo la tragedia di Moro e l’attacco brigatista che aveva colpito numerosi esponenti, anche locali, del partito che contava morti e feriti come in una guerra. Alla fine i capi storici del partito i vari Fanfani, Rumor, Andreotti, Donat Cattin dovettero lasciare il passo ad una nuova generazione di politici e dare maggiore spazio ad una corrente che, fino a quel momento, era rimasta nettamente minoritaria e poco invischiata nei giochi di potere. La corrente era denominata “base” dal nome della rivista (appunto “La base”) che ne aveva previsto l’organizzazione. Era stata fondata nel 1953 direttamente da Enrico Mattei che voleva un sostegno diretto nel partito DC alle manovre dell’Eni. Enrico Mattei che era stato il leader dei partigiani cattolici e tra i fondatori della DC mise a capo della corrente della “base” uno uomo fidato che aveva conosciuto proprio ai tempi della resistenza, Giovanni Marcora, un geometra della provincia milanese, che era noto con il nome di battaglia di “Albertino” ed infatti gli amici, compreso Mattei, continuarono a chiamarlo con il nome di battaglia. La corrente ovviamente rimase ben presto orfana del fondatore Mattei che era uomo d’azione e di grande ingegno, ma soprattutto sapeva che per la politica servivano fondi importanti. Marcora, invece, costruì una corrente che raccolse spesso giovani intellettuali cattolici, provenienti in maggioranza dalla vicina Università Cattolica di Milano. Spesso la corrente dei basisti è confusa con la sinistra dc, ma non è così. La base non è mai stata a sinistra del partito. Anzi, come dice il nome stesso, era un movimento che faceva diretto appello ai militanti, alla base appunto del partito. Marcora che era stato ministro ripetutamente, in dicasteri non rilevantissimi, dopo una malattia morì nel 1983, a capo della corrente già da qualche anno, lo stesso Marcora, aveva designato un giovane e brillante politico che aveva studiato alla Cattolica di Milano, ma milanese non era. Al contrario tradiva dall’accento una chiara proveninenza meridionale, e precisamente irpina. Si trattava di Ciriaco De Mita che dopo la laurea in giurisprudenza alla cattolica di Milano, dove aveva potuto studiare in seguito al conseguimento di una borsa di studio, era stato assunto da Mattei all’Eni, come consulente giuridico. Chiamato alla carica di segretario della DC come elemento di novità, perché i basisti fino a qual momento erano rimasti ai margini dei vertici del partito, De Mita riuscì a rimanere in carica nel partito per ben sette anni (1982-1989). In quegli anni insieme a De Mita in quasi tutti i partiti arrivarono ad assumere posizioni di vertice diversi esponenti politici del mezzogiorno. Effettivamente il decennio degli anni 80 fu quello nel quale maggiormente il divario tra nord e sud trovò un effettivo accorciamento per poi riprendere negli anni 90 senza controllo. Pertini nonostante l’evolversi degli avvenimenti ed il cambiamento dei politici, continuava ad accattivarsi il consenso e la simpatia degli italiani, istituì un messaggio di auguri in diretta televisiva trasmesso l’ultimo dell’anno, ma si faceva riprendere non dietro la scrivania, bensì vicino al camino dal rifugio di Selva di Val Gardena, dove faceva sapere il Presidente, era ospitato gratuitamente dall’albergatore. Presente dovunque era necessario utilizzava il mezzo televisivo con grande naturalezza e per questo aumentò notevolmente la propria popolarità. Quando ormai camminava per strada oppure era in visita ufficiale lungo lo stivale lo accoglievano applausi spontanei. Raggiunse un livello di popolarità in Italia e all’estero mai raggiunto da alcuno. Toto Cutugno espressamente citava il partigiano come presidente per la canzone sotto la pioggia, mentre Antonello Venditti ricordava Il presidente che sotto la pioggia fuma la pipa (la canzone era appunto sotto la pioggia). Fu senza dubbio il Presidente della Repubblica più amato dagli italiani. Nonostante l’età avanzata aveva trovato risorse fisiche impreviste ed effettivamente non aveva accusato, nei sette anni di presidenza, neppure un raffreddore nonostante viaggi internazionali e presenza in ogni dove.

Epilogo.

Quando nel 1985 si avvicinò la fine del settennato fece sapere di sperare in una rielezione, ma non riusciva a trovare nessuno che riproponesse la candidatura. A quel punto andò a far visita ad Eugenio Scalfari, direttore di Repubblica, che era stato vicino alla presidenza durante tutto il settennato per chiedere che il giornale, attraverso un editoriale del direttore, riproponesse la candidatura. Eugenio Scalfari oltre all’evidente età avanzata fece anche capire che le condizioni politiche erano cambiate e l’operazione sarebbe stata un fallimento, anche per il giornale, che nel frattempo aveva trovato una diversa linea editoriale per volere del “patron” Carlo De Benedetti. Alla fine fu lo stesso Craxi, ormai fortemente insediato a Palazzo Chigi oltre che leader indiscusso del partito, ad indicare come presidente della Repubblica un democratico cristiano. In fondo nella già citata intervista tra maestro ed adepto, tra Gelli e Costanzo, del 1980 il fidato allievo del venerabile domandò (nel 1980) “Lei darebbe la presidenza ai socialisti?” ed il venerabile Gelli rispose :”Certamente, ma con la presidenza della Repubblica ad un democristiano e le aggiungo anche che questo, secondo me, dovrebbe avvenire al più presto se vogliamo evitare la caduta del paese nel baratro.” Craxi evidentemente accolse il suggerimento. Pertini aveva annunciato che finita la carica di Presidente si sarebbe spento come un cero e sostanzialmente così accadde. Dopo l’intervento al cuore del 1987 sopravvisse per altri 3 anni, ma negli ultimi mesi di vita una forte depressione prese il sopravvento. Non mangiava più ed era deperito fortemente. Fu ripreso dalle telecamere sotto la propria abitazione in piazza Trevi, sempre accolto tra gli applausi dei presenti ed abbracciato da chi poteva avvicinarsi, ma era fortemente deperito. dimagrito e visibilmente invecchiato. Aveva 94 anni ed alla fine fu una banale caduta in casa a decretarne la morte.

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