17 Gennaio 2022
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Giovanni Leone, il principe del foro.

17-12-2021 23:33 - Storia
Il 20 gennaio del 1964 è un lunedì. La segretaria di una azienda con sede in Roma, dalle parti di Via Veneto, si sta recando al lavoro. Da un paio di giorni, il suo principale non risponde al telefono. Lui è uomo d’affari, giovane di bell’aspetto, molto ricco, con fama da tombeur des femmes e diverse donne che gli ronzano attorno. Si chiama Farouk Chourbagi, è egiziano, ha 27 anni. L’impiegata entra e trova la solita stanza a forma di ufficio; però in più, c’è un morto a forma di morto, ammazzato con 5 rivoltellate e il volto sfregiato dal vetriolo.

La ragazza lancia un urlo da far accapponare la pelle: quel corpo, incastrato tra la scrivania e il muro, è di Farouk. Il decesso risale di sicuro al sabato precedente. Trattandosi di un dongiovanni, la prima ipotesi investigativa si orienta verso il delitto passionale ad opera di una donna, magari sedotta e abbandonata. Un classico. Quindi, cherchez la dame. Però, le possibili pistolere sono molte. Una imbeccata utile la fornisce la segretaria del cadavere: qualche giorno prima ha ascoltato una telefonata, da parte di una signora, che aveva lasciato in angoscia il povero Farouk. La voce non era affatto misteriosa. Apparteneva a Gabrielle Bebawi, detta Claire, egiziana pure lei, avvenente moglie, infedele, del facoltoso industriale Youssef Bebawi e madre di tre figli.

La situazione familiare non le ha impedito di intrecciare, da tre anni, una relazione con il defunto, dalla medesima considerato, per dirla come dice Niccolò Tommaseostromento d’illecito piacere o di lucro turpe”. E tale “illecito piacere” è un fatto notorio, persino al marito. Nel pomeriggio del sabato, guarda caso, la signora si trovava insieme al marito, in albergo, entrambi appena arrivati a Roma, provenienti dalla Svizzera e ripartiti intorno alle 19,30 per Napoli. Un lasso di tempo breve, ma sufficiente, a parere degli inquirenti, per prendere a revolverate l’egiziano e oltraggiarlo con l’acido. La polizia ora ha una traccia e la segue. I due negano ogni addebito, come è ovvio che sia. E’ plausibile che una amante trascurata ed offesa abbia meditato la vendetta e quindi Claire può essere considerata parte in tragedia. In più, dalla Svizzera, arriva la testimonianza del commesso di un negozio che afferma di aver venduto alla signora un flacone di vetriolo. Questa informazione messa insieme al possibile movente, alla telefonata minacciosa, alla tresca adulterina paiono indizi sufficienti di colpevolezza.

La svolta clamorosa arriva quasi subito con l’interrogatorio di Youssef. Fa mettere a verbale: “Sabato, nel pomeriggio siamo usciti dall’albergo ed ho accompagnato mia moglie sino al portone del palazzo ove si trova l’ufficio di Farouk. Doveva avere un incontro risolutivo con l’uomo. Quando è tornata, mi ha detto “gli ho sparato”. Ho intravisto la pistola e il flacone vuoto dell’acido nella borsetta”. Dunque, la classica nemesi della morosa negletta. A tale dichiarazione accusatoria, Claire ne contrappone un’altra: “E’ vero che sono salita in quell’ufficio. Mentre stavo discutendo con Farouk, è arrivato mio marito. Aveva in pugno la pistola. Dopo una breve colluttazione ha sparato e ucciso, gettando il vetriolo in faccia al morto”. La classica vendetta del marito cornificato. Il rimpallo delle accuse riporta le indagini in alto mare. Pur se un dato reale è palese: uno dei due ha ammazzato Farouk. Chi dei due è l’assassino? Non si sa. Pur se, allo stato degli atti, è possibile sostenere l’accusa di omicidio a carico di entrambi. La coppia che era riparata in Grecia è estradata in Italia e processata innanzi alla Corte di Assise di Roma. All’epoca la Corte di Assise ha sede all’interno del palazzo della Cassazione, il palazzaccio, in piazza Cavour. A prendere le difese degli imputati i due maggiori avvocati d’Italia. Per l’uomo la difesa è assunta da Giuliano Vassalli, poi ministro della Giustizia e padre del codice di procedura penale riformato nel 1989, a difendere la bellissima Claire invece arriva Giovanni Leone, poi Presidente della Repubblica, in quel momento ritenuto tra i migliori avvocati d’Italia oltre che professore di procedura penale. Il processo è seguito da numeroso pubblico e grande attenzione mediatica, forse il primo processo seguito con resoconti nei notiziari televisivi e sui quotidiani e rotocalchi settimanali. All’inizio sembra un processo tra due opposte versioni e quindi sembra una guerra tra legali e parti. Invece dietro l’apparente contrapposizione tra i due coniugi si nasconde un’unica strategia, nel dubbio su chi effettivamente ha sparato ed ucciso entrambi gli imputati dovranno essere assolti. Così accade e la Corte d’Assise assolve entrambi gli imputati che, liberati, prontamente espatriano, lui in Egitto e lei in Svizzera, in appello la sentenza sarà ribaltata ed entrambi saranno condannati, entrambi a 22 anni di reclusione, ma non verranno mai estradati e non torneranno più in carcere. Giovanni Leone quando accetta l’incarico difensivo è Presidente della Camera dei deputati, ma dopo svariate udienze, e la linea difensiva già tracciata, rinuncia all’incarico perché la bella Claire nel frattempo è corteggiata da una lunga fila di avvocati giovani e meno giovani, che vanno a trovarla in carcere alcuni innamorati altri offrendo addirittura danaro per ottenere la nomina fiduciaria, certi che il clamore mediatico avesse, ben presto, fatto rientrare l’investimento. Giovanni Leone pertanto, offesosi dalla condotta della donna che aveva messo in discussione la difesa, rinuncia all’incarico ed alla fine sarà sostituito dall’avvocato Giuseppe Sotgiu, anch’egli tra i migliori avvocati. Dopo qualche decennio Leone rilascerà un’intervista alla RAI nella quale affermerà che aveva raccolto le confidenze di un avvocato greco, convocato a Roma come testimone durante il processo al palazzaccio. L’avvocato greco aveva raccolto le confidenza della coppia al momento della fuga ad Atene dopo l’omicidio e Claire, presente il marito, aveva confessato di aver, da sola, eseguito il delitto. Nel processo invece proprio Claire aveva insultato il testimone-avvocato costringendolo a non rendere la testimonianza invocando il segreto professionale.

Certamente la linea difensiva portata avanti da Leone sarà poi seguita da Sotgiu ed il risultato sarà a tal punto clamoroso che in tanti ipotizzano un cambio della legislazione per evitare casi paradossali e soprattutto per evitare che nell’ipotesi di due indagati per un unico delitto le reciproche accuse possano portare ad una assoluzione per entrambi. Leone nel 1964 è già il più grande avvocato d’Italia. Ha difeso Bruno Milanesi, poi sindaco di Napoli, accusato di altro tradimento per aver venduto allo Stato armamenti difettosi. L’uomo, dopo una complessa vicenda giudiziaria impostata sulle regole processuali, viene assolto. Poi arriva l’incarico per la difesa dei manager dell’Enel accusati per la tragedia del Vajont. Quasi tutti gli imputati sono assolti, uno solo riporterà una condanna seria: l’ingegnere Alberico Biadene che nel processo era stato assistito dall’Avvocato Brass. E’ condannato a 4 anni e sei mesi di carcere. Incarcerato il 1 maggio del 1971, in seguito alla definitività della condanna, Biadene diviene un recluso modello al punto che la direzione del carcere gli affida i progetti per ottimizzare l’impianto di riscaldamento del penitenziario. Dona alla biblioteca del carcere, dove egli stesso chiede di essere addetto, i libri che la moglie gli porta in carcere. Durante la detenzione impartisce lezioni di italiano, matematica e latino ai detenuti e diviene ben presto il beniamino di tutto il penitenziario, compreso il corpo della polizia penitenziaria. Già in età avanzata, ha 75 anni, operato alla prostata sarà graziato da Leone, nel frattempo divenuto Presidente della Repubblica, quando ha ancora da scontare poco più di un anno. Non è possibile fare l’elenco di tutti i processi seguiti da Giovanni Leone che si cimentò non solo in processi penale, ma anche in cause civili come quella che vide impegnato Nino Rovelli contro la Cassa per il Mezzogiorno. La sola attività forense non soddisfaceva appieno Giovanni Leone che a far tempo dagli anni 30 si impose nel panorama nazionale giuridico anche per l’importanza dei contributi scientifici in materia penale e soprattutto nello sviluppo del diritto processuale penale che contribuì ad affermare come scienza parallelamente al forte sviluppo che, qualche decennio prima, aveva auto il diritto processuale civile con Chiovenda e poi con Antonio Segni che di Chiovenda era allievo. Per comprendere la semplicità dei concetti basta ricordare la risposta che diede Giovanni Leone, ormai Presidente della Repubblica, ad un giornalista di un settimanale che era andato ad intervistarlo a casa insieme ad un fotografo. Il giornalista, incuriositosi dal titolo di un testo scientifico che il professore aveva scritto denominato “il delitto aberrante” domandò dei chiarimenti in ordine al contenuto dello scritto. Leone senza troppo impegnarsi rispose con semplicità: “Il delitto aberrante è quel delitto che, ad esempio, dovessi compiere se adesso prendo la pistola e miro a lei che mi fa queste domande, ma per mero caso e per la prontezza dei suoi riflessi lei si abbassa ed io colpisco il fotografo, uccidendolo sul colpo.” Questo è il delitto aberrante fu la risposta di Leone. Aveva chiarito in pochi concetti, rendendo accessibile al grande pubblico, una complessa struttura che riguardava la teoria della colpevolezza e l’aspetto psicologico del dolo nei delitti contro la persona.

Nascita e giovinezza.

Giovanni Leone all’anagrafe risulta nato a Napoli il 3 novembre 1908. In realtà era nato a Pomigliano D’Arco. Una cittadina rurale, che conoscerà un forte sviluppo industriale nel dopoguerra, confinante con Nola. Il padre di Giovanni, Mauro Leone, è un facoltoso avvocato ed ha pensato che per il primogenito Giovanni fosse più onorevole che venisse registrato all’anagrafe di Napoli che da Pomigliano d’Arco dista circa 10 km. Il territorio nolano in realtà aveva notevoli differenze con la città di Napoli. Apparteneva nel 1908 alla provincia di Terra di Lavoro una sorta di micro regione che aveva subito le sorti della confusa legislazione amministrativa borbonica e che necessitò di tempo e riforme per essere inquadrata come una vera e propria provincia dell’Italia unita. Durante il regno dei borboni, infatti, la giurisdizione, l’amministrazione e le risorse in Campania erano fortemente divise tra il territorio cittadino ed il contado. La città aveva magistrature proprie ed era oggetto di attenzione da parte del governo anche in relazione all’assistenza pubblica, allo sviluppo economico. La campagna ed in particolare la zona a nord di Napoli era di fatto governata con le leggi feudali, tranne qualche eccezione dovuta alla storia locale di particolari luoghi. Tribunali periferici oppure luoghi dove la giustizia era amministrata dal barone titolare del singolo feudo. Insomma quello che valeva a Napoli non aveva la stessa regola anche nel contado. Un unico territorio che andava sotto il nome di Terra di Lavoro che univa una vasta zona dalle campagne al nord di Napoli sino alle attuali terre nel basso Lazio. Una confusione amministrativa dominata da baroni e notabili che sostanzialmente facevano quel che volevano. A tal punto era arrivata la confusione che quando, nel primo decennio dell’ottocento, la Francia di Napoleone tentò di mettere ordine non si riusciva a stabilire una cittadina che potesse assumere il ruolo di capoluogo di provincia. Capua, Aversa, Santa Maria Capua Vetere, Caserta e Nola si contesero il titolo di capoluogo ed ancora oggi le rivendicazioni di una cittadina nei confronti dell’altra hanno la funzione di disgregare sotto il profilo politico ed amministrativo un territorio che ha avuto la stessa sorte per diversi secoli. Pomigliano d’Arco era stato un feudo in quella Terra di Lavoro, la provincia che fu soppressa dal duce nel ventennio proprio nel tentativo, non riuscito, di riportare il territorio nell’alveo di una tradizione amministrativa nazionale. A Pomigliano D’Arco era nato Carlo Poerio che era stato un fervente carbonaro e fiero avversario dei borboni, aveva patito il carcere sino all’arrivo di Garibaldi. Leone studia, in questo contesto storico, presso il liceo classico vescovile di Nola, la città di Giordano Bruno e ben presto viene avviato agli studi di Giurisprudenza dal padre Mauro Leone che è un facoltoso avvocato, particolarmente attivo nel settore civile. A soli 21 anni Leone si laurea in giurisprudenza a Napoli, l’anno successivo nel 1930 consegue anche la laurea in scienze politiche. Il padre, avendo compreso l’assoluta intelligenza del figlio, lo manda a farsi le ossa presso lo studio dell’avvocato Enrico De Nicola già frequentato, come praticante, da Francesco De Martino. Nonostante l’evidente passione per la professione, Giovanni Leone, di notte prosegue a studiare. In questo periodo sviluppa una sorta di insonnia che lo accompagnerà per tutta la vita. Di sera non riuscendo a prendere sonno studia, scrive e legge direttamente a letto. Inizia la carriera universitaria con la libera docenza presso l’Università di Camerino, ma nel 1935, a soli 27 anni, vince il concorso per professore universitario ordinario e va ad insegnare all’Università di Messina dove resta sino al 1940. Con lo scoppio della guerra Leone prende le stellette come magistrato presso il Tribunale militare di Napoli con il grado di tenente colonnello. All’indomani dell’8 settembre, prevedendo l’occupazione tedesca della città di Napoli, emana un immediato ordine di liberazione di tutti i detenuti politici richiusi nel carcere di Poggioreale evitando che possano finire nelle mani germaniche e di fatto salvando a circa 50 prigionieri politici la vita. La rapida sollevazione popolare consentià a Leone di evitare conseguenza al coraggioso gesto. Alla fine della guerra il padre Mauro convince il figlio a guardarsi intorno, avvicinandosi ormai la soglia dei 40 anni, ed a cercare moglie. L’invito naturale è rivolto a guardare a donne, figlie di buona famiglia, della Terra di Lavoro e così dopo aver casualmente conosciuto una bellissima ragazza di Caserta, figlia di un medico che vanta come ascendente un botanico inglese che aveva sistemato, sotto Carlo III, il giardino della Reggia di Caserta, Giovanni Leone, avvocato già affermato a livello nazionale e professore ordinario di procedura penale, inizia a corteggiare una giovane ragazza, Vittoria Michitto, di immenso fascino, ma di circa vent’anni più giovane. Nel 1946 convolerà a nozze quando ancora la bella Vittoria è minorenne. Insieme al padre, che già durante il fascismo era stato tra i fondatori del Partito Popolare in Campania, alla fine delle ostilità belliche aderisce alla Democrazia Cristiana che contribuisce a fondare in Campania dalle ceneri del PPI.

Il successo professionale e politico.

Nell’impresa politica di far nascere il nuovo partito dei cattolici in Campania la famiglia Leone aderisce con tutti gli effettivi: oltre al padre Mauro, inizia la militanza in casa DC anche Carlo Leone registrato alla nascita come nato a Pomigliano d’Arco, che è il fratello minore di Giovanni, dopo lunghi anni da consigliere comunale a Napoli arriverà a ricoprire la carica di Presidente della Regione Campania proprio quando furono istituite le regioni, nel 1970. Giovanni Leone, già studioso di fama nazionale, è eletto all’assemblea costituente nel 1946. Ha già pubblicato numerosi testi tra i quali, oltre al reato aberrante, anche il fondamentale testo sul reato “abituale, continuato e permanente”. Nel 1942 era stato chiamato a scrivere la parte penale del codice della navigazione, ancora oggi in vigore. Per meriti scientifici è inserito nel comitato dei 75 ovvero quel gruppo di eletti che hanno titoli accademici per poter scrivere la carta costituzionale. Leone scrive la parte della costituzione che riguarda l’ordinamento giudiziario e la magistratura e si batte per evitare l’abrogazione del codice penale scritto, negli anni 30, da Arturo Rocco, un giurista fascista che ha ispirato un codice penale rivoluzionario. I reati sono elencati secondo il bene giuridico tutelato e la prima parte contiene i principi generali, mentre la seconda parte l’elenco dei reati. Ancora oggi il codice Rocco è in vigore ed anzi, mai alcuno ha osato mettere in discussione il codice che semmai ha subito aggiornamenti delle singole fattispecie, senza mai minare l’impianto sistematico improntato alla tutela dei beni giuridici. Notato da De Gasperi per il rigore scientifico e la semplicità di mettere su carta complessi concetti giuridici, Giovanni Leone è individuato dal politico trentino come possibile ministro. Leone è costretto a chiamare più volte Andreotti, all’epoca giovanissimo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di De Gasperi, per chiedere di essere esonerato da incarichi governativi. Ritiene che le cariche di governo possano essere incompatibili con la professione forense che, invece, egli ritiene di dover esercitare come principale attività insieme all’insegnamento universitario, la politica viene dopo. Eletto nel collegio elettorale di Napoli e Caserta con grande consenso popolare proprio per il rifiuto ad assumere incarichi di governo, Giovanni Leone sviluppa una carriera politica del tutto particolare rispetto agli altri leaders democristiani. Piuttosto che un democristiano sembra appartenere alla vecchia classe politica liberale dell’epoca giolittiana. Dimostra di essere un notabile e come tale si comporta con i propri elettori. Tra questi i grandi elettori sono i clienti dello studio legale spesso trattati economicamente con favore. Non disdegna di seguire le controversie giudiziarie deglii elettori del vastissimo collegio elettorale di Napoli e Caserta ed è spesso testimone di nozze dei propri elettori. Così arriva in uno sperduto paese di provincia, Sparanise, per essere testimone di nozze di un lontano cugino che ovviamente è un grande elettore quando è già Presidente della Camera dei deputati. A De Gasperi aveva opposto il rifiuto a ricoprire cariche di governo per poter svolgere la professione di avvocato, ma aveva accettato la carica di vicepresidente della Camera dei Deputati. Quando Gronchi, che occupava la presidenza dell’assemblea, è eletto Presidente della Repubblica è naturale che a succedergli sia proprio Leone che occuperà la terza carica dello Stato dal 1955 al 1963. L’interpretazione del ruolo di notabile seppure fuori moda e fuori tempo comportarono anche dei vantaggi a Leone. Può richiamarsi maggiormente, anche nei testi giuridici, ai principi liberali, posti a base degli articoli della costituzione scritti da Leone. Un aspetto di notevole positività per l’evoluzione del diritto penale italiano che diversamente rischiava di essere travolto dall’ondata clericale connessa alla prevalenza della dottrina sociale della Chiesa anche nel diritto. L’aspetto forse più rilevante riguardava la militanza nel partito della Democrazia Cristiana. Avendo scelto il collegio di Napoli- Caserta, Leone si confrontava con i due schieramenti prevalenti. Quello interno democristiano egemonizzato da Silvio e poi dal figlio Antonio Gava, di stretta osservanza dorotea e quello esterno e peculiare di Napoli dove prevaleva la figura del monarchico Achille Lauro. Aveva rapporti di cordialità con entrambi, ma non sosteneva nessuno dei due. Ai congressi democristiani Leone si limitava a garantirsi una personale presenza nei congressi regionali puntando ad un buon compromesso con Gava, mentre a livello locale non provò mai seriamente ad infastidire il comandante Lauro che era sostanzialmente il padrone indiscusso della politica di Napoli città di cui era sindaco. Lauro era anche presidente e padrone del Napoli calcio di cui Leone era accesso tifoso e quando poteva andava a sostenere allo stadio. La conseguenza fu che Leone non era organico a nessuna corrente della Democrazia Cristiana, era un libero battitore all’interno della balena bianca, esprimeva idee autonome e personali. Al referendum per la Repubblica si dichiarò apertamente monarchico, mentre De Gasperi era repubblicano. Non nascondeva le proprie idee liberali circa l’interpretazione del diritto ed era effettivamente lontano dalle gerarchie ecclesiastiche. Non andava a messa con la frequenza di De Gasperi e di tutti i leaders democristiani, ma solo alle feste comandate. Aveva un solo grande amico tra i prelati, monsignor Felice Pirozzi: un vescovo di Pomigliano d’Arco che aveva intrapreso la carriera diplomatica come nunzio apostolico prima in Africa e poi in Venezuela. Pirozzi aveva anche contribuito ai lavori del Concilio Vaticano II distinguendosi per la rigorosa preparazione. Quando morì Pirozzi il 25 luglio 1975, Giovanni Leone era già Presidente della Repubblica e volle partecipare ai funerali dell’amico vescovo. Leone inoltre fu un acceso sostenitore del culto della Madonna di Pompei soprattutto quando il figlio primogenito Mauro fu colpito da poliomelite. Il professore si recò al Santuario vesuviano mariano e chiese la grazia per il figlio impegnandosi ad un pellegrinaggio a piedi in caso di accoglimento della supplica. Quando effettivamente il piccolo Mauro si salvò, pur con esiti invalidanti, Giovanni Leone non esitò ad effettuare il pellegrinaggio a piedi da Pomigliano d’Arco sino a Pompei. Successivamente anche libri giuridici furono dedicati alla “beata vergine di Pompei”. Da buon notabile riuscì a portare nella natia Pomigliano d’Arco le più importanti industrie nazionali compresa la FIAT che proprio nel paese vicino Nola installò il più importante insediamento produttivo del mezzogiorno durante gli anni della ricostruzione, industria tutt’ora in funzione. Per costruire la fabbrica di automobili la Fiat espropriò anche un appezzamento di terreno di un lontano parente di Leone. Il professore lo tranquillizzò facendolo trasferire in un terreno in affitto del casertano e patrocinandogli la causa per il riscatto agricolo. Ben presto si scocciò anche di Napoli e della relativa Università dove era stato professore di procedura penale dal 1948 al 1956 per trasferirsi a Roma dove comprò anche una villa sulla via Cassia. Nel 1963 si lascerà tentare dal brivido di assumere l’incarico di governo più prestigioso, nonostante avesse sempre rifiutato incarichi ministeriali, diviene Presidente del Consiglio. L’incarico è però a termine. Viene conferito a Leone che è ancora Presidente della Camera con lo specifico incarico di traghettare il governo verso un esecutivo più ambizioso da affidare ad uno dei cavalli di razza di casa DC facendo maturare i tempi e stemperare le tensioni. Il periodo è quello estivo e per questo il governo è battezzato come “governo balneare” ed arriverà appena all’autunno del 1963 per essere rimpiazzato da un governo Moro. Un secondo governo balneare sarà varato da Leone nel giugno del 1968 per essere poi sostituito da un governo Rumor, di chiara matrice dorotea. Tra i due governi di “tregua”, come erano anche definiti con significato positivo i governi “balneari”, nel 1967 a Leone arrivò anche una gradita sorpresa. Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat lo nominò senatore a vita per riconosciuti meriti “scientifici e sociali”, la nomina premiava quindi anche la carriera accademica e forense oltre alla carriera politica che in fondo aveva visto, fino a quel momento, unicamente la Presidenza della Camera ed il breve governo balneare. Quando venne eletto senatore a vita Leone aveva appena 59 anni e sarà il più giovane senatore a vita mai nominato nella storia della Repubblica. Alle elezioni per la Presidenza della Repubblica del 1962 si era già fatta strada la possibilità di eleggere Leone, all’epoca appena 54 enne, in alternativa al capo doroteo Antonio Segni, poi effettivamente eletto. Anche nel 1964 Leone era il candidato di bandiera della DC prima che Fanfani pensasse bene di proporre il proprio nome, anche contro la maggioranza dorotea della DC. Il risultato delle divisioni in casa democristiana furono l’affermazione del primo Presidente della Repubblica di origine socialista, Giuseppe Saragat.

Il Quirinale.

Nel 1971 invece Leone era assolutamente estraneo alla contesa. In casa democristiana si rivendicava la Presidenza dopo la parentesi di origine socialista. Fanfani aveva convinto Moro a sostenere la propria candidatura e per questo il politico di Arezzo sembrava effettivamente poter trionfare. Anche in questo caso entrarono in azione i franchi tiratori democristiani, forse ispirati da Moro da sempre ostile al politico toscano e Fanfani comprese che anche questa volta la scalata al colle più alto non sarebbe arrivata alla vetta. I socialisti pensarono di poter eleggere Nenni anche con i voti dei comunisti, mentre la figura di Ugo La Malfa iniziava ad incontrare il sostegno democristiano, ma l’interessato non voleva l’appoggio della sola Dc pensando di non conseguire i voti, decisivi, degli altri partiti. Si arrivò così nuovamente, come per l’elezione di Saragat, a superare le 20 votazioni. Una nuova situazione di impasse. Forlani che era segretario della DC, indicato a tale carica da Fanfani, dopo il ritiro della candidatura di Fanfani convocò i grandi elettori democristiani con l’obbiettivo di scegliere, in casa, un candidato mediante votazioni segrete all’esito delle quali la scheda sarebbe stata bruciata per evitare che venisse individuato l’autore del voto. Furono votati tutti i possibili notabili democristiani, Moro, Rumor, Taviani, Leone, Scelba, ma con somma sorpresa lo scrutinio segreto portò ad un ballottaggio tra Giovanni Leone ed Aldo Moro, circostanza quest’ultima che fece andare su tutte le furie Fanfani, che in quella occasione comprese che ad armare la mano dei franchi tiratori era stato lo stesso antagonista “cavallo di razza” che evidentemente affossando la candidatura di Fanfani sperava di ottenere che qualcuno lanciasse la sua di candidatura. Per questo Fanfani sostenne nel ballottaggio Leone che superò l’ex allievo Moro di soli 8 voti sostenuto anche dall’ala centrista del partito facente capo alla corrente Primavera che si richiamava direttamente all’esperienza politica di De Gasperi ed aveva come capi Andreotti, Scelba ed Oscar Luigi Scalfaro. Moro era stato allievo, e precisamente assistente universitario di Leone quando il professore aveva ottenuto anche la cattedra di procedura penale presso l’Università di Bari. Ufficializzata la candidatura di Leone, uscito vincitore dal ballottaggio democristiano, al primo scrutinio utile il professore non riuscì ugualmente a superare il quorum necessario per l’elezione per un solo voto. Altri franchi tiratori? Probabile, ma nel pomeriggio una nuova votazione, imposta rapidamente dal fatto che ormai si era arrivati al 23 mo scrutinio, dette esito positivo. Giovanni Leone il 24 dicembre, alla vigilia di Natale, fu eletto con 518 voti su 1008 aventi diritto. La maggioranza assoluta era di 505 voti, ma Leone ne prese 13 in più, erano voti, pochi, provenienti dalle fila dei missini e dei monarchici. La cosa fu anche contestata al nuovo Presidente accusato di aver chiesto i voti ai missini, ancora nel 1971, considerati poco più che una formazione neofascista. Leone invece affermò che si era trattato di un voto non richiesto. Gli ultimi due scrutini erano stati seguiti dal candidato nello studio di Palazzo Giustiniani, dedicato ai senatori a vita, a far compagnia a Leone il figlio ultimogenito, Giancarlo, all’epoca 15 enne che su di un foglio di carta annotava le preferenze raccolte dal padre. La famiglia Leone in quel periodo doveva partire per le vacanze natalizie nella consueta meta di Roccaraso, dove possedeva una casa. Il professore aveva però avvertito che il soggiorno poteva subire una variazione vista la candidatura ufficiale del partito a Presidente della Repubblica. Prudentemente Leone aveva già fatto preparare i bagagli per Roccaraso e quando la prima seduta non era andata a segno per un solo voto la via delle vacanze invernali sembrava spalancarsi. Invece nel pomeriggio della vigilia di Natale arrivò l’elezione ed arrivò subito anche la visita di Taviani, che era ministro degli interni, ed impose alla famiglia Leone l’immediato trasloco al Quirinale per motivi di sicurezza, erano già scoppiate le prime bombe ed iniziava ad avvertirsi una stagione di forti tensioni.

Il settennato.

La prima bomba era scoppiata a Milano, a piazza Fontana, all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura ed aveva causato 17 morti ed 88 feriti. Era il 12 dicembre 1969. Seguirono bombe a Gioia Tauro che provocarono il deragliamento di un treno. A Brescia, in piazza della Loggia, una bomba uccise otto persone, mentre un’altra bomba posizionata sul treno Italicus provocò dodici morti ed era il 4 agosto 1974. In quello stesso anno prepotentemente fecero la loro comparsa, sulla scena dell’eversione, le brigate rosse che sequestrarono e poi liberarono, senza contropartite, il giudice Mario Sossi. All’inizio le bombe, nonostante i morti, provocarono maggiori problemi politici che una reale reazione dello Stato. In effetti si era visto, alle elezioni, che probabilmente la gente, spaventata dagli attacchi indiscriminati ed apparentemente immotivati, andava a votare per la DC e per le formazioni di destra. Il MSI nel 1972 raddoppiò i consensi ed il numero dei deputati. Da sinistra molti insinuarono che a seminare le bombe erano i servizi segreti, che da allora iniziarono ad essere chiamati deviati, che lo facevano per favorire il principale partito di governo che, quindi, era il mandante. Le insinuazioni poi erano condite da campagne scandalistiche che, sul finire degli anni 60, avevano addirittura insinuato che un Presidente della Repubblica, il democristiano Segni, avesse tramato un colpo di Stato. La notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 si parlò di un vero e proprio colpo di Stato con militari pronti a prendere il potere con la forza. Al vertice dell’operazione sarebbe stato Junio Valerio Borghese che era un veterano della X Mas oltre che fascista della RSI ed acceso estremista di destra. Anche in questo caso una certa stampa ipotizzò che si fosse trattato di un golpe farsa organizzato per consentire alla Democrazia Cristiana l’adozione di leggi eccezionali. Iniziava insomma a crearsi un clima di aperta ostilità nei confronti del principale partito di governo e questo a dispetto del consenso elettorale che nelle elezioni del 1972 e del 1976 vedevano il partito stabile al 38 per cento dei consensi. Il 1972 fu anche la prima volta che il Presidente della Repubblica sciolse le camere anticipatamente a causa della situazione di stallo creatasi. La situazione interna oltre che per i problemi di ordine pubblico e per la minaccia di colpi di Stato era ulteriormente aggravata dalla crisi economica acuita dalle conseguenze della guerra arabo-palestinese ripresa per l’attacco dell’Egitto ad Israele e la decisione da parte dei paesi arabi a sostegno dell’Egitto di bloccare le forniture di petrolio verso l’occidente, considerato storico alleato di Israele. Il blocco causò una forte contrazione dell’offerta di petrolio ed il governo, presieduto da Mariano Rumor, proclamò il blocco della circolazione delle autovetture di domenica, la fine anticipata dei programmi televisivi e l’abbassamento dell’illuminazione pubblica nelle strade. Tutto lasciava presagire tempi ancora peggiori ed infatti le previsioni furono confermate dai fatti. Dopo il sequestro Sossi le brigate rosse portarono, come avevano promesso, l’attacco al cuore dello Stato. Iniziarono le uccisioni di politici, quasi esclusivamente democristiani, magistrati, avvocati, forze dell’ordine sino ad arrivare alla clamorosa azione da commando di via Fani con il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione di 5 agenti della scorta. Seguirono 55 giorni di angosce e tensioni, conditi da lettere inviate dal prigioniero a tutti i principali politici nazionali e non solo, falsi comunicati, soffiate ed intrecci spionistici di dimensioni enormi. Il paese parve sull’orlo del tracollo. I sette anni di presidenza di Leone furono gli anni peggiori della storia repubblicana, la notte della Repubblica come fu definita da Sergio Zavoli o gli anni di piombo come scrisse Indro Montanelli. Leone conferì l’incarico di premier a soli tre politici, tutti democristiani, Andreotti (incaricato 4 volte), Aldo Moro (incaricato due volte), Mariano Rumor (incaricato due volte), Emilio Colombo era il presidente in carica quando fu eletto Leone e fu reincaricato per respingere le dimissioni di cortesia presentante all’indomani del rinnovo della massima carica. Tra i tre di gran lunga il preferito da Leone era Andreotti. Del politico romano il professore apprezzava la praticità ed anche la grande competenza in materia di politica estera oltre all’estrazione politica pura ed alla posizione centrista, a tratti conservatrice, incarnata da Andreotti all’interno della DC dove si era caratterizzato come erede diretto di De Gasperi al punto da organizzare insieme con Scelba una corrente che avesse come richiamo l’insegnamento del politico trentino. Una corrente che con De Gasperi in vita era maggioritaria all’interno nel partito, ma che era poi stata soppiantata, all’interno del partito, dalla sinistra democristiana in origine dominata dal mistico Dossetti e da Gronchi e poi da Fanfani sino alla scissione del convento di Santa Dorotea. Sul fronte dell’eversione interna bisogna sottolineare che a differenza dei predecessori Giovanni Leone era assolutamente sprovvisto di pratiche di governo, i due governi balneari erano programmaticamente a termine. Non aveva grosse conoscenze dell’organizzazione dei servizi di sicurezza e neppure aveva grosse aspirazioni sul fronte estero. Nelle materie dove era impreparato si affidava ciecamente al governo, senza alcuna interferenza. Voleva invece che fossero ascoltate le indicazioni presidenziali quando si trattava di nominare il ministro di Grazia e Giustizia. Nel settennato 1971-1978 tutti i ministri di Grazia e Giustizia, come si chiamava all’epoca l’odierno ministero della Giustizia, erano giuristi di fama nazionale, professori universitari. Paolo Bonifacio che fu ministro con Andreotti nel 1976 era stato Presidente della Corte Costituzionale oltre che professore di diritto costituzionale ed era stato allievo di Leone all’università di Napoli. Nell'aprile 1975 il presidente della Fiat, Gianni Agnelli, esasperato dall’evoluzione negativa che l’eversione brigatista stava assumendo con attentanti ai danni dei dirigenti delle fabbriche di automobili della FIAT ottenne di incontrare il Presidente della Repubblica al quale chiese di intervenire per ripristinare la governabilità del paese e delle fabbriche, altrimenti la Fiat sarebbe stata costretta a trasferire all'estero le proprie attività. Leone, che sapeva benissimo cosa significava uno stabilimento FIAT presente nella natia Pomigliano, si impegnò a fare la sua parte. Incontrò il Presidente del consiglio Moro, riunì il consiglio supremo della difesa e molti ministri. Leone avrebbe voluto inviare un messaggio alle Camere di netto contenuto politico ma, appunto per questo, Moro si oppose. La costituzione riconosce la possibilità da parte del Presidente della Repubblica di inviare messaggi alle Camere, ma impedisce che essi abbiano contenuto direttamente politico obbiettò Moro. Leone dribblò l'opposizione di Moro, rilasciando al Corriere della Sera del 28 agosto 1975 una clamorosa intervista che venne pubblicata in prima pagina con titolo a otto colonne: “Leone afferma che non può rassegnarsi a tacere di fronte ai pericoli che insidiano la Repubblica”. Nell'intervista il Presidente della Repubblica lanciava un durissimo attacco agli scioperi, chiedendone la regolamentazione attraverso l'attuazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione. Altre critiche di Leone furono per le "eccessive" rivendicazioni salariali, per la "piaga" dell'assenteismo e l'inefficienza dello Stato; troppi ponti, troppe festività; la bassa produttività del lavoro spingeva molti imprenditori a dirottare i loro investimenti all'estero. Nell'intervista presidenziale era contenuto un velato messaggio nei confronti di Aldo Moro il quale, pur avendo "profonda intelligenza politica", non sarebbe riuscito a rendere efficace l'azione dell'esecutivo a causa dell'ingovernabilità e delle ripicche tra ministri. L'intervista suscitò reazioni allarmate, i deputati del Psi Mancini e Caldoro dichiararono che qualora Leone avesse ripetuto gli stessi contenuti anche nel messaggio alle Camere che stava preparando, ciò avrebbe richiesto il rinvio del presidente all'Alta corte per attentato alla Costituzione. Il messaggio alle Camere verrà inviato nell'ottobre successivo, avrà contenuti molto sfumati e porterà anche la firma di Aldo Moro. Moro invece aveva ribaltato la questione della strategia della tensione con le bombe ed aveva inaugurato la “strategia dell’attenzione”, era l’attenzione verso il PCI che, attraverso il segretario Berlinguer, proponeva il compromesso storico. L’operazione che vedeva un’alleanza politica tra i due maggiori partiti di massa, almeno nella prima fase, doveva nelle intenzioni dei proponenti essere la soluzione per risolvere i problemi che affliggevano il paese e che erano stati denunciati così fortemente da Leone. Nell’operazione politica Moro intese coinvolgere Andreotti, che abbiamo visto essere tra i preferiti del Presidente della Repubblica e solo per motivazioni politiche. Decenni dopo lo stesso Andreotti svelerà che l’operazione politica, molto complessa ed ambiziosa, aveva ottenuto l’avallo americano a condizione che il partito comunista avesse prenso le distanze da Mosca anche a costo di una inevitabile scissione con l’ala dura e pura del partito. La prima visita, con visto approvato, di un dirigente comunista negli USA, preparata da anni dallo stesso Andreotti, avvenne proprio quando ormai era in corso il sequestro di Aldo Moro, ed a prendere l’aereo per gli States fu Giorgio Napolitano che, non è un caso, fu il primo post comunista ad arrivare al Quirinale. Sicuramente anche Leone era stato informato dell’operazione politica in corso che per altro prevedeva tempi lunghi con un graduale inserimento del PCI nel governo passando dapprima attraverso l’astensione e poi direttamente con responsabilità di governo. Leone si fidava di Andreotti e probabilmente credette che effettivamente la scossa invocata dalle colonne del Corriere della Sera potesse essere quella del governo di solidarietà nazionale. Ad interrompere ogni ulteriore evoluzione del progetto arrivò il piombo brigatista con il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Si comprese che il gesto, attuato con perizia militare, non poteva essere frutto di una banda di giovani scappati di casa, ma aveva menti raffinate e sicuramente aveva l’obbiettivo di minare, sul nascere, l’accordo DC-PCI. Leone durante il sequestro del giudice Sossi, si era attenuto rigorosamente alla linea della fermezza dichiarata dal governo, senza fare concessioni neppure alla moglie del rapito che invocava un intervento negoziatore. In quel caso fu la magistratura stessa a “trattare” con i brigatisti emettendo un incredibile provvedimento di rilascio dei terroristi condannati all’ergastolo proprio per effetto dell’azione giudiziaria di Sossi. Nella vicenda di Moro, invece, Giovanni Leone prese l’iniziativa diretta di graziare la terrorista Paola Besuschio, fintamente malata (ancora oggi è in vita e gode di ottima salute), d’accordo con il ministro Bonifacio e con Giuliano Vassalli giurista socialista, amico e collega di Leone. Serviva la presentazione della domanda da parte dell’interessata e per questo fu mandato un carabiniere all’ospedale dove era detenuta per via della condizioni di salute, che come abbiamo detto non erano gravi. La ragazza, condannata perché intestataria di immobili poi utilizzati come covi brigatisti, era una concittadina (di Trento) ed amica della moglie di Curcio, il fondatore delle BR, Mara Cagol. La Cagol era rimasta uccisa in una sparatoria con i carabinieri che nel conflitto a fuoco avevano perso un militare, ma erano riusciti a liberare un ostaggio, l’imprenditore dello spumante Gangia. La Besuschio, pure indicata dai terroristi come una delle tredici persone per le quali i terroristi erano disposti a scambiare la vita di Moro, non volle firmare la domanda di grazia. Leone allora fece sapere pubblicamente di avere “la penna pronta” per la grazia dando a capire ai brigatisti che serviva ancora qualche giorno ed ormai si era deciso a graziare, anche senza domanda, la donna al fine di uscire dalla situazione di stallo in cui era finito il sequestro Moro con la speranza che la mossa avrebbe poi messo in difficoltà i brigatisti. Fatta la scelta della grazia chiese, riservatamente, protezione politica al gesto e convocò Fanfani, che pure era lo storico “cavallo di razza” avversario di Moro, anzi, la vittima preferita di Moro: disarcionato per opera del politico pugliese dalla carica di segretario della DC, presidente del consiglio ed impallinato due volte nella corsa al Quirinale. Fu Leone a convincere Fanfani a predisporre la dichiarazione, che cercavano i brigatisti, di riconoscimento politico dei brigatisti, mentre i socialisti pure allertati da Leone attraverso Vassalli si prepararono a sostenere l’atto di grazia unilaterale ormai preparato da Leone che tecnicamente aveva escogitato fosse formalmente richiesta dal ministro Bonifacio. L’operazione Leone per salvare Moro fu interrotta proprio nel giorno in cui stava per concretizzarsi con l’uccisione del prigioniero proprio quando sembrava che le cose stessero evolvendo positivamente. Dalla prigionia Moro scrisse lettere infuocate a tutti i politici, Presidenti delle Camere compresi, arrivò a scrivere anche al segretario generale dell’ONU, ma mai scrisse un solo rigo rivolto a Leone. L’epilogo drammatico e forse scontato della vicenda Moro segnò terribilmente la politica ed in particolare la Democrazia Cristiana, non in grado di affrontare lucidamente quello che accadeva in quel tragico 1978.

Dimissioni e riabilitazione.

In questo clima arroventato ripresero vigore, dopo l’uccisione di Moro, ingiustificati attacchi di stampa contro Leone. Dal gruppo editoriale dell’Espresso-Repubblica fiorirono articoli offensivi di ogni genere contro il Presidente. Le diffamazioni furono condensate in un pamphlet scritto da una giornalista dell’Espresso, Camilla Cederna. La giornalista poi condannata in via definitiva per le diffamazioni nei confronti dei figli di Leone, il Presidente non potè proporre querela per via dello status presidenziale, mentre il governo non autorizzò la procedura per oltraggio al capo dello Stato, si segnalò successivamente anche per la vicenda di Enzo Tortora. Quando il presentatore fu arrestato la donna si schierò apertamente per la colpevolezza di quell’uomo che “non mi è mai piaciuto” e sarà sicuramente colpevole. Contro Leone la Cederna dette forma ad una lunga serie di ingiurie già pubblicate da Mino Pecorelli su OP, la rivista scandalistica spesso imbeccata dai servizi segreti nazionali. Si insinuava che la bella moglie Vittoria avesse numerosi amanti oppure che Leone avesse un cane barboncino in casa, circostanza vera, a cui avesse dato il nome di Aldo Moro, quando invece era chiamato Moro, il cane, per via del pelo scuro. La vicenda veniva diffusa proprio all’indomani della morte di Aldo Moro. Una lunga serie di insulti dalla prima all’ultima pagina. Quando Leone si accorse che il suo stesso partito lo aveva mollato, non gli consentiva di difendersi e non procedeva per oltraggio al Presidente della Repubblica contro la Cederna, con sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale si decise a dare le dimissioni. Il messaggio trasmesso alla televisione, evocava i servizi segreti, ma soprattutto sottolineava la probità e l’onesta dell’operato del Presidente. Affermò di aver avuto solo dispiaceri ed amarezze durante gli anni di Presidente e con le lacrime agli occhi salutava gli italiani. Era il 15 giugno del 1978. Oltre alla campagna scandalista della stampa del gruppo l’Espresso il politico più acceso nei confronti di Leone fu Marco Pannella. A dispetto dell’impronta liberale e dell’esasperato garantismo che poi caratterizzò l’intera vita politica del leader radicale Marco Pannella aveva sedimentato un vero e proprio conflitto personale con Leone. L’antefatto era stata la mancata disponibilità a ricevere Pannella in occasione della campagna referendaria per il divorzio del 1974. Pannella voleva essere ricevuto dal Presidente della Repubblica per lamentare un trattamento negativo da parte della TV di Stato, ma Leone non volle riceverlo. Non fu per capriccio, ma per una precisa regola di principio. Un principio per altro di stampo liberale, quella stessa scuola liberale dalla quale proveniva anche Pannella. Il principio era il seguente. Il Presidente della Repubblica trattavo allo stesso modo tutti i cittadini italiani, a prescindere dalla loro notorietà. Non riceveva in forma ufficiale alcun cittadino privato, ma solo i segretari dei partiti rappresentati in parlamento. Pannella, in quel momento, non era parlamentare e non era segretario di partito, ma solo un attivista, seppure di rilievo, del movimento divorzista. Spiegava Leone che se avesse ricevuto Pannella avrebbe dovuto ricevere tutti i cittadini che ne avessero fatto richiesta. Pannella per protesta dovuta alla mancata udienza iniziò uno dei primi scioperi della fame della carriera. Forse perché si trattava di uno dei primi scioperi della fame, dopo qualche settimana, il politico abruzzese perse venti chili quasi all’improvviso al punto che fu costretto al ricovero in ospedale, ma nonostante il malore non desisteva dallo sciopero sino a quando Leone non lo avesse ricevuto. Furono necessarie numerose sollecitazione ed un appello firmato da 800 personalità per convincere Leone ad assecondare il desiderata di Pannella. Alla fine il professore trovò lo stratagemma giusto per aprire le porte del Quirinale a Marco Pannella, sarebbe stato invitato come portavoce del movimento referendario divorzista, appena gli uffici della Presidenza della Repubblica diffusero la notizia il leader radicale si affrettò a prenotare un tavolo per cena in un’osteria di Trastevere. La vicenda evidentemente creò malessere in Pannella che già, poco prima del sequestro Moro, aveva dichiarato direttamente in parlamento che il percettore delle tangenti per la vicenda della Lockheed, che abbiamo già descritto nel capitolo dedicato a Saragat, doveva ricercarsi direttamente nella figura di Giovanni Leone. Una calunnia bella e buona dal momento che, come abbiamo visto, Leone non aveva mai ricoperto incarichi di governo ed il Presidente della Repubblica non aveva alcun potere in ordine all’acquisto di forniture militari. Dopo venti anni, nel 1998, Giovanni Leone, ancora in vita, fu riabilitato pubblicamente dallo stesso Pannella che andò a recapitare insieme ad Emma Bonino all’ormai anziano ex Presidente della Repubblica una pubblica lettera di scuse nella quale il politico abruzzese confessava di averlo accusato ingiustamente e pubblicamente ne tesseva le lodi. Meglio tardi che mai ed alla fine il settennato di Giovanni Leone può dirsi essere stato condotto con assoluto rigore istituzionale, perfetto nello stile e nella forma costituzionale. Migliore rispetto a tanti altri. Sicuramente Leone portò al Quirinale i tratti salienti del carattere di un tipico napoletano. Superstizioso e pronto alla battura, ironico e dissacrante. Ad un corteo di contestatori che lo accoglievano a Pisa al grido “devi morire” Leone rispose innalzandosi sul bretellino della automobile ed mostrando le corna nel classico gesto di alzare il pugno con l’indice ed il mignolo alazati, una scena immortalata da una foto finì sui rotocalchi ed il Presidente rivendicò il diritto a poter effettuare il gesto in omaggio alla superstizione partenopea, anzi, a sostengo Leone invocava proprio il filosofo di Napoli, Benedetto Croce, che a proposito della jella aveva affermato :”Non è vero, ma ci credo”. Durante il periodo di Presidente della Camera non chiamava mai per nome un deputato siciliano che Leone riteneva essere un menagramo, per evitare di pronunciarne il nome lo sbagliava appositamente. Un giorno che il parlamentare stava avendo una condotta da richiamò Leone richiamò tutto la camera :”fate parlare l’onorevole che altrimenti saranno gravi conseguenze per tutti”. Un dato di fatto è che Leone ebbe una lunga vita, senza problemi di salute, ed arrivò alla veneranda età di 93 anni in perfetta lucidità. Anche dopo la fine del settennato continuò ad interessarsi di diritto ed in particolare della procedura penale. Il Manuale di Procedura Penale, che divenne negli anni sessanta e settanta, il libro adottato da tutte le università d’Italia arrivò alla ventesima edizione di cui l’ultima nel 1985. Non fu un barone universitario ed infatti nessuno dei figli divenne professore universitario. Nel 1989 entrò in vigore il nuovo codice di procedura penale di fatto scritto da Giuliano Vassalli. Leone lo commentò criticamente già nel 1990 con un saggio scientifico nel quale preannunciava con lucidità quello che sarebbe poi accaduto. Scriveva Leone, nel 1990, che il nuovo codice di procedura penale avrebbe portato, contrariamente agli stessi intendimenti del legislatore, ad uno sbilanciamento della figura del PM rispetto al ruolo dell’avvocato difensore. Squilibrio dovuto alla differenza di mezzi e risorse tra il PM e la difesa che avrebbe finito per accrescere, a dismisura, il potere dell’intera magistratura non essendo ipotizzabile, con l’attuale carta costituzionale, uno sdoppiamento delle carriere. Leggendo oggi il saggio di Leone, del 1990, sui pericoli contenuti nel nuovo codice di procedura penale che introduceva il rito accusatorio, si vede che tutto quanto previsto dal professore di Pomigliano d’Arco si è poi puntualmente avverato.

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