17 Gennaio 2022
[]
articoli
percorso: Home > articoli > Storia

Francesco Cossiga, il picconatore.

03-01-2022 23:35 - Storia
Furono cinque sedute senza precedenti nella storia del Parlamento italiano, cinque giorni durante i quali deputati e senatori riuniti discussero se rinviare davanti alla Corte Costituzionale l' allora presidente del consiglio Francesco Cossiga. Per la prima e unica volta le Camere dovettero votare su un capo del governo in carica. L’ultima volta, infatti, si era trattato di votare per la messa in stato di accusa di Mario Tanassi e Luigi Gui, che erano ministri e lo scandalo riguardava tangenti. In questo caso l’accusa colpiva il premier con circostanze odiose. Alla fine con 507 no e 416 sì fu bocciata la richiesta comunista di un supplemento di istruttoria a carico di Cossiga. Il reato ipotizzato dalla magistratura torinese che aveva trasmesso gli atti al Parlamento erano quelli di rivelazione di segreto d' ufficio e di favoreggiamento. Al centro di quella drammatica storia politica, il terrorista Marco Donat Cattin, figlio del vicesegretario della Dc, Carlo. Tra la fine di maggio del 1980 e la fine di luglio dello stesso anno la Roma politica fu travagliata dal dubbio che il presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, sulla base di informazioni riservate, avesse discusso la posizione del giovane terrorista col padre, in qualche modo favorendone la latitanza. Era questa l' accusa sostenuta, per i comunisti, dal relatore Luciano Violante. Cossiga, che della sua lotta al terrorismo aveva fatto un simbolo della sua carriera politica, negò con sdegno, respinse i sospetti, ammise soltanto l' incontro con Carlo Donat Cattin. In effetti il politico ligure era vicesegretario della DC, lo stesso partito di Cossiga, ed era ministro, sino al novembre del 1978 nello stesso governo, presieduto da Andreotti, in cui Cossiga era ministro dell’interno : era naturale che i due politici si incontrassero. Proprio all’inizio dell’anno, nel febbraio 1980, Donat Cattin scrisse un documento, noto come “preambolo”, al congresso della DC, il primo dopo la morte di Moro. Il documento dichiarava, con argomentazioni politiche ineccepibili, la fine della politica dell’attenzione con il PCI, che anzi era individuato con il vero avversario politico dei cattolici democratici. Il preambolo trovò pieno consenso e la DC deliberò la fine della collaborazione con il PCI, scegliendo la via preferenziale dell’alleanza con i socialisti di Craxi che durerà sino alla fine della prima Repubblica. Cossiga uscì, da questa vicenda, amareggiato e deluso, pochi mesi ancora e alla fine di settembre il suo governo cadeva vittima dei franchi tiratori. Il suo legame di parentela e di affetto con la famiglia di Enrico Berlinguer, in frantumi; davanti a sé, un lungo viaggio nell' ombra dal quale lo avrebbe finalmente recuperato Ciriaco De Mita proponendolo, dopo Pertini, alla più alta carica dello Stato. La vicenda che portò Francesco Cossiga sulla soglia dell’incriminazione, nasce all' indomani dell' arresto di Patrizio Peci. E' il 20 febbraio del 1980: Peci comincia a svelare i misteri del terrorismo. Lo stesso periodo del “preambolo” di Carlo Donat Cattin al congresso DC. Il pentito dice anche di sapere che Marco Donat Cattin, figlio di Carlo di 27 anni, è un esponente di Prima Linea, forse implicato in un omicidio. Peci racconta ciò che un altro piellino, Roberto Sandalo, gli ha riferito. Ai primi di maggio il verbale della confessione di Peci esce sul Messaggero: c' è tutto, tranne la pagina 50 del documento, quella con i riferimenti al figlio del vicesegretario della Dc, a cui gli inquirenti stanno invano dando la caccia. La storia assume toni drammatici quando, a metà maggio, la Procura di Torino trasmette alla Camera gli atti in cui potrebbe ravvisarsi la notitia criminis: contengono le deposizioni di Roberto Sandalo. Giudice istruttore di questi procedimenti è Giancarlo Caselli che ha anche istruito il processo di Torino, quello contro Curcio, Franceschini, Gallinari e gli altri. Un processo che si concluse con pene miti e che mentre era in corso vide addirittura l’evasione di Gallinari che poi parteciperà al sequestro Moro. Sino al 1977 presso l’ufficio istruzione del Tribunale di Torino, a stretto contatto con Caselli, ha lavorato anche Luciano Violante che successivamente su segnalazione del ministro democristiano, Paolo Bonifacio, sino al 1979 sarà consulente giuridico presso il ministero di Grazia e Giustizia. Finito l’incarico Violante prenderà la tessera del PCI e sarà eletto nelle fila comuniste al parlamento. Venerdì 30 maggio è il giorno della seduta infuocata alla commissione inquirente: per la prima volta nella storia un accusato di terrorismo, Sandalo, entra in un' aula del Parlamento (quella dei gruppi parlamentari) e punta il dito. Cosa racconta Sandalo? Dice che il 25 aprile aveva ricevuto una telefonata della signora Donat Cattin che gli chiedeva di andare subito a casa, dove il senatore, ancora in pigiama, gli chiese di rintracciare il figlio Marco per dirgli o di mettersi in contatto con la sorella o che addirittura facesse in modo di espatriare. Cos' altro disse Donat Cattin, chiedono i commissari? Risponde Sandalo: “Ieri sera mi ha telefonato il presidente del Consiglio Cossiga e mi ha chiesto di raggiungerlo nel suo ufficio personale per evitare indiscrezioni”. Secondo Sandalo, Donat Cattin avrebbe riferito di aver saputo da Cossiga che Marco non solo è stato uno dei responsabili nazionali di Prima Linea, ma ne è uscito e ha creato, tramite rapine, un gruppo di terroristi per organizzare un espatrio. Cossiga avrebbe raccomandato: “Cerca di farlo andare all' estero, perché un conto è che venga arrestato fuori confine, un conto è che venga arrestato in questi giorni in Italia.” Sandalo conclude ricordando una cena con la signora Donat Cattin: è il 28 aprile e durante la cena arriva una telefonata della figlia di Donat Cattin, Maria Pia. La signora Donat Cattin va al telefono e quando torna, allegra annuncia: “Forse ce l' abbiamo fatta!, forse ce l' abbiamo fatta!”. Esce il terrorista, entra, in aula il senatore Donat Cattin. Ammette l' incontro con Cossiga. Spiega che il 23 aprile aveva ricevuto una lettera anonima in cui si parlava di Peci e di suo figlio Marco. La lettera è stata strappata. Ma il contenuto, dice Carlo Donat Cattin, lo ha riferito tutto a Cossiga come se fosse frutto di una soffiata. Cossiga si è allontanato due volte, poi torna e dice all' amico: fatti specifici non risultano...se poi ci fossero, è convenienza di tuo figlio, tua e di tutti, che chiarisca, si presenti. Il senatore dice anche che la frase “non ci sono fatti specifici”, invece di tranquillizzarlo, lo raggelò perché quella espressione lasciava un margine. Insomma, Donat Cattin smentisce categoricamente le confessioni di Sandalo, ma quando il giorno dopo è Cossiga a rispondere ai commissari, qualche contraddizione appare evidente. Il presidente del consiglio ammette il colloquio con Donat Cattin il 24 aprile. “A un certo momento del colloquio, mi ha detto che aveva delle notizie secondo cui il figlio si trovava grosso modo nei pasticci e mi ha chiesto se sapessi qualcosa. La domanda era imbarazzante dal mio punto di vista...io gli dissi che per quanto sapevo addebiti specifici a carico di suo figlio non c' erano. Successivamente gli dissi: ma non è meglio che questo tuo figlio venga fuori, venga allo scoperto e si faccia vedere in modo che se ha dei conti li regoli perché è meglio per tutti.” In sostanza Cossiga dice a Donat Cattin che è meglio che il figlio si metta a disposizione. Accuse, sospetti, smentite, tutto questo riecheggia nell'aula solenne di Montecitorio fra il 23 e il 27 luglio. Alla base della difesa di Cossiga, la sua parola e il sospetto che Sandalo abbia cercato di trascinare le Istituzioni in un gioco pericoloso almeno quanto un' azione terroristica. Alla fine, l' archiviazione da parte del Parlamento, ma alcune delle ferite prodotte in quell' estate del 1980 non si rimargineranno per molti anni. Marco Donat Cattin, reo confesso dell’omicidio del giudice Emilio Alessandrini, collaborerà con la giustizia ed usufruendo di sconti di pena uscirà di prigione e fonderà con Don Luigi Mazzi il centro “Exodus” per il recupero dei giovani tossicodipendenti. Il 19 giugno 1988 sull’autostrada Serenissima, mentre stava guidando si fermò all’improvviso, aveva visto un incidente stradale e stava segnalando il pericolo agli altri automobilisti, riteneva che si poteva verificare un tamponamento a catena con gravi conseguenza. Purtroppo, un autocarro non si avvide dell’uomo che con le sole mani faceva gesti e lo travolse. Morì sul colpo: aveva 34 anni. Roberto Sandalo, invece, l’accusatore di Cossiga per la vicenda Donat Cattin, il “piellino canterino” come lo chiamavano i suoi stessi compagni di militanza, appena arrestato, il 29 aprile 1980, inizia a collaborare con il giudice Caselli e, pur avendo confessato di aver partecipato a tre distinti omicidi, sconterà solo una pena di due anni e mezzo! Cambiato il nome in Roberto Severini, dopo essere espatriato in Kenya, aderì alla Lega Nord negli anni 90 e divenne uno degli organizzatori delle camice verdi, un’organizzazione paramilitare, almeno tale dove essere nelle intenzioni di Sandalo/Severini. Quando i vertici della Lega Nord, nel 2002, seppero la vera identità di Severini/Sandalo fu espulso dal partito, seppure l’interessato dirà di essersi allontanato volontariamente a causa della rinuncia alla secessione da parte di Bossi, scelta oggetto di mercimonio. Successivamente nel 2002, forte dei suoi trascorsi di terrorista, si reca in Procura a Roma e accusa delle persone quali esecutori dell’omicidio di Massimo D’Antona, il migliore professore di diritto del lavoro in circolazione barbaramente assassinato nel 1999. Sandalo formula precise accuse per l’assassinio di D’Antona nei confronti di un dirigente della Lega Nord, Corinto Marchini. Il leghista verrà completamente scagionato solo quando la Polizia, in seguito ad una sparatoria all’interno di un treno in corsa arresta la vera ideatrice ed esecutrice, insieme con altri fanatici brigatisti, dell’omicidio D’Antona: Nadia Desdemona Lioce. Il tempo, che è sempre galantuomo, dimostrò che Sandalo era un esperto calunniatore. Non contento di quanto combinato fino a quel momento Sandalo si renderà protagonista di attentati dinamitardi ed incendiari contro cittadini ed attivisti islamici intraprendendo una personale, e fortunatamente isolata, crociata antislamica. Alla fine sarà arrestato e, questa volta condannato a 9 anni e 9 mesi, con l’evidente paradosso che per tre omicidi aveva scontato solo due anni e mezzo, mentre per attentati con solo danni a cose un pena quattro volte più pesante. Morirà in carcere, per cause naturali, nel 2014 mentre scontava la pena, raccontava che fosse alle dipendenze dei servizi segreti israeliani, ma questa volte nessuno gli credette. La vicenda appena raccontata sintetizza bene le tante amarezze patite da Francesco Cossiga, che senza piangersi addosso, tenterà di combattere contro le ingiustizie che aveva individuato nel corso della propria esistenza, spesa in favore delle istituzioni ed a servizio del paese in momenti particolarmente difficili, fortunatamente superati anche grazie all’impegno di uomini come Francesco Cossiga.

Giovinezza.

Cossiga in dialetto sardo significa Corsica, l’isola proprio di fronte alla Sardegna, accomunata dalla geografia e divisa dalla storia. Una italiana e l’altra francese, seppure per un certo tempo erano entrambe italiane e la Corsica ancora nel XVIII secolo combatteva per l’indipendenza dalla Francia, ritenuta una potenza straniera conquistatrice. Poi vi nacque, da genitori di origine italiana (Toscana), un certo Napoleone Buonaparte (successivamente cambiò il nome in Bonaparte) e le cose cambiarono ed oggi nessuno può dire che la Corsica non sia parte della Francia. La Sardegna, invece, ha conservato una fiera autonomia isolana non solo nell’autonomia regionale, che è a statuto speciale, ma anche nelle tradizioni culturali e nello spirito di cupo ottimismo ed allo stesso tempo di profonda fatalità. In Sardegna la cittadina di Sassari può sembrare avere una storia particolare. Originari di Sassari sono due presidenti della Repubblica ed il segretario del PCI, quello più apprezzato dopo Togliatti. Forse è un caso. Segni, come abbiamo visto nei capitoli precedenti, probabilmente fu colui che riuscì a cambiare il destino dei Sassaresi trasformandoli in concittadini di due presidenti della Repubblica. Segni effettivamente riuscì a divenire uno dei leader della DC dopo la morte di De Gasperi. Cossiga, invece, era un allievo di Segni, mentre Berlinguer, parente di Cossiga, aveva scelto una fede politica diversa anche rispetto alle tradizioni familiari, come vedremo più avanti. Tutti e tre – Segni, Cossiga e Berlinguer - sono accumunati da una precisa epoca storica a cavallo degli anni 50 e 80 che ha visto la scomparsa dei veri leader dei rispettivi partiti, De Gasperi e Togliatti, e non ha più ritrovato un altro capo indiscusso, fatta eccezione forse per il Berlinguer degli anni 75-84. Segni e Cossiga sono stati uomini politici di spicco, ma non certamente unici leader dei rispettivi partiti nonostante siano stati, entrambi, eletti Presidenti della Repubblica. Sostanzialmente è accaduta la stessa cosa che avvenne per Enrico De Nicola e Giovanni Leone, maestro ed allievo di professione (forense) concittadini ed entrambi Presidenti.

Francesco Cossiga nacque, dunque, in quella cittadina della Sardegna che aveva dato già i natali ad Antonio Segni: Sassari. Quando Cossiga nasce, il 26 luglio del 1928, Antonio Segni è già professore ordinario di procedura civile presso l’Università di Cagliari. Diventerà rettore dell’Università di Sassari nel 1944 (sino al 1951). Il padre di Francesco era Giuseppe Cossiga, figlio di un medico di famiglia (all’epoca si chiamavano medici condotti) anch’egli di nome Francesco. La madre Maria, detta Mariuccia, Zanfarino era figlia di Antonio Zanfarino, medico oculista e fervente massone. Racconterà Francesco Cossiga che il nonno era arrivato ai massimi gradi della massoneria, il grado 33 mo di venerabile della massoneria di rito scozzese. La massoneria di rito scozzese si contrapponeva all’altra, successivamente più diffusa, il Grand’Oriente d’Italia. Proprio il nonno di Francesco aveva tanto influito sull’educazione del giovane Francesco e dal nonno materno il futuro presidente erediterà l’agiatezza economica e la passione per la politica. Antonio Zanfarino era, infatti, presidente del consiglio provinciale di Sassari e tale rimase fino all’avvento del fascismo quale esponente dell’ala liberale radicale che si richiamava alle idee di Felice Cavallotti. Proprio un busto di Cavallotti troneggiava nel salone dell’oculista, professore ordinario di oftalmologia, dove il bambino Cossiga giocava spesso ed alzando gli occhi verso la figura di marmo rimaneva incantato a fantasticare del duello mortale che a 56 anni chiuse l’umana esistenza del politico radicale consegnadolo alla storia come patriota ed idealista, uno che spesso combatteva battaglie contro tutti. Un aspetto, che come vedremo, Cossiga metterà in campo più avanti nella lunga carriera ai vertici dello Stato. Antonio Zanfarino era figlio di Giuseppe Zanfarino che morì prematuramente dopo la nascita del primogenito Antonio. La madre di Antonio, Maria Russo, rimasta vedova si risposò con Giuseppe Loriga e dal secondo matrimonio nascerà Giovanni Loriga che avrà come unica figlia Maria Loriga che andrà in sposa a Mario Berlinguer, la coppia darà alla luce, tra gli altri, Enrico Berlinguer. I due politici sassaresi avevano quindi una bisnonna in comune, Maria Russo, e le rispettive madri Maria Loriga e Maria Zanfardino erano figlie di due fratellastri, per cui i due erano cugini di secondo grado. Spiegherà Cossiga che tuttavia la parentela era considerata ancora più stretta perché la madre di Berlinguer non aveva parenti stretti e quindi trattava la cugina come una sorella. I Berlinguer a stretto rigore erano da considerarsi aristocratici, non erano certamente nobili di spada e non erano titolari di feudi e castelli, ma dal 1777 avevano conseguito dal re di Sardegna, Vittorio Amedeo di Savoia, di poter trasmettere per via ereditaria il titolo di cavaliere e uomini e donne del casato potevano fregiarsi del titolo di don e donna, come ricorderà Cossiga all’apice della polemica con i Berlinguer sempre per la vicenda della messa in stato di accusa relativa al figlio di Donat Cattin. Cossiga, invece, oltre ai natali certamente di alto lignaggio, mai aristocratici, per parte di madre, veniva, per parte di padre, da una famiglia umile. I Cossiga, come dice il nome erano immigrati dalla Corsica, ed il bisnonno paterno del futuro Presidente della Repubblica era un pastore. Giuseppe Cossiga aveva conseguito la laurea in giurisprudenza ed esercitava la professione di avvocato e per questo aveva sposato Maria Zanfarino, proveniente invece da un casato importante sassarese, imparentato oltre che con i Berlinguer anche con i Segni. L’avvocato Giuseppe Cossiga divenne anche presidente dell’Istituto di credito agrario per la Sardegna (ICAS) poi strumento rilevante per l’attuazione della riforma agraria patrocinata da Antonio Segni e voluta, fortemente, da Alcide De Gasperi. Una riforma agraria che impattò fortemente soprattutto in Sardegna dove il latifondo era stato alimentato per secoli dai Savoia e sostanzialmente l’isola viveva in continuità con le regole feudali: spezzate definitivamente solo dalla riforma agraria. Si pensi che la legge, patrocinata da Segni, tolse terreni allo stesso ministro che la proponeva. All’età di sei anni il padre di Cossiga che era fervente antifascista, cattolico, ma non praticante lo spinse all’oratorio della parrocchia di Sassari. “Meglio in chiesa che in camicia nera” era la frase che il padre urlava al figlio. Il giovane Francesco bruciò le tappe negli studi e conseguì la maturità a soli sedici anni, da privatista perché in anticipo rispetto al normale corso di studi che aveva frequentato al Liceo Classico statale “Domenico Alberto Azuni” di Sassari lo stesso istituto dove aveva studiato Togliatti e poi Segni. Iscrittosi alla facoltà di Giurisprudenza di Sassari, ebbe modo anche di frequentare la Cattolica di Milano e l’Università di Pisa per poi tornare alla natia Università di Sassari dove si laureò, con il massimo dei voti, a soli 20 anni nel 1948. Da subito si dedicò alla carriera universitaria, assicurandosi uno stipendio certo prendendo il posto del padre nel consiglio di amministrazione dell’ICAS. Di formazione cattolica Francesco Cossiga aveva militato sia nell’azione cattolica che nella federazione universitaria cattolica la FUCI per poi aderire nel 1945, a soli 17 anni, alla Democrazia Cristiana che in Sardegna andava prendendo piede grazie all’opera di Antonio Segni e che aveva come rivale proprio la sinistra socialista di cui era leader Mario Berlinguer, il padre di Enrico, che non fu mai comunista come il figlio ed aveva aderito al PSI dopo una militanza nel partito azionista. Per parte di madre, abbiamo visto, esisteva anche una lontana parentela con i Segni per cui il giovanissimo Cossiga, ancora troppo giovane per prendere le armi, iniziò a seguire il leader democristiano Antonio Segni.

L’adesione alla Democrazia Cristiana e l’approdo in parlamento.

Quando nel 1948 si tennero le storiche elezioni per il primo parlamento repubblicano i carabinieri fornirono ai giovani militanti della segreteria provinciale di Sassari armi da guerra con la consegna di utilizzarle nell’ipotesi di avvenimenti rivoluzionari sia nel caso che i comunisti non avessero accettato la vittoria democristiana sia in caso di vittoria comunista e di eventuali atti di violenza contro i democristiani. Francesco Cossiga resterà asserragliato, armi in pugno, all’interno della segreteria provinciale della DC in difesa del leader sassarese Antonio Segni fino a quando lo spoglio dei voti non fu completato e la vittoria democristiana apparve netta e schiacciante. Le armi, dopo la vittoria, furono consegnate e Segni intraprese la brillante carriera politica che abbiamo raccontato nel capitolo a lui dedicato. Il giovane Cossiga, invece, rimase in Sardegna impegnato sul doppio fronte della carriera universitaria, intrapresa senza essere figlio di professori universitari e quindi con grande sacrificio e difficoltà e conclusasi senza mai conseguire la cattedra di professore ordinario, ma fermandosi ai gradini intermedi della libera docenze, delle borse di ricerca e del ruolo di professore associato nelle materie della scienza delle istituzioni di diritto pubblico, quello che oggi è il diritto costituzionale. Proprio quando sembrava pronto per il concorso di professore ordinario si mise in aspettativa perché eletto in parlamento. Non tornerà più ad insegnare preferendo di dedicarsi, a differenza di altri politici, solo alla politica. In politica il giovane Cossiga scalpitava avendo come amico il figlio primogenito di Antonio Segni, Celestino, negli anni in cui il leader sardo scalava i gradini della carriera politica sia all’interno del partito che negli incarichi di governo. La svolta avvenne nel 1956 quando Cossiga aveva 28 anni. Antonio Segni ormai proiettato sulla scena politica nazionale, nel 1955 era diventato Presidente del Consiglio, governava il partito in Sardegna secondo le regole del notabilato. Aree di clientela spesso affidate a collaboratori di stretta fiducia e nel caso di specie anche a parenti ed affini. A Sassari, infatti, Segni aveva piazzato alla segretaria provinciale della DC un cugino, Antonio detto Nino Campus. Ancora l’ordinamento regionale non era stato attuato, seppure previsto nella Costituzione, e la DC organizzava il partito su basi provinciali. I congressi si svolgevano su base provinciale ed erano le unità provinciali ad esprimere direttamente i delegati per il congresso nazionale. Solo negli anni 70 verranno introdotti i congressi regionali. Campus governava la democrazia cristiana sassarese a proprio uso e consumo nel rispetto, appunto, della migliore o peggiore - a seconda dei punti di vista - tradizione dell’epoca prefascista. La cosa non andava a genio soprattutto ai giovanissimi cresciuti sotto la tensione etica delle prime storiche correnti democristiane quelle che vedevano come leader De Gasperi da una parte e Dossetti d’altra. Lo stesso Antonio Segni aveva oscillato, all’inizio, tra la militanza nella sinistra dossettiana e l’ortodossia democristiana degasperiana per poi finire con essere uno dei fondatori del correntone doroteo che monopolizzerà il partito per almeno due decenni. Per questo Cossiga, sulla scia di Segni, all’inizio aderì alla corrente Dossettiana che aveva maggiore dibattito culturale di elevatissimo significato arrivando spesso a livelli di filosofia politica pura, da qui oltre al mistico Dossetti uscì anche il visionario Giorgio La Pira, quando poi si fece largo Amintore Fanfani finì che Dossetti si fece monaco e la corrente perse valore ideale. Nel 1956 furono celebrati in tutta Italia i congressi provinciali in preparazione del congresso nazionale e Segni pensava di avere la propria città in pugno e per questo presenziò, da Presidente del Consiglio in carica, al congresso provinciale di Sassari. Con enorme sorpresa il cugino Antonio Campus fu battuto sonoramente da un gruppo di giovani emergenti che erano capeggiati proprio dal 28enne Francesco Cossiga. I giovani furono subito battezzati dalla stampa come i giovani turchi, lo stesso nome del gruppo riformatore che nell’impero ottomano all’inizio del 900 portarono istanze di cambiamento e rinnovamento. La vicenda, proprio per la presenza di Segni, ebbe eco nazionale ed ancora maggiore fu la sorpresa quando si scopri che nelle liste di Francesco Cossiga era presente proprio Celestino Segni, il figlio di Antonio che in pratica si contrapponeva al cugino del padre, ovvero allo zio in secondo grado. Fu troppo, almeno per quei tempi e per la Sardegna. Antonio Segni che finse di pacificare le anime dovette prendere atto della sconfitta del cugino, ma prese in disparte il figlio e gli disse : “Qui comandiamo uno per volta! Da questo momento tu dimenticherai la politica”. Anche dopo la morte del padre non sarà Celestino ad intraprendere la carriera politica, ma l’ultimogenito Mariotto. Cossiga, invece, che aveva stravinto il congresso provinciale del 1956 andò diritto al congresso nazionale e Segni, gioco forza, lo prese nel proprio seguito, non fosse altro per una questione di appartenenza territoriale e per evitare di dare, agli amici di partito romani, l’idea di un partito sardo spaccato. Cossiga fu quindi inserito nei primi posti della liste democristiane alle elezioni del 1958 e fu eletto con ottimi suffragi. Nel frattempo la Sardegna che si avviava alla modernizzazione, soprattutto per effetto della riforma agraria di Segni, fu individuata come isola strategica dagli americani. Non tanto come piattaforma al centro del mediterraneo quanto come base logistica di importanti insediamenti militari. Aereoporti e soprattutto basi spesso al servizio dei servizi segreti. In questi anni si decise di stabilire a capo Marrangiu, nel nord della Sardegna, una base supersegreta di addestramento per forze speciali, rigorosamente coperte. Gli americani provvidero a stanziare fondi per comprare i terreni che furono intestati a moglie, parenti ed affini di militari ed appartenenti dei servizi segreti italiani. Naturalmente gli americani, secondo la loro personalissima visione delle cose, immediatamente stabilirono un contatto preferenziale con il leader sardo del partito di governo. Partito, quello della Democrazia Cristiana, che era stato già scelto, ai tempi di De Gasperi, come interlocutore preferenziale per portare l’Italia nell’alveo del patto atlantico e della Nato, in attuazione delle spartizioni di Yalta. Segni divenne certamente esponente privilegiato della politica statunitense in Italia e sarà sempre considerato affidabile dagli americani e, forse, non è un caso che diventerà Presidente del Consiglio e poi Presidente della Repubblica. Per attuare queste grandi manovre, naturalmente, occorreva creare servizi segreti e strutture anche in Italia. In un primo tempo si tentò di recuperare gli ufficiali meno compromessi con il fascismo, successivamente gli americani fecero capire che il compito spettava proprio alla Democrazia Cristiana, ormai saldamente al potere dopo la vittoria, clamorosa, del 1948. I vertici della DC rimasti prematuramente orfani di De Gasperi attuarono le direttive americane attraverso alcuni uomini ritenuti affidabili. Paolo Emilio Taviani, che era un democristiano ligure, fu a tal punto coinvolto nelle operazioni che sposò la causa americana fino in fondo divenendo uno dei principali studiosi di Cristoforo Colombo, l’italiano che scoprì l’america. Segni anche per tenere impegnato in fatti seri e pratici coinvolse il giovane Cossiga, da subito, nelle operazioni di costruzione di strutture militari e di intelligence in Sardegna. Cossiga immediatamente si appassionò al ruolo e sviluppò una passione per la tecnologia che sarà uno degli hobby preferiti per tutta la vita del Presidente. Naturalmente anche Aldo Moro, segretario della DC ed uno degli uomini di spicco del partito dopo la morte di De Gasperi, era attivo nel compito di costituire una rete italiana di difesa e di sicurezza. Quando Segni, già eletto Presidente della Repubblica, fu colpito dalla malattia a tutti ed anche a Moro, che nel frattempo aveva assunto il ruolo di coordinatore del correntone doroteo, maggioritario nel partito, parve naturale che Cossiga proseguisse nell’incarico. Sarà lo stesso Cossiga a raccontare che in quegli anni seguì un vero e proprio addestramento militare e fu necessario, per completare l’addestramento, che egli venisse inquadrato nei ranghi della marina militare dove ebbe il grado di capitano di vascello. La marina militare era l’unica specialità che aveva, all’epoca, un corpo militare di incursori il “comsubin”.

Gli incarichi di governo.


In molti si stupirono quindi che un giovane di soli 38 anni fu nominato sottosegretario alla difesa. Nella storia repubblicana nessuno aveva assunto un ruolo di governo simile così giovane. Fu proprio Moro, presidente del Consiglio, che nominò Francesco Cossiga sottosegretario alla difesa il 26 febbraio 1966. Si seppe successivamente che l’incarico fu dato proprio per agevolare il compito assegnato di creazione di strutture militari e segrete, tra le quali spiccava la Stay Behind italiana, poi nota come Gladio. Quando fu resa pubblica l’esistenza di una struttura simile, che aveva come base di riferimento proprio la Sardegna e la base di Capo Marrangiu, Francesco Cossiga non si tirò indietro rivendicando il ruolo svolto e ricordando che gli iniziatori del progetto erano stati proprio Moro e Taviani. In quegli anni Cossiga, su specifica disposizione impartita dal Presidente del Consiglio Aldo Moro, viaggiò molto soprattutto visitando le organizzazioni militari ed i servizi segreti dei paesi occidentali, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania. Aveva il compito di studiare e proporre un progetto di riforma dei servizi segreti italiani che non erano sembrati proprio efficienti già durante le presidenze di Gronchi e di Segni. La riforma dei servizi segreti per altro rientrava nei programmi dei governi di centro sinistra e proprio i socialisti premevano perché si procedesse in tal senso. Dopo quattro anni di sottosegretariato alla difesa, costellati di viaggi, appunti, idee e proposte, nel 1974 Aldo Moro promuove alla carica di ministro il quarantaseienne Francesco Cossiga. Non può dargli subito il ruolo di ministro degli interni, che sarebbe stato necessario per l’ambizioso progetto di riforma che Cossiga sta studiando da anni. Quel ruolo, con qualche piccola interruzione, era stato occupato da Paolo Emilio Taviani sostanzialmente dal 1963 sino al 1974. Taviani era stato uno dei principali uomini legati alla politica estera degli Stati Uniti ed aveva avviato, dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’opera di creazione delle strutture militari, di polizia e di intelligence in Italia. Aldo Moro lo aveva defenestrato proprio nel 1974. Quell’anno era accaduto un fatto rilevantissimo. Un’organizzazione eversiva, le BR, avevano per la prima volta compiuto un gesto eclatante: avevano sequestrato un magistrato, ritenuto destrorso, che aveva quale PM ottenuto pesanti condanne nei confronti di una formazione terroristica preesistente alla BR, il gruppo XXII Ottobre. Il magistrato Mario Sossi fu tenuto prigioniero in un luogo che i brigatisti battezzarono come “prigione del popolo” e da quel luogo nascosto al magistrato fu consentito di inviare lettere. Si aprì una vera e propria trattativa tra i brigatisti che chiedevano la liberazione dei terroristi che lo stesso Sossi aveva fatto condannare all’ergastolo ed i magistrati del distretto di Genova. Il governo si era affrettato a dichiarare la linea della fermezza, ribadita proprio da Taviani, che era ministro dell’Interno, ma i magistrati, rivendicando autonomia, incredibilmente emisero un provvedimento di libertà provvisoria dei terroristi del XXII ottobre. Solo il pronto intervento del governo che circondò il carcere dove erano detenuti i terroristi prossimi ad essere liberati ed un provvidenziale ricorso di un solo magistrato, Francesco Coco, che era Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Genova evitarono la liberazione dei terroristi. Alla fine Sossi fu liberato, senza che le BR avessero conseguito il frutto del ricatto, ma Coco fu poi la prima vittima eccellente delle BR quando, dopo qualche anno, decisero di alzare il tiro per colpire “al cuore lo Stato”. Taviani fu oggetto di una violentissima lettera scritta dal prigioniero Sossi. Il giudice lo accusava di traffici di diamanti con paesi africani, di pressioni per insabbiare indagini che lui stesso aveva subito (ed attuato!). Forte delle polemiche nate con il sequestro di Sossi a Moro non parve vero di potersi liberare di Taviani, non tanto per le accuse, probabilmente infondate, lanciate da Sossi quando per una diversa e più rilevante questione. Moro seguendo la linea dei vertici democristiani, all’indomani della morte di De Gasperi, decise di operare una netta deviazione rispetto al rigido atlantismo imposto dagli USA, di cui Taviani era un fedele esecutore. I leader DC (Andreotti, Fanfani, Moro, Mattei) ritenevano che la posizione geografica dell’Italia imponeva di stabilire rapporti privilegiati con il mondo arabo. Un rapporto che doveva proseguire parallelamente rispetto all’alleanza atlantica, ma doveva essere cementato da accordi. La politica filoaraba dei vertici DC aveva anche lo scopo di assicurare al paese i rifornimenti necessari di energia, petrolio e gas naturale, per la ricostruzione. Il miracolo economico degli anni 60 fu figlio anche di questa felice intuizione. Gli americani avevano, invece, scelto Israele come alleato privilegiato in medio oriente e quindi toccò all’Italia il difficile e spesso pericoloso ruolo di alleato, segreto, dei paesi arabi e delle lotte che scoppiarono in quell’area. L’Italia, attraverso l’Eni di Enrico Mattei, finanziò dapprima i movimenti indipendentisti dei paesi del nord africa che ruppero il lungo colonialismo francese. Poi stabilì proprio un accordo con i fedayn palestinesi che potevano liberamente transitare con armi sul territorio nazionale godendo di un salvacondotto. Proprio Cossiga che era uno dei conoscitori di quell’accordo, rendendolo pubblico successivamente, lo battezzò “lodo Moro”. In questo contesto dopo qualche tempo sempre Moro, nell’ultimo governo di cui fu presidente, promosse Francesco Cossiga al rango di ministro, come si dice in gergo senza portafoglio ovvero senza formale dicastero, era il 23 novembre 1974, il giovane politico sardo aveva appena 46 anni: stabilendo il primato di ministro più giovane della storia repubblicana. Cossiga divenne ministro per l’organizzazione della Pubblica Amministrazione e per le Regioni. In realtà sulla scrivania di Cossiga il fascicolo principale era quello della riforma dei servizi segreti che proprio in quel 1974 divenne ancora più impellente. All’epoca il servizio era unico e si chiamava sifar (poi Sid), esisteva poi un ufficio affari riservati presso il ministero dell’interno il cui direttore, Francesco Umberto D’Amato, per anni si occupò di gestire informazioni riservate e preparare operazioni di controspionaggio. Si scoprì che sostanzialmente era anche e soprattutto un agente della CIA anche perché uno dei primi incarichi ricoperti, negli anni 50, era di una sorta di ufficiale di collegamento tra il servizi segreti della Nato e le forze di polizia e segrete Italiane. Una sorta di anello di congiunzione, e per molto tempo l’ufficio di D’Amato sarà anche chiamato solo “anello” dando la stura ad una serie di illazioni che lo indicavano come un servizio segreto parallelo. Il servizio segreto ufficiale già al centro delle polemiche politiche all’epoca di De Lorenzo che aveva pesantemente collaborato sia con il Presidente Gronchi che con Segni, scavalcando il governo, subì nel 1974 un’ulteriore scandalo. Fu arrestato e posto agli arresti domiciliari il capo del servizio segreto, Vito Miceli. L’arresto era anche da ascriversi ad una lotta intestina al servizio tra Miceli che, secondo la linea del governo, era filoarabo e Gianadelio Maletti, che di Miceli ed il vice, di stretta osservanza filoisraeliana anche perché vicino alla CIA. Maletti pure doveva essere arrestato, ma riparò in Sudafrica dove visse a lungo prendendo anche la cittadinanza di quel paese all’epoca noto per essere dichiaratamente razzista: praticava la discriminazione dei residenti di colore per legge (apartheid). La riforma già preventivata non poteva più attendere. L’ultimo governo di Moro tuttavia era debolissimo, nell’aria c’era il compromesso storico. Un passaggio all’interno dell’area di governo del PCI. Una transizione elaborata e complessa che prevedeva vari gradi, per poi arrivare al definitivo ingresso dei comunisti italiani nel governo. Aveva aperto l’operazione proprio Enrico Berlinguer, con un articolo sul settimanale del partito (Rinascita), coniando il termine di “compromesso storico”. Il primo a raccogliere la sfida in casa democristiana era stato Moro che aveva riposto con “la strategia dell’attenzione” da parte della DC verso i comunisti. Con queste premesse l’ultimo governo Moro alla prima votazione di una certa rilevanza, nel caso di specie si trattò di un provvedimento sulla scuola privata cattolica, cadde, era durato appena 18 mesi. Era il momento di passare all’attuazione della prima parte del compromesso storico, i tempi, pensavano Moro e Berlinguer, erano maturi. Con queste premesse nasce il primo governo, ufficialmente denominato di solidarietà nazionale, che si regge anche grazie alla “non sfiducia” dei comunisti. Sostanzialmente i comunisti si astenevano dal votare la fiducia in parlamento al governo. Ottennero già in quella occasione la Presidenza della Camera, dove Pietro Ingrao scalzò Sandro Pertini, e parteciparono sostanzialmente all’elaborazione del programma di governo. Aldo Moro fu il grande tessitore dell’operazione per parte democristiana e volle che a presiedere il governo fosse chiamato Giulio Andreotti, De Gasperiano di ferro che in nome dell’antico maestro aveva sempre animato una corrente democristiana, anche per conseguire l’appoggio degli Stati Uniti, perché, non va dimenticato, la guerra fredda era in pieno svolgimento. Francesco Cossiga fu promosso, quindi, alla poltrona di Ministro dell’Interno: era il 12 febbraio 1976, anche in questo caso si trattò del ministro dell’interno più giovane di sempre. Il ruolo di ministro dell’interno sembrava proprio ritagliato su misura per Cossiga che aveva ormai almeno un decennio di studio specifico sul tema dei servizi segreti ed, infatti, è in questo periodo che Cossiga presenta la riforma. I servizi vengono divisi in due. Da una parte il servizio militare, chiamato Sismi, che si occuperà delle vicende militari e principalmente degli affari esteri. Dall’altra il Sisde, che invece si occuperà della sicurezza interna. Tutte e due gli organismi hanno il dovere di collaborare e di scambiarsi informazioni. Una struttura parlamentare (COPACO) e non più il governo oppure il Presidente della Repubblica (fino a quel momento esistevano aree di interpretazione nella normativa) controllerà che i due servizi stiano effettivamente operando nei binari della costituzione, evitando deviazioni. Cossiga non si accontenta, ha compreso anche l’urgenza di fornire le forze dell’ordine di reparti di elites, utili anche per attingere personale da trasferire poi direttamente nei servizi segreti, deve essere collegata ai servizi. Nascono in questi anni i corpi più prestigiosi delle forze dell’ordine italiane, i N.O.C.S. della Polizia di Stato, i G.I.S. dei Carabiniei, i baschi verdi della Guardia di Finanza. Tutte idee e creazioni di Francesco Cossiga. La riforma nell’immediato avrà come conseguenza l’azzeramento di tutto quello che esisteva in quel momento. Con evidenti rischi soprattutto per l’emergenza terroristica in atto. Questo sarà uno dei motivi per cui quando Moro sarà rapito la risposta dello Stato sarà lenta e a volte confusa. Francesco Cossiga, all’interno della democrazia cristiana, aveva seguito le vicende politiche di Segni e quindi era stato tra i fondatori, in seconda linea rispetto al leader sardo, della corrente dorotea. Con l’elezione alla Presidenza della Repubblica, Francesco Cossiga, riteneva di poter puntare alla leadership di quel raggruppamento, magari aiutato dal capo dello Stato che certamente vedeva il proprio allievo di buon occhio anche per motivi campanilistici. Quando i vari capi democristiani decisero di staccarsi dalla corrente di sinistra, ormai egemonizzata da Fanfani, individuarono in un giovane politico pugliese l’uomo capace di coordinare i vari politici e di realizzare i precisi accordi sottoscritti. Quell’uomo era Aldo Moro, scelto proprio perché sembrava privo di carisma e di ambizione personale. Era restio nell’accettare le cariche più rilevanti, occorreva pregarlo. Una volta accettato l’incarico ricordava a tutti che egli non era stato eletto solo per ratificare decisioni altrui e che aveva una alta considerazione di se da far valere. Divenne un modello per tutti i democristiani successivi che quando avevano intenzione di puntare ad una carica si comportavano allo stesso modo, negando l’intenzione e rimanendo in attesa che la maggioranza si recasse dall’interessato per pregarlo di accettare. Fu Moro quindi, e non Cossiga, ad egemonizzare la corrente dorotea. Sicuramente incise la malattia cerebrale che colpì Segni e tolse di mezzo probabilmente il politico principale di quel raggruppamento. Cossiga rimase nel correntone democristiano senza partecipare alle varie lotte di partito ed alle guerre intestine tra le correnti. Calato ormai nel ruolo di incaricato, per mandato espresso di tutto il partito, di studiare e di riformare i servizi segreti, quando comprendeva che una corrente non riusciva più a garantire al sardo la possibilità almeno di essere eletto in consiglio nazionale cambiava corrente trovando facilmente asilo. Nella città di origine, pur senza eccedere in clientele, mantenne un forte ascendente personale con l’elettorato che gli garantiva sempre un’ottima affermazione durante i vari turni. Dal 1956 sino al 1983 fu eletto ininterrottamente alla Camera dei Deputati, mentre nel 1983 passò al Senato. Esauritasi la prima fase del governo Andreotti che prevedeva la non sfiducia dei comunisti, si doveva passare alla seconda fase che prevedeva la fiducia diretta dei comunisti, senza tuttavia ancora incarichi di governo. Fu necessario un nuovo esecutivo sempre affidato ad Andreotti, ma con alcuni sostanziali accorgimenti, Francesco Cossiga, impegnato con la riforma dei servizi segreti e dei corpi di polizia, rimase al proprio posto. Proprio il giorno in cui il governo doveva ricevere il voto di fiducia in parlamento, il 16 marzo 1978, successe uno dei fatti di terrorismo più clamorosi della storia repubblicana. Fu rapito, dopo che la scorta era stata annientata con un’azione di commando, Aldo Moro. Proprio il politico che maggiormente si era esposto per elaborare, sotto il profilo politico e programmatico, il governo di compromesso con i comunisti. Il politico che aveva voluto Cossiga dapprima al sottosegretariato di Stato e poi al ministero dell’Interno. Il colpo vibrato fu forte. L’attacco brigatista era già passato alle uccisioni di magistrati, avvocati, politici (soprattutto democristiani), ma nessuno immaginava, in qual momento, che si potesse arrivare ad un rapimento di uno dei politici di primo piano del partito di governo. Il paese sembrava sull’orlo di una rivoluzione. Cossiga era certamente l’uomo giusto al momento giusto. Non esisteva, tra i politici e forse anche tra i militari, esperto migliore di Cossiga. Con i servizi in fase di riorganizzazione fu lo stesso ministro a convocare un tavolo di crisi presso il ministero dell’interno. Un lavoro incessante che arrivava a coprire l’intera giornata, senza soste. Il 29 marzo i brigatisti recapitarono una lettera di Moro scritta direttamente a Cossiga. “Caro Francesco” esordiva il prigioniero e sostanzialmente esortava il ministro alla trattativa. La lettera aveva alcuni aspetti di evidente distonia rispetto alla realtà per esempio laddove Moro affermava di non conoscere “né il modo né quanto accaduto” prima del suo rapimento alludendo all’uccisione della scorta che egli non poteva non aver visto cadere sotto i colpi dei brigatisti. Una lettera che le BR avevano assicurato al rapito dovesse essere segreta ed invece fu divulgata prima ancora di essere consegnata all’interessato. Diverse furono le trattative, tutte sicuramente conosciute e non apertamente avversate da Cossiga. Soprattutto quelle intraprese dal governo in forma strettamente riservata non sono mai state indagate dalla magistratura oppure da inchieste giornalistiche. Fu lo stesso Andreotti, che era Presidente del Consiglio, a pubblicare qualche anno dopo i diari di quegli anni, facendo sapere che Claudio Vitalone, magistrato di fiducia del leader degasperiano, aveva contattato un esponente dell’autonomia romana, un sorta di galassia dalla quale venivano reclutati i brigatisti, tale Daniele Pifano per una trattativa che, probabilmente, oltre a contropartite giudiziarie prevedeva anche un riscatto in danaro, forse i dieci miliardi di lire, una cifra spropositata per l’epoca, raccolta dal vaticano. L’anno successivo Daniele Pifano fu arrestato ad Ortona insieme ad alcuni esponenti di vertice del Fronte di Liberazione della Palestina. Stavano trasportando missili terra aria. La soffiata, probabilmente, proveniente dal Mossad mirava a prevenire un attentato ad un aereo in decollo. Gli israeliani per far scattare rapidamente gli arresti e sventare l’attentato, nella soffiata, parlarono addirittura di un aereo che doveva essere colpito a Fiumicino. Tutti gli arrestati furono giudicati con rito direttissimo e condannati, ma proprio durante il processo i palestinesi, che chiamarono ad assumere la difesa un avvocato - Mauro Mellini -che era anche parlamentare radicale, rivelarono l’esistenza di un accordo con il governo italiano che prevedeva il libero transito sul territorio nazionale di armamenti anche da guerra con la condizione che il suolo nazionale sarebbe stato risparmiato da attentati. Il Tribunale di Chieti fu costretto a chiedere al governo di conoscere l’effettiva esistenza dell’accordo. Al governo era andato proprio Francesco Cossiga che prese carta e penna e negò l’esistenza dell’accordo, sarà poi, decenni dopo, lo stesso Cossiga a rivelare il “lodo Moro” proprio l’accordo invocato dai palestinesi. Nel 1980 esigenze di sicurezza per lo Stato imponevano ancora la segretezza dell’accordo.

Pifano, dopo quella triste esperienza, che si concluse con una condanna a 5 anni ( in primo grado 7 anni) si chiuse in un assoluto silenzio. Interrogato più volte sulla vicenda della trattativa con Vitalone per la liberazione di Moro non volle parlare. L’unica cosa che si comprese è stata che Pifano mise in stretta relazione la trattativa per Moro con la soffiata per l’aiuto al trasporto dei missili palestinesi e scelse la strada del rigoroso silenzio. Una strada che, tranne la vicenda giudiziaria dei missili, gli evitò ulteriori conseguenze. I palestinesi invece protestarono fermamente per l’arresto dei loro miliziani, uno di essi Abu Saleh era addirittura uno dei massimi responsabili dei Fedayn. Molti anni dopo Cossiga, a proposito della strage di Bologna, affermò che secondo lui si era trattato di un trasporto di armi da parte dei palestinesi con scoppiò accidentale della bomba alla stazione ferroviaria. Altri invece, interpretando le affermazioni di Cossiga comunque criptiche, ritennero di trovare il vero movente effettivamente nei palestinesi, ma non per un incidente piuttosto per una vera ritorsione legata proprio agli arresti di Ortona. I palestinesi, secondo questa versione dei fatti, dopo aver chiesto il rispetto del “lodo Moro” e la liberazione dei loro militanti erano passati alle minacce di ritorsioni e poiché i palestinesi non venivano liberati passarono alle vie di fatto. Effettivamente dopo la bomba di Bologna si trovò il modo per accomodare la cosa. Una sezione feriale della Corte di Cassazione accolse un ricorso cautelare dei palestinesi, liberandoli in attesa della definitività della pronuncia. Naturalmente i palestinesi si dileguarono. Tornado alla vicenda del caso Moro, Francesco Cossiga si impegnò al massimo per conseguire la liberazione del prigioniero, seppure formalmente era pubblicamente contrario a qualsiasi trattativa. Quando il 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia, fu ritrovato il cadavere di Moro in via Caetani, Francesco Cossiga volle recarsi di persona a costare l’accaduto. Il giorno stesso rassegnò le dimissioni da ministro dell’Interno e per prima cosa, da semplice deputato, si recò sulla tomba di Moro, seppellito a Torrita Tiberina, un paesino vicino Roma. Trovò la cappella di famiglia sbarrata, i familiari di Moro avevano dato disposizione al custode del cimitero di non aprire. Cossiga non si perse d’animo e si inginocchiò a pregare, piangendo, davanti alla porta rimasta chiusa. Portò per sempre quel lutto. Egli stesso affermò di aver sviluppato, in seguito alla vicenda Moro, la psoriasi, una malattia della pelle di origine nervosa, e che all’improvviso i capelli, scuri, divennero bianchi. Per tutta la vita il fantasma di Moro lo inseguì. Le domande dei giornalisti puntavano sempre a quei 55 giorni. Cossiga stesso nei libri di saggistica che scrisse non poteva fare a mano di rinvangare quel terribile momento. Ammise in pieno la responsabilità del fallimento. Tuttavia dopo quell’episodio per le BR fu l’inizio della fine, nel giro di pochi anni il terrorismo fu sgominato. Quando due anni dopo, nel 1980, le BR rapirono un generale americano con funzioni operative della Nato di stanza a Verona furono proprio i N.O.C.S., corpo di elites creato poco tempo prima da Cossiga, a liberare il prigioniero. Si seppe che la Polizia aveva utilizzato metodi spicci verso alcuni sospettati. I servizi segreti riformati da Cossiga dettero prova di grande efficienza negli anni successivi. Il territorio nazionale non sarà mai oggetto di atti terroristici a differenza dei principali paesi occidentali, compresi gli USA che ebbero la devastazione delle torri gemelle. Le forze speciali si segnalarono per grande efficienza e si resero protagonista di importanti operazioni. Oggi sono un modello di efficienza spesso elogiate anche dalle forze di polizia straniere. I servizi segreti interni, si è saputo seppure senza conoscere tutte le informazioni precise, riuscirono ad infiltrarsi nelle principali organizzazioni criminali del meridione e certamente anche a loro di deve un forte ridimensionamento del fenomeno criminale che invece all’inizio degli anni 80 era in forte ascesa. Dopo le dimissioni dalla carica di Ministro dell’Interno Cossiga aveva annunciato un periodo di riflessione, mantenendo lo scranno di deputato. In soli due anni aveva meritato, dai giovani di sinistra, un particolare trattamento. Il cognome veniva scritto con l’iniziale K e la doppia S all’interno del cognome scritta nello stesso modo in cui si scriveva ss durante il nazismo. La riflessione dopo solo un anno fu interrotta. Fu chiamato da Pertini a formare un governo dopo che Craxi non era riuscito ad ottenere la fiducia dei partiti di maggioranza. Il governo aveva all’ordine del giorno principalmente l’installazione sul suolo nazionale, in Sicilia, degli euromissili americani. Si trattava di missili con testate nucleari che puntavano direttamente su Mosca. In Sicilia era stato ucciso Pio La Torre che era segretario regionale del PCI che si batteva contro la mafia, ma anche contro l’installazione dei missili. Cossiga riuscì nel compito e passò la mano a Forlani: era rimasto in carica dal 4 marzo del 1979 sino al 28 settembre 1980. Forlani, come abbiamo visto nel capitolo precedente, fu travolto dallo scandalo della scoperta degli elenchi della loggia massonica P2. Si scoprì che negli elenchi erano presenti ministri, parlamentari, ma soprattutto tutti i vertici delle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Il giudizio storico, dopo varie vicende giudiziarie ed una commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi, ad oggi è di un sostanziale ridimensionamento del fenomeno. La loggia era una delle più antiche di quelle facenti parte del Grande Oriente d’Italia. Fondata all’inizio dell’1800 aveva visto tra i propri aderenti importanti politici nazionali protagonisti del risorgimento e l’inventore del telefono Antonio Meucci. Nel 1975 era stata riattivata per espressa volontà del gran maestro del Grand’Oriente d’Italia. Si trattava di una loggia di propaganda della massoneria che prevedeva la copertura degli iscritti che quindi erano segreti. Il fenomeno della copertura risaliva al 1800 e consisteva nel fatto che gli iscritti non avevano necessità di ottenere l’approvazione dagli altri iniziati, ma la loro iscrizione era deliberata dal maestro venerabile che quindi era l’unico a conoscere l’indentità degli iscritti. Nessuna inchiesta giudiziaria ha mai dimostrato che la loggia massonica P2 avesse avuto qualche responsabilità nei fatti di terrorismo oppure nelle vicende più tragiche dell’Italia Repubblicana. Licio Gelli fu condannato, personalmente, per il fallimento del banco ambrosiano, ma era in buona compagnia di grossi esponenti della finanza italiana, anche non massoni. Probabilmente sarebbero finiti dietro le sbarre anche i vertici dello IOR, la banca vaticana, presieduta dal cardinale Marcinkus se il vaticano non avesse opposto un forte veto che si tradusse giuridicamente nella improcedibilità perché lo IOR fu riconosciuto strumento dell’opera della Chiesa e quindi coperto da immunità secondo i patti lateranensi. I giudici furono fermati dalla Cassazione, proprio, con queste argomentazioni quando ormai le manette già tintinnavano. E’ forse corretto affermare che la loggia P2 fu quindi semplicemente una scorciatoia per velocizzare carriere di militari e diplomatici, spesso anche di magistrati e giornalisti, numerosi anche loro nella loggia. Si scoprì ad esempio che proprio il Presidente del Corte d’Assise di Torino che stava giudicando i capi brigatisti, Curcio e Franceschini insieme a decine di altri brigatisti (tra cui Prospero Gallinari che evase mentre era in corso il processo in tempo per partecipare al sequestro Moro), il dr. Guido Barbaro era iscritto alla P2. La sentenza di Torino risultò particolarmente mite nelle pene nonostante che i brigatisti, sfidando apertamente i magistrati, durante quel processo avessero ammazzato Coco, rivendicando in aula il gesto, poi l’avvocato Fulvio Croce che aveva assunto la difesa d’ufficio dei brigatisti consentendo il regolare svolgimento del processo, ed infine quando fu ucciso Moro, in aula i brigatisti lessero un comunicato di rivendicazione. Barbaro fu, dopo la scoperta degli elenchi, sottoposto a processo disciplinare davanti al CSM che decise che essere massoni ed in particolare pidduista non era un illecito disciplinare. Cossiga si è sempre dichiarato un grande estimatore della massoneria nella quale ritrovava i valori del liberalismo che poi erano stati alla base del risorgimento italiano. Quando affrontava l’argomento ricordava che suo nonno, Antonio Zanfarino, era stato maestro venerabile di rito scozzese, a precisa domanda ha sempre negato di far parte della massoneria. Qualcuno ha ipotizzato che probabilmente, come il nonno, Cossiga faceva parte della massoneria di rito scozzese quella facente capo al gruppo, minoritario, detto di Piazza del Gesù che per molti anni si è contrapposta a quella maggioritaria, di cui faceva parte Licio Gelli e la P2, del Grand’Oriente d’Italia detta di Palazzo Giustiniani. Curiosamente Piazza del Gesù dove aveva sede nazionale la massoneria di rito scozzese è la stessa piazza dove ha avuto sede, fino a quando è esistita, anche la democrazia cristiana.

La Presidenza della Repubblica.

Tornando alla carriera politica di Cossiga, esauritasi la parentesi di governo, dove il politico sardo fu chiamato quando aveva solo 51 anni, sempre un’età da record!, seguirono anni di silenzio sino all’elezione alla carica di Presidente del Senato. In effetti l’esperienza come Presidente del Consiglio, breve, può essere considerata sostanzialmente un’appendice della precedente esperienza di Ministro dell’Interno. Occorreva approvare alcuni importanti provvedimenti che riguardavano le alleanze internazionali, i comunisti si erano tirati fuori anche per questo dal governo e si ritenne che solo Cossiga, l’uomo che aveva gestito il sequestro Moro per lo Stato, dava garanzia di affidabilità. La fine dell’esperienza di governo di Cossiga sembrava aver avviato il politico sardo verso il viale del tramonto. L’interessato aveva compreso perfettamente che, dopo l’esperienza di governo, per lui si apriva un periodo difficile, con l’ombra di Moro sulle spalle e la pesante eredità di conoscenze nel mondo dei servizi di sicurezza. Anche per questo nelle elezioni del 1983, raggiunta solo nel 1978 l’età anagrafica necessaria, chiese ed ottenne di essere spostato al senato della Repubblica, dove per essere eletti occorrevano 50 anni compiuti di età anagrafica. Il Senato veniva eletto all’epoca sulla base di collegi uninominali. Ogni partito presentava un unico candidato ed in base alla consistenza del partito in quella zona si sapeva anticipatamente quante possibilità di elezione aveva il candidato. Erano i famosi collegi sicuri conosciuti bene dalle segreterie dei partiti. Cossiga riuscì ad ottenere la candidatura in un collegio sardo del sassarese (quello di Tempio Pausania). Naturalmente, anche per le ridotte dimensioni del collegio elettorale, i costi della campagna elettorale per il Senato erano di gran lunga inferiori a quelli previsti per la Camera dei deputati. Nel frattempo nella Democrazia Cristiana l’uccisione di Aldo Moro aveva aperto una gravissima crisi. Si era compreso che l’assassinio di Moro aveva significato la fine della politica del compromesso storico. L’accordo con i comunisti, che Moro aveva faticato a far digerire alla classe dirigente democristiana, in realtà rappresentava una concreta possibilità di rilanciare la politica di un partito che ormai appariva privo di slancio ideale con una classe dirigente che risentiva dell’eccessivo numero di anni di potere esercitato. Quando nel 1978 la Chiesa elesse un papa polacco ai vertici democristiani sembrava aver perso un punto fondamentale per la ricerca del consenso elettorale : l’appoggio diretto delle gerarchie ecclesiastiche. Quando chiedevano a Giovanni Paolo II come orientarsi alle elezioni i principali alti prelati si sentivano rispondere che “per il momento” non si vedevano alternative. Tuttavia il papa polacco non conosceva, come i predecessori, i capi democristiani ed era intenzionato a praticare un impegno pastorale internazionale. Piuttosto che districarsi tra le varie correnti della DC Wojtila preferiva paralare con i grandi del pianeta. In piena crisi anche elettorale la Democrazia Cristiana, per mezzo dei propri capi storici, giocò la carta del rinnovamento. Scelsero di eleggere alla segretaria il leader di una corrente, da sempre minoritaria, e per questo rimasta ai margini delle manovre di potere. Si trattava della corrente fondata, anche con rilevanti mezzi finanziari, direttamente da Enrico Mattei e che era stata condotta ottimante da Giovanni Marcora, un geometra che era stato stretto collaboratore di Mattei sin dai tempi della resistenza. Durante le battaglie partigiane Marcora era noto con il nome di battaglia di “Albertino” e dagli amici effettivamente era chiamato Albertino. Fedele amico di Mattei, Marcora seppe tenere unita la piccola corrente che aveva preso il nome di “Base” dal nome della rivista diretta da Marcora negli anni 60. Un nome che racchiudeva anche il programma politico : richiamarsi direttamente agli iscritti del partito, agli elettori che rappresentavano la base. Allo stesso tempo Marcora era attentissimo a selezionare politici giovanissimi spesso allevati all’Università Cattolica di Milano, che era una sorta di fucina della corrente di base. Ben presto nella corrente di base fiorirono un gruppo di giovani dal nome di Giovanni Galloni, Mino Martinazzoli, Luigi Granelli, Ciriaco De Mita. Proprio quest’ultimo era riuscito a conseguire una borsa di studio all’Università Cattolica di Milano e dalla natia irpina si era trasferito in Lombardia. Non dimenticherà mai le proprie radici anche per via di una forte inflessione dialettale. De Mita era stato subito notato come uomo di valore e di intelligenza superiore alla media ed infatti era stato assunto direttamente all’Eni di Mattei. Il passaggio diretto alla corrente di base fu semplice. Fu proprio a De Mita, che aveva raccolto il testimone da Marcora ormai ammalato, morirà nel 1983 giusto in tempo per vedere avverarsi il desiderio di vedere un basista alla guida del partito, che pensarono i maggiorenti democristiani. De Mita aveva una notevole preparazione culturale e per questo eccedeva spesso nei discorsi nel periodare ampio condito da anacoluti per rendere particolarmente complesso il pensiero e da gerundi, questi ultimi mettevano in risalto l’accento irpino quasi come dei tuoni. Il risultato era che spesso l’interlocutore faticava a comprenderlo, ma preferiva non ammetterlo per evitare di essere lui stesso ritenuto un sempliciotto. Era uno di quei casi in cui la fama precedeva l’uomo. Di De Mita si diceva che era preparato e colto e questo precedeva i suoi discorsi. Così quando De Mita, da segretario della Democrazia Cristiana, incontrò il Presidente della Fiat, Giovanni Agnelli si lasciò scappare un commento :”E’ un intellettuale della Magna Grecia”. In realtà la Magna Grecia con De Mita non ha alcuna correlazione. L’Irpinia stessa non ha mai fatto parte storicamente della Magna Grecia ed è stato territorio, nell’epoca storica di riferimento, delle fiere popolazioni sannite. Probabilmente Agnelli, come spesso succedeva agli interlocutori di De Mita, non aveva compreso granchè del discorso. Sicuramente si era trattato di lunghi periodi dove era difficile trovare il soggetto ed il verbo principale era il gerundio, pronunciato con le dentali che rimbombavano. Agnelli pur di non ammettere che non aveva capito nulla del colloquio con il segretario della DC, inventò la storia dell’intellettuale della Magna Grecia. Provando ad immaginare il pensiero di De Mita quando propose la candidatura di Cossiga alla carica di Presidente del senato, abbiamo per questo iniziato il periodo con il gerundio, possiamo immaginare che la segreteria democristiana volesse proporre un uomo che potesse dare un’immagine nuova, se possibile di rottura e che fosse in linea con il rinnovamento in atto nel partito, serviva anche che fosse stato giovane. La descrizione corrispondeva esattamente a quella di Francesco Cossiga. Uomo di rottura lo era perché in quel momento sembrava rappresentare l’unico politico capace di assumersi delle responsabilità anche per dei fallimenti. Giovane lo era anche per la carica di Presidente del Senato. Quando fu eletto Francesco Cossiga alla seconda carica dello Stato, il 12 luglio 1983, non aveva compiuto ancora 55 anni. Il più giovane presidente del Senato della Repubblica. Quando il settennato di Pertini arrivò al termine nel 1985 quasi tutti i partiti volevano liberarsi dell’anziano socialista ligure. Pertini, forse con qualche punta di populismo, era riuscito a catturare il consenso degli italiani. Se si fosse votato per l’elezione diretta avrebbe riscosso un successo certo. L’enorme popolarità, ottenuta anche con uno spregiudicato utilizzo dei media, costituiva un elemento di fastidio per gli altri politici ai vertici dei principali partiti. Era difficile contrastare Pertini quando prendeva una posizione ed in genere si trattava di punti che stavano quasi sempre a cuore all’opinione pubblica. Pertini aveva fatto sapere che gradiva la rielezione anche se vicino ai 90. Ciriaco De Mita, avendo compreso che per il ritorno di un democristiano a Palazzo Chigi ci voleva molto tempo, decise di puntare su Cossiga per vedere un democristiano almeno al Quirinale. Il PCI, che era orfano di Berlinguer e viveva una fase di transizione, fece sapere che il nome del politico sardo era positivo ed il PSI di Craxi, che sedeva a Palazzo Chigi, non osava mettere in discussione la scelta dell’alleato democristiano temendo eventuali contraccolpi per il governo. In questo clima di concordia nazionale accadde il miracolo che, per la prima volta nella storia della Repubblica, a larghissima maggioranza il Presidente della Repubblica fu eletto al primo turno. Cossiga naturalmente era anche il presidente della Repubblica più giovane mai eletto, era davvero l’uomo che bruciava le tappe in ogni cosa che faceva. Fu eletto il 3 luglio 1985 con 752 voti su 977 votanti. Gli anni 80 in Italia furono anni di ripresa economica e di benessere diffuso ed a beneficiare di questa congiuntura favorevole fu soprattutto il mezzogiorno che era rimasto a guardare durante il primo boom economico degli anni 60. La seconda parte degli anni 80 fu vissuta, anche per effetto dei buoni risultati economici, con grande leggerezza. Chi poteva si divertiva e nel mondo il made in Italy divenne un marchio di eleganza, ma anche una garanzia di qualità, non solo nei prodotti esportati. Lo stile di vita italiana, la cucina italiana, l’amore per il mare ed il grande patrimonio artistico fecero tendenza e lo stivale fu invaso da turisti provenienti da tutto il mondo. Nei primi cinque anni di presidenza Cossiga rimase nella tradizione del ruolo presidenziale facendo dimenticare il presenzialismo di Pertini. Unico sussulto nel primo quinquennio si ebbe nei confronti del CSM, l’organo costituzionale di autogoverno della magistratura. Lo scontro ebbe inizio quando, nel 1985, il CSM pretese di censurare nientemeno che il capo del Governo, Bettino Craxi, reo di aver criticato l’indagine della Procura di Milano relativa all’omicidio del giornalista, di area socialista, Walter Tobagi. Lo scontro fu a tal punto rilevante che Cossiga si recò di persona a presiedere il CSM, esercitando le funzioni di Presidente che erano attribuite dalla Costituzione al capo dello Stato, ma che sino a qual momento erano sempre state delegate al vicepresidente. Per evitare che venisse impedito al Presidente della Repubblica di presiedere il CSM Cossiga allertò i carabinieri contattando un generale di corpo d’armata. Le camionette dei carabinieri arrivarono a piazza Indipendenza. I carabinieri in assetto antisommossa, con gli elmetti calati in testa, pronti a sfondare il portone del palazzo dei Marescialli se solo il presidente Cossiga, in quanto Capo dello Stato, lo avesse ordinato. La carica non avvenne, il portone restò integro, ma lo schieramento delle forze che rappresentavano lo Stato – i carabinieri in questo caso – contro un ridotto nelle mani di chi si riteneva di essere separato dallo Stato, in quanto organo separato dello Stato, rappresentò uno schieramento concreto, militare ed una immagine plastica di denuncia contro l’abuso di un principio sacrosanto, quello dell’autonomia della magistratura. Sulla sedia di vicepresidente del CSM sedeva Giovanni Galloni, che era democristiano come Cossiga e proveniva proprio dalla corrente di base quella di De Mita, che tanto aveva voluto Cossiga, prima Presidente del Senato e poi Presidente della Repubblica. Lo scontro si risolse con una sostanziale vittoria di Cossiga che tolse a Galloni alcune importanti deleghe, alla fine Galloni non fu più riconfermato in quell’incarico. Per il resto la Presidenza di Cossiga si era caratterizzata per un sostanziale ruolo di notariato almeno sino al 1989. All’improvviso accade un fatto internazionale inaspettato, la caduta del muro di Berlino. Dopo questo episodio Cossiga cambierà radicalmente atteggiamento. Probabilmente per via dell’enorme esperienza in materia di intelligence e questioni militari Cossiga aveva compreso, prima di tutti, che la vicenda avrebbe segnato la fine del sistema politico italiano fino a quel momento esistente. Comprendeva che la fine dei blocchi contrapposti e la fine della guerra fredda imponeva l’alternanza delle forze popolari al governo, una alternanza che andava regolamentata con istituti di garanzia nuovi. Chiedeva un’assemblea costituente urgente che ponesse fine alla prima Repubblica inaugurando la seconda. Proponeva il presidenzialismo come possibile soluzione nuova per istituzioni che dovevano prepararsi all’alternanza di governo. Sostanzialmente una programma neogollista, con la differenza che alla soglia degli anni 90 nessuno ricordava più la figura di De Gaulle e, soprattutto, nessuno osava più pensare che il gollismo potesse essere considerato un movimento politico autoritario o addirittura eversivo. I vari stimoli esercitati da Cossiga provocarono la reazione di tutti i partiti che non riuscirono a capire l’efficacia della visione politica di Cossiga e, soprattutto, l’esatta intuizione dei cambiamenti in corso e dei rischi futuri. Le reazioni, a volte scomposte, dei partiti non facevano i conti con il carattere di Cossiga. Da autentico sardo Cossiga era molto testardo e più subiva attacchi e maggiormente calcava la mano fino a quando un giorno egli stesso decise di utilizzare il “piccone”. Nel senso che fu lo stesso Cossiga, che voleva usare un’immagine forte, ad evocare il piccone come strumento utile per riformare le istituzioni. La felice immagine metaforica non sfuggì al principale vignettista dell’epoca Giorgio Forattini che iniziò a disegnare il Presidente della Repubblica con il piccone il mano. Dalla vignetta di Guareschi che ritraeva Einaudi, con il bastone (che effettivamente aveva) in mezzo ai vini (che effettivamente produceva), erano ormai passati 40 anni e mentre Guareschi fu condannato per vilipendio al capo dello Stato, Forattini fu osannato dalla critica per l’immagine iconica creata. Fu lo stesso Cossiga a sorridere della vignetta e chiese ed ottenne da Forattini di poter usare una vignetta come copertina di un suo libro, in fondo l’immagine del “picconatore” gli piaceva, era uno strumento vagamente massonico, dirà in futuro. La questione con la magistratura tornò di attualità allorquando, dopo l’uccisione di un giovane magistrato antimafia Rosario Livatino, Cossiga lanciò un forte anatema contro la magistratura rea di usare per la lotta alla mafia giovani magistrati privi della necessaria esperienza. Il sistema delle correnti interne alla magistrature era fortemente criticato dal Presidente della Repubblica che spesso ricordava come la propria famiglia di origine, gli Zanfarino, oltre ad essere massoni di altro grado (o forse per questo), annoverava grandi magistrati che avevano ricoperto livelli elevati all’interno della magistratura, proprio per questo Cossiga, affermava, si rendeva necessaria una riforma strutturale della magistratura. Durante il settennato Cossiga nominò sempre i premier che venivano indicati dai partiti durante le consultazioni. L’unica volta che, dopo le dimissioni di Craxi, nel 1987 Cossiga, nella confusione generale, propose un nome di propria iniziativa la scelta cadde su Amintore Fanfani che era un nome di altissimo profilo, era in carica quale Presidente del Senato. Fanfani aveva 79 anni, era già senatore a vita dal 1972 (nominato da Leone), e molti ritengono che Cossiga avesse scelto il politico di Arezzo perché voleva dimostrare che un senatore a vita, anche a dispetto dell’età, potesse essere ritenuto ancora un politico attivo pensando già ad un ruolo proprio dopo il settennato dal momento che nel 1991, epoca della fine del mandato presidenziale, il Presidente della Repubblica avrebbe avuto soli 63 anni e non certamente riteneva di essere considerato un pensionato di lusso. Finì che Fanfani non ottenne la fiducia. Non perché votarono contro i partiti esclusi dal governo, anzi anche i radicali, notoriamente forza politica di opposizione e di battaglia parlamentare votarono la fiducia, ma clamorosamente non votarono la fiducia i democristiani che del governo erano gli unici componenti, trattandosi di un monocolore. Fanfani, per accettare l’incarico si era anche dimesso da Presidente del Senato, traghettò il paese con un governo senza fiducia parlamentare alle elezioni anticipate. Cossiga visse la vicenda come uno smacco personale, volle che il governo sfiduciato rimanesse in carica per gestire l’ordinaria amministrazione durante il periodo elettorale, e iniziò a reputare che l’artefice della nuova bocciatura contro Fanfani fosse dipesa dal segretario della DC, Ciriaco De Mita. Più avanti Cossiga pronuncerà frasi di fuoco, al limite dell’insulto, contro il politico irpino definendolo: “bugiardo, gradasso, il solito boss di provincia”. Dopo le elezioni del 1987 in cui, per la prima volta dopo la vicenda Moro, la DC vinse aumentando consenso e deputati insieme al PSI che ebbe un risultato ancora maggiore della DC, Cossiga fece di tutto per evitare di dare l’incarico a De Mita che, da segretario della DC, lo reclamava. Fu lo stesso Cossiga ad individuare in Giovanni Goria, un giovane politico democristiano proveniente dalla fucina dell’università Cattolica, laurea in Economia e Commercio, era stato nominato ministro del tesoro, a soli 39 anni nel 1982 ed aveva mantenuto l’incarico per i successivi 5 anni. Aveva dimostrato grande competenza ed era considerato tra gli autori del successo economico dell’Italia negli anni 80. Goria militava nella corrente di base e quindi non poteva essere sconfessato da De Mita, che, infatti, si intestò la designazione salvo poi impallinarlo dopo circa un anno per assumere egli stesso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Goria fu nominato Presidente del Consiglio all’età di 44 anni, strappando il record di premier più giovane detenuto da Cossiga nel 1979. Insomma nel breve volgere di qualche mese Cossiga aveva incaricato il presidente del consiglio più anziano (Fanfani) e quello più giovane della storia repubblicana. Era questo il carattere di Cossiga. Pensava in questo modo : non vi va bene Fanfani perché è vecchio?? Allora vi nomino quello più giovane, che nel caso in esame era anche dotato di grande competenza in materia economica. Nello stesso 1987 Cossiga volle fortemente realizzare un’altra visita di Stato che mai era stata organizzata nella storia della Repubblica. La visita in Israele. Cossiga stava lavorando all’evento da parecchi anni. Nessuno sapeva quali erano le reali intenzioni di Cossiga nei confronti di Israele, se si trattasse dell’annuncio di un cambio di politica estera, l’Italia democristiana era sempre stata dichiaratamente filoaraba, oppure di altro, magari connesso al lavoro dei servizi segreti di cui Cossiga era stato il padre fondatore in Italia, almeno di quelli riformati nel 1978. Il governo in carica di Goria aveva visto la riconferma nel ruolo di ministro di Andreotti, ministro degli esteri e la visita in Israele vide proprio Cossiga accompagnato da Andreotti, Goria come era prassi quando si muoveva in prima persona il capo dello Stato rimase in patria. La visita prevista per il 20 dicembre del 1987 La visita ufficiale in Israele cadde in un momento di notevole tensione: gli scontri in tutta la Cisgiordania occupata e nella striscia di Gaza riportavano drammaticamente all' attenzione del mondo l'impossibile convivenza di due popoli, quello ebraico e quello palestinese, sotto una sola bandiera. Proprio qualche giorno prima del viaggio la Lega Araba, con un messaggio diretto a Cossiga, lo invitava a valutare sul posto le sofferenze del popolo palestinese sotto l' occupazione israeliana. Dalla nascita del nuovo Stato, 40 anni fa, non era mai accaduto che un Presidente della Repubblica italiano mettesse piede nelle terre fra il Giordano e il Nilo. Subito dopo aver incontrato il premier ed il capo dello stato israeliano Cossiga convoca una conferenza stampa insieme ad Andreotti. “I fatti che accadono in questa regione riguardano la pace complessiva del Medio Oriente e del mondo intero, vi sono problemi che riguardano la tutela dei diritti dell'uomo e che interessano tutti.” Furono le prime parole pronunciate da Cossiga. “Proprio per l'amicizia che l'Italia porta ad Israele e per tutto quello che rappresenta e per il rispetto dovuto al popolo israeliano i governanti Italiani, con molta franchezza, hanno voluto comunicare al presidente Herzog e al premier Shamir che questa visita è stata provata dal dolore e dalla sofferenza”. Cossiga ancora nel brindisi ufficiale, aveva puntigliosamente ribadito il punto di vista del governo Italiano che reclamava da Israele il ritiro dal territori occupati e il diritto all'autodeterminazione del palestinesi, esigenze che sono naturalmente abbinata all’affermazione del «diritto di Israele a veder riconosciuto il diritto all'esistenza nella pace”. Alla fine del viaggio Cossiga pubblicamente dichiarava “L'Italia si attende dunque del governo d'Israele che garantisca il diritto alla vita, alla incolumità, ed i diritti fondamentali della popolazioni dei territori occupati nel rispetto dei principi del diritto internazionale e dei doveri che incombono a una potenza occupante”. Sono parole dure e senza equivoci, che comunque Israele, da buon incassatore, ha recepito apparentemente senza batter ciglio e dicendosi addirittura soddisfatta della visita e del programma di incontri degli ospiti Italiani. La visita sarà un successo internazionale e l’Italia sarà l’unico paese occidentale a schierarsi apertamente con i paesi arabi e con i palestinesi, senza inimicarsi formalmente Israele, e lo farà direttamente a Tel Aviv.

Nel 1990 a Milano, in via Montenevoso, fu ritrovato buona parte del memoriale scritto da Aldo Moro durante la prigionia. La prima parte del memoriale era stata ritrovata all’atto del blitz, operato dai carabinieri di Dalla Chiesa, nel novembre del 1978 quando furono arrestati tutti i brigatisti presenti nel covo. Rimasto sotto sequestro l’immobile per circa 12 anni, nel 1990 l’appartamento fu restituito ai legittimi proprietari che iniziarono lavori di ristrutturazione. Durante i lavori fu scoperta un’intercapedine ben occultata che conteneva scritti, non noti sino ad allora, di Moro. Dai manoscritti emerse una sostanziale novità rispetto ai precedenti scritti del prigioniero. Moro aveva rivelato ai brigatisti, che forse non avevano compreso la confessione, l’esistenza di un’organizzazione segreta incaricata di entrare in azione in caso di rivoluzione comunista oppure di invasione sovietica. A tale fine erano stati predisposti dei nascondigli su tutto il territorio nazionale, maggiormente nel nord-est, dove si trovavano armi e strumenti radio. Un magistrato che stava indagando sulla strage di alcuni carabinieri avvenuta a Peteano, nel Veneto, aveva compreso che l’esplosivo utilizzato proveniva da armamenti militari ed aveva chiesto al governo l’autorizzazione ad accedere agli archivi dei servizi segreti. Andreotti che era tornato Presidente del Consiglio, dopo l’uccisione di Moro avvenuta nel 1978, con una conferenza stampa, mentre Cossiga si trovava in visita ufficiale in Scozia, rivela l’esistenza di Gladio, corrispondente alla sezione italiana dell’organizzazione Nato “Stay Behind”. A quel punto è lo stesso Cossiga, Presidente della Repubblica in carica, a presentare un esposto, di autodenuncia, nel quale conferma le dichiarazioni di Andreotti e rivendica di aver egli stesso lavorato molto per la creazione della struttura. Invita l’opinione pubblica a chiamare partigiani gli appartenenti alla Gladio, che durante tutti gli anni 60, 70 e 80, si sottoponevano ad addestramenti, in Sardegna, con l’obbligo della segretezza. Arrivato ormai alla fine del mandato presidenziale in polemica con tutte le forze politiche, compreso il partito della Democrazia Cristiana dal quale si era dimesso, Cossiga subì un ultimo forte attacco. Fu presentata la richiesta di messa in Stato di accusa, addirittura per attentato alla costituzione. Il documento sottoscritto da diversi partiti, gli ex comunisti del PDS, i radicali ed alcuni democristiani, in realtà non appariva fondato su grossi punti. La questione Gladio, che era stata da subito archiviata come irrilevante penalmente dopo l’autodenuncia di Cossiga, ed alcune esternazioni. Il complesso iter parlamentare, conclusosi quando ormai Cossiga non era più Presidente della Repubblica, alla fine non ebbe risultati concreti. Per parte sua Cossiga rassegnò le dimissioni, circa due mesi prima della scadenza, il 25 aprile del 1992, una data certamente simbolica. Fece precedere il gesto da un messaggio trasmesso a reti unificate. Alle 18.30 circa, interrompendo una partita di pallacanestro che si stava svolgendo nonostante il giorno di festa, Cossiga davanti agli schermi televisivi comparve con gli occhi emozionati, pieni di lacrime, si dimise perché sperava che un nuovo parlamento potesse meglio risolvere i problemi istituzionali da lui stesso denunziati. Dopo i drammatici fatti di Capaci, che racconteremo nel prossimo capitolo, fu eletto Oscar Luigi Scalfaro. Non fu la fine della carriera politica di Cossiga. Dopo qualche anno continuò a fare politica con l’incarico di senatore a vita. Non fu incaricato di presiedere nuovi governi, come lui stesso aveva fatto con Fanfani, ma ricevette almeno due rilevanti incarichi. Il primo, nel 1998, di costruire una forza politica moderata che occupasse il centro fisico della politica italiana dopo la fine della Democrazia Cristiana. Non più un partito cattolico, ma un partito liberale seppure di chiare radici cristiane, nel senso proveniente dalla tradizione della democrazia cristiana. Il partito nel 1998 nacque davvero e si chiamava Unione Democratici per la Repubblica (UDR). Cossiga che assunse l’incarico di Presidente onorario aveva previsto che tutte le forze nate dopo la fine della DC, con l’esclusione di quel gruppo formatosi intorno al neo costituito Partito Popolare che aveva scelto la sinistra dello schieramento, quindi alcuni ex DC confluiti in Forza Italia, il partito di Pierferdinando Casini e Clemente Mastella (CCD) ed il partito di Rocco Buttiglione (CDU), che aveva conseguito per vie legali l’uso dello scudo crociato democristiano, dessero vita al nuovo schieramento che doveva poi dare vita al primo governo che prevedeva un ex comunista, Massimo D’Alema, alla guida del governo. Il nuovo partito durò poco tempo nonostante avesse aderito anche uno dei capi storici della massoneria Angelo Corona, maestro venerabile a livello nazionale del Grand’Oriente d’Italia sino al 1990. Dapprima si sfilò Casini che decise di rimanere fedele allo schieramento di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi, poi Buttiglione e Mastella iniziarono a litigare per l’organigramma del partito, alla fine insieme a Cossiga rimase il solo Clemente Mastella che, per questione legali, dovette chiamare il partito UDEUR (unione democratici per la repubblica) Cossiga rimase presidente onorario del partito che, guidato da Mastella, effettivamente fu determinante nella formazione del governo di D’Alema. Dopo qualche tempo lasciò da solo Mastella. Quando nel 2007 fu arrestata la moglie di Mastella, all’epoca consigliere regionale in Campania, che era ministro della Giustizia, fu Cossiga a difendere apertamente l’amico Mastella. In un memorabile confronto in TV dove era presente in studio Luca Palamara, all’epoca presidente dell’ANM, che difendeva l’inchiesta contro Mastella (sostanzialmente era stato messo sotto inchiesta l’intero partito dell’UDEUR) Cossiga attaccò, con forza ed efficacia il presidente dell’ANM, offendendolo ripetutamente ed invitando l’offeso alla querela. La querela non arrivò mai, ma in tempi recenti si scoprì che Palamara aveva organizzato una rete correntizia che minava la magistratura rendendola oggetto di violenti giochi di poteri per le nomine nei posti direttivi. Fu lo stesso Palamara, al quale fu ricordato il violento attacco, ad affermare che Cossiga aveva ragione anche nell’offenderlo. Nel 2002 Cossiga fu chiamato dal partito indipendentista basco (in Spagna) a farsi portatore e mediatore con il governo spagnolo degli accordi di pace che prevedevano la fine del terrorismo basco e dell’Eta che pure negli anni 70 aveva collaborato con le BR. Cossiga, come al solito, prese la vicenda basca con enorme passione ed impegno. Accolto nei paesi baschi come uno statista internazionale effettivamente dette un grande contributo alla risoluzione della spinosa questione che durava da decenni. Gli ultimi anni di senatore a vita li passò scrivendo articoli con gli pseudonimi di Franco Mauri e Mauro Franchi a seconda se scriveva sul quotidiano “Libero” piuttosto che sul “Riformista”, spesso rilasciava interviste sulle vicende più oscure degli anni 80. In particolare sulla vicenda della strage di Bologna, come abbiamo ricordato in precedenza, e sulla vicenda di Ustica. In quest’ultimo caso Cossiga aveva espresso l’idea che si fosse trattato di un missile sganciato da un caccia francese che voleva uccidere Gheddafi che stava volando, in incognito, con un volo privato e, avvisato dagli amici italiani, aveva pensato bene di nascondersi sotto la pancia dell’aereo civile che stava effettuando grosso modo la stessa rotta, mai, pensava Gheddafi, i francesi avrebbero sparato rischiando di colpire l’aereo civile. Morì nel 2010, all’età di 82 anni, per un infarto e conseguente crisi respiratoria era il 17 agosto, una morte due giorni dopo ferragosto, quasi come se si fosse trattato di un copione di una vicenda di spionaggio, per non dare troppo nell’occhio. Dopo la morte si seppe che Cossiga aveva spedito, prima di morire intuendo già la fine, quattro lettere. La curiosità fu notevole. Quando arrivarono, dopo qualche giorno, a destinazione si scoprì che era la stessa lettera inviata ai due Presidenti delle Camere, al Presidente della Repubblica ed al Presidente del Consiglio. Nello scritto, breve, Cossiga augurava lunga vita alla Repubblica Italiana e niente di più. Chissà se non abbia invece dato incarico a qualche notaio di aprire qualche personale archivio magari a decenni di distanza dalla morte?

Non abbiamo mai accennato al matrimonio di Cossiga. Abbiamo scelto volutamente questa soluzione perché non fu felice. Cossiga sposò nel 1960 Giuseppa Sigurani (Sassari, 1937 - Sassari, 8 maggio 2018), da cui ebbe due figli: Annamaria e Giuseppe. La consorte di professione farmacista e di carattere particolarmente schivo, non ha mai condotto una vita pubblica. Non si è mai fatta fotografare con il marito neppure quando questi era un semplice parlamentare. Non sono pubbliche fotografie della donna. Bruno Vespa, senza pubblicare alcuna foto, in un libro affermò che Giuseppa Sigurani fosse una bella donna, bionda e con gli occhi azzurri, bisogna credere al giornalista Rai sulla parola. Il matrimonio si concluse con una separazione, nel 1993, che condusse al divorzio, cinque anni dopo. Nel 2007, gli ex coniugi ottennero dalla Sacra Rota la dichiarazione di nullità del matrimonio e fu una richiesta espressamente voluta da Cossiga, che aveva vissuto da cattolico per tutta la vita. Giovanni Paolo II non volle accontentarlo in relazione all’annullamento e solo quando fu eletto papa Benedetto XVI, arrivò l’annullamento. Cossiga e Joseph Ratzinger erano buoni amici già quando il futuro pontefice era cardinale al vertice della congregazione per la dottrina della fede.


riproduzione riservata - proprietà intellettuale dell'Avv. Salvatore Piccolo

Realizzazione siti web www.sitoper.it
invia ad un amico
icona per chiudere
Attenzione!
Non puoi effettuare più di 10 invii al giorno.
Informativa privacy
Testo dell'informativa da compilare...
torna indietro leggi Informativa privacy  obbligatorio

cookie