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i diari dal carcere di Gianni Alemanno.

27-01-2026 15:17 - Diritto
Da diverso tempo, nel rispetto delle normative, Gianni Alemanno pubblica sui suoi canali social un diario dal carcere.

È recluso a Rebibbia per scontare una condanna a un anno e dieci mesi per traffico d'influenze, giunta dopo un lungo iter giudiziario che lo vedeva inizialmente accusato di delitti ben più gravi; capi d'imputazione che in appello avevano portato a una condanna a sei anni, ma che non hanno retto il vaglio della Cassazione.


Affidato ai servizi sociali, Alemanno è finito in cella perché, secondo la magistratura di sorveglianza, non avrebbe rispettato le prescrizioni imposte.

Non ho mai conosciuto Alemanno. La mia militanza politica, vissuta nelle fila della Democrazia Cristiana alla fine degli anni '90, ha seguito un percorso diverso. In seguito, la professione forense mi ha allontanato dalla politica attiva, che oggi resta solo una passione senza impegni formali.


Ho conosciuto però molti che hanno visto in Alemanno un maestro. Anche qui, in Terra di Lavoro, l'ex sindaco di Roma ed ex Ministro dell'Agricoltura ha avuto i suoi riferimenti: persone che quando lui era al potere sono state assunte al Comune o al Ministero. Assunzioni per merito, si intende; magari non proprio i “cinquanta concorsi, novanta domande e duecento ricorsi” di De André, ma legittime fino a prova contraria.

Eppure, è proprio nella lettura dei suoi "diari dal carcere" che Alemanno incontra per la prima volta il mio completo favore.

Egli racconta dei deboli, dei “poveri cristi” vittime della macchina della Giustizia.


Racconta di chi non ha tutele; di chi ha diritti, ma non è messo in condizione di esercitarli. Parla di coloro contro i quali la Giustizia si accanisce, impietosa. Per loro il processo non è mediatico: dura al massimo cinque minuti e spesso è affidato a un difensore d'ufficio che, pur mettendoci tutta la buona volontà, resta impotente. È difficile difendere un imputato senza conoscere gli atti e senza avergli mai parlato. Il difensore d'ufficio viene spesso guardato con sufficienza dagli altri protagonisti dell'aula; se non presta il consenso all'acquisizione degli atti d'indagine, viene talvolta accusato di intralciare tempi già biblici, tra processi da smaltire, testimoni lontani e colleghi con impegni più "urgenti" o clienti più "importanti".

Alemanno racconta l'umanità che condivide la sua stessa cella. Vive con persone che scontano sei mesi perché, a differenza sua, non hanno avuto i mezzi per accedere ai benefici alternativi al carcere. Senza risorse e senza un avvocato che presenti un'istanza, nulla è automatico.


Scrive di detenuti che restano in cella oltre il dovuto perché la liberazione anticipata – che pure spetterebbe di diritto per buona condotta – non arriva per tempo. E se non arriva, serve un avvocato che vada fisicamente al Tribunale di Sorveglianza a sollecitare.

Il suo diario è lo specchio fedele della vita da carcerato. Non è il carcere delle fiction, quello dei boss che comandano tra le sbarre, ma la normalità di un istituto di pena italiano. Nel 2025 si contavano sul territorio nazionale 63.868 detenuti a fronte di una capienza di soli 46.128 posti. Non ho ancora letto nei suoi scritti una richiesta esplicita di indulto o amnistia, eppure la necessità di un provvedimento di clemenza traspare da ogni sua riga.


In un sistema dove il meccanismo sembra tarato solo per chi ha risorse per difendersi, la clemenza serve a riequilibrare la bilancia verso i più deboli e a riparare errori e superficialità, invitabili con queste norme.


Siamo alla vigilia di un referendum sulla Giustizia che però riguarda altro, non questi drammi quotidiani che Alemanno oggi racconta bene, meglio di quanto faceva da parlamentare, perchè li vive sulla propria pelle.

Oggi, dunque, mi scopro sostenitore di questa battaglia di Alemanno. Forse non sarà la lotta per la "Giustizia" assoluta, ma è una battaglia di civiltà. In un Paese che per primo, nel XVIII secolo, ha posto il tema del diritto penale moderno; in un Paese dove la Costituzione sancisce il fine rieducativo della pena, l'accesso ai diritti per i più deboli deve essere l'elemento cardine dell'intero impianto.

Seguo con attenzione i suoi post dal carcere, che riscuotono successo e numerosi commenti. Tuttavia, non ho letto un solo intervento di quegli esponenti di Terra di Lavoro che lo frequentavano assiduamente quando era al potere. Questi temi, d'altronde, non sono mai piaciuti alla destra. L'ultimo indulto fu avversato con forza, se non erro, anche da Alemanno e dai suoi allievi di allora, si diceva che era l'indulto di Mastella, uno degli ultimi democristiani. All'epoca, ormai venti anni or sono, tolse tre anni di pena. A beneficiarne molti derelitti, ma anche Berlusconi che si vide ridotta una pena a cui era stato condannato da quattro a tre anni. Penso che un simile provvedimento sia necessario ogni tot di anni. Vent'anni sono anche troppi.

Sono stato democristiano e, dunque, sono cattolico, ancora oggi.. Credo nella Divina Provvidenza, quella descritta da Alessandro Manzoni, che era il nipote di un tale Cesare Beccaria (l'autore che nel settecento scrisse "Dei delitti e delle pene"), nel "sugo" della storia del suo romanzo nazionalpopolare.

«A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, “e io,” disse un giorno al suo moralista,
“cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire,” aggiunse, soavemente sorridendo, “che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.”
Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.
Questa conclusione, benchè trovata da povera gente, c'è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. » (I Promessi Sposi, capitolo XXXVIII)

Forza Alemanno, un anno e dieci mesi stanno per terminare. Spero che questa battaglia, alla quale ho intenzione di partecipare, possa proseguire anche con la libertà che auspico.